Viaggio negli Stati Uniti, 2017

Da non molto sono tornato dagli Stati Uniti, dove ho trascorso un periodo di due mesi e mezzo, ed ecco quindi alcune impressioni che ho avuto da questo viaggio.

Ho passato gran parte del tempo sulla costa ovest, soprattutto nell’area di Los Angeles (California), ma ho visitato anche Las Vegas (Nevada), New Orleans (Louisiana), e ci è scappato anche qualche giorno in Baja California, che fa parte del Messico.

Prima di scrivere in dettaglio dei vari posti ci tengo a fare una considerazione generale, e cioè che ancora una volta mi sono reso conto di quanto viaggiare per il mondo sia infinitamente più educativo che andare a scuola o all’università! Ho visto così tanti posti nuovi, parlato con tante persone nuove che ragionano e si comportano in maniera “differente”, e ogni volta pensavo “davvero interessante” e “scoprire tutto questo è incredibilmente più utile del mare di inutilità studiate sui banchi per anni e anni!”.

Inevitabilmente metterò a confronto quello ho visto con il mondo a cui sono abituato, cioè l’Italia (soprattutto) e la Spagna, che sono i due paesi in cui vivo la maggior parte del tempo.

California

Dell’area di Los Angeles ho avuto davvero una prospettiva fortunata, essendo stato in parte ospite di un amico che vive fuori città, sulle montagne dietro Santa Monica, e in parte ospite di un’amica che vive in città, nel quartiere Sherman Oaks. Iniziamo con le montagne.

Santa Monica mountains. Un po’ a sorpresa, considerando quelle che avrebbero potuto essere le aspettative per un viaggio a Los Angeles, il carattere principale e più bello di questo periodo è stata sicuramente la natura. Ho vissuto immerso in un parco naturale, in una posizione davvero unica a un’ora dal centro città, a venti minuti dalla famosa spiaggia di Malibu, e soprattutto a due minuti di cammino da una quantità incredibile di animali selvatici.

Essendo cresciuto parzialmente in campagna di animali ne ho visto tanti nella mia vita, per cui non è facile impressionarmi. Eppure qui parliamo proprio di un altro ordine di grandezza. La mattina uscivo presto per una passeggiata tra i sentieri, e tempo pochi minuti dopo aver lasciato casa iniziavo a vedere un numero straordinario di animali. Mi ha fatto venire in mente quanto ho sentito dire da alcune persone anziane, cioè che “un tempo” si vedevano molti più animali nei giardini e nelle campagne: probabilmente era così che doveva essere un po’ dappertutto a quei tempi, pensavo camminando.

Oltre ad essere tanti, gli animali mi hanno affascinato per il tipo: avevano forme e colori che non avevo mai visto prima. Anche gli animali più comuni erano comunque un po’ diversi rispetto a quelli delle mie zone. Ad esempio le lucertole “semplici”: in California tendono ad essere più grandi, più scure, con squame pronunciate. Poi naturalmente c’erano le lucertole ben meno “semplici”: ne ho vista una con la coda azzurra (!) e più volte ho avvistato la simpaticissima lucertola cornuta, che si è meritata un video personale:

Tra gli animali selvatici che ho incontrato sulle montagne di Santa Monica ci sono: conigli (tantissimi), rane, tartarughe, serpenti, procioni, quaglie, aironi, nitticore, picchio, coyote, scoiattoli “normali” e di terra, anatre “normali” e dal becco azzurro, folaghe, grackle, colibrì, lince, cervo, banchi di centinaia di baby-pesci gatto, nuvole di farfalle. Nella mia passeggiata tipica tra i sentieri vedevo una selezione di animali appartenenti a 5/6 di queste specie, più molti altri mai visti prima a cui non so associare un nome, a meno di usare una lunga descrizione (soprattutto per gli uccelli e gli insetti).

Ecco un mini-documentario che ho prodotto in questo periodo:

Nel video sono riuscito a inserire solo una parte degli animali che ho visto. Molti altri avrei voluto inserirli ma erano troppo difficili da filmare, o perché troppo mobili (ad esempio il colibrì che si spostava in continuazione) o perché troppo timidi e scappavano velocemente. Questa “timidezza” in realtà l’ho notata in tutti gli animali della zona, e immagino dipenda dal fatto che l’ambiente fosse estremamente competitivo (tradotto: stai sempre in guardia o verrai mangiato).

Dal video si vede anche un po’ com’è la vegetazione della zona: pochissimi alberi alti o boschi, ci sono invece quasi esclusivamente arbusti bassi e adatti al clima secco. Tantissime le piante di salvia (che mi piaceva annusare continuamente durante le mie passeggiate).

Malibu. Prima di arrivare a Los Angeles città, qualche nota su Malibu. Questa è l’area costiera famosa per essere la residenza di tantissime celebrità di Hollywood, dove le case costano (tanti) milioni di dollari. In teoria questa dovrebbe essere una delle aree con più alta domanda non solo di Los Angeles, ma al mondo.

Per questo motivo mi è sembrato strano che, almeno nelle volte in cui ho camminato sulla spiaggia, buona parte di quelle case favolose sembrassero vuote. Pulite e in ordine, ma vuote. Terrazze con nessuno a prendere il sole, al massimo solo una domestica a fare le pulizie. Anche sulla spiaggia antistante c’erano relativamente poche persone a camminare o a fare il bagno. L’oceano era praticamente deserto, senza navi. Strano. Dov’erano gli yacht, i milionari a discutere di affari davanti a un drink, le mogli plastificate in spiaggia a discutere di gossip e a ridere di quanto siano fessi i poveri, i figli privilegiati a farsi i selfie con gli amici, le attrici a spasso coi micro-cani ridicoli?

Possibile che tutte quelle celebrità abbiano una tale etica lavorativa da non concedersi di oziare nelle loro residenze, al contrario di me, sfaccendato in mezzo alla settimana a passeggiare per Malibu? La spiegazione che ho trovato è che in realtà, seppure incredibile da pensare, forse quelle case favolose non siano altro che seconde case per i proprietari super ricchi. Proprietari che non erano lì semplicemente perché stavano in altre delle loro case, o magari erano in viaggio per il mondo.

Un’altro motivo comunque potrebbe essere che la spiaggia di Malibu è brutta. Questa potrebbe sembrare un’affermazione un po’ forte, eppure è proprio l’impressione che ho avuto. Non solo Malibu, estendo questa valutazione a tutte le aree costiere e le spiagge intorno Los Angeles che ho visto: l’oceano non era affatto attraente. L’acqua non era azzurra, ma ovunque un po’ torbida e poco trasparente. Spesso nell’aria c’era una foschia che rendeva l’atmosfera grigia. Quasi mai sono riuscito a vedere in lontananza la linea di separazione netta tra oceano e cielo: era sempre un passaggio sfumato e grigiastro.

Le spiagge non rivelavano tracce di vita: non ho visto pesci nell’acqua (a parte delfini in lontananza). Zero conchiglie sulla sabbia. Davvero uno strano contrasto rispetto al gran numero di animali sulle montagne, a poca distanza. Nessuna struttura dove comprare qualcosa, nemmeno un chiosco minuscolo per comprare almeno da bere. L’oceano come scritto sopra non da certo l’impressione di essere “animato”: pochissime le barche a vela o i motoscafi. Non pervenuti affatto pescherecci, navi da crociera o grosse navi da cargo. Gli unici a cui ho visto “usare” l’oceano sono i surfisti -quelli si- ma anche loro addensati solo in specifiche aree (ad esempio intorno Adamson House).

Una persona del posto mi ha spiegato che questo clima grigio e nebbioso delle spiagge dipende dalla geografia della costa pacifica ed è limitato allo specifico periodo in cui l’ho vista io (aprile – maggio – giugno). Secondo lui grigiore e foschia spariscono subito dopo, e in estate la spiaggia è molto più piacevole per prendere il sole e nuotare. Forse è così.

Los Angeles. La mia impressione di Los Angeles è probabilmente condizionata dall’aver speso più tempo nelle aree migliori, eppure una cosa è certa: il livello generale di ricchezza è enorme. Si vede dalle case lussuose, dalle automobili giganti, dall’aspetto delle persone: ben vestite, ben rasate, ben curate. Nella mia visita al quartiere Beverly Hills ero certo (e divertito) di essere sul podio dei peggio vestiti dell’intera strada. Nel quartiere Venice ho visto un manifesto con una promessa di ricompensa di 20.000 dollari per un gatto smarrito, e credo che non fosse uno scherzo.

Su cosa si basa l’economia di Los Angeles? Oltre alla ovvia quantità di persone legate all’intrattenimento e a Hollywood, ho trovato che un numero sorprendente di persone lavora nel settore immobiliare. Praticamente tutti quelli a cui ho chiesto “cosa fai” mi hanno risposto agente immobiliare, o qualcosa relativo alla compravendita di case. A quanto pare il mercato delle case in città scotta: ho sentito che una proprietà messa sul mercato viene venduta spesso nel giro di una settimana, e questo nonostante i prezzi siano sempre nell’ordine dei milioni.

Che tipo di negozi popolano le strade? A confermare la ricchezza della città si vedono in effetti saloni benessere e palestre per yoga. C’è una selva pazzesca di ristoranti di ogni tipo, in competizione feroce tra loro. Curiosamente ho notato diversi negozi di servizi “psichici”, qualcosa che certo non si vede in Europa, dove invece ci pensano le molte più chiese a catalizzare il desiderio di spiritualità delle persone. Una cosa peculiare (e comica) sono i tantissimi cartelloni stradali con foto di avvocati dallo sguardo risoluto, che offrono assistenza per casi di incidenti stradali o infortuni vari. Sembra proprio che gli Stati Uniti siano sovraffollati da legali a caccia di casi facili, per ottenere risarcimenti di ogni tipo.

Credo comunque che proprio a Los Angeles viva un numero particolarmente alto di imprenditori, autonomi, investitori, aspiranti attori, artisti, o gente che non lavora affatto. In queste categorie rientrano infatti quasi tutte le persone con cui ho chiacchierato. Nelle strade della città le uniche persone che si notano a fare un lavoro “visibile” sono gli operai messicani, che quà e la curano i giardini dei ricchi o fanno ristrutturazioni edilizie. In effetti non ho visto un solo operaio in giro che non fosse messicano.

Proprio il fatto che molte persone non abbiano un lavoro impiegatizio rende un mistero il traffico pazzesco sulle strade della città, per cui Los Angeles ho scoperto essere “famosa”. Io stesso sono rimasto bloccato nell’ingorgo per ore e ore. Però guardavo quel fiume di macchine intorno a me e mi chiedevo: dove sta andando tutta questa gente? Perché si spostano? La congestione è perenne e spesso anche in orari inspiegabili, come in tarda mattinata.

Un paio di note sulle persone di Los Angeles e dintorni, visto proprio che in quest’area ho chiacchierato più spesso con la gente del posto, ed è qui che ho speso gran parte del tempo.

Forse sono stato fortunato, ma ho conosciuto parecchie persone dalle storie interessanti e piacevoli con cui conversare. Naturalmente vivere nella ricchezza rende più facile essere rilassati e bendisposti, eppure mi ha colpito come la gente in generale sembrasse ben adattata alla società. Vedere la gente muoversi così agevolmente tra belle case, bei quartieri e bei negozi mi è sembrato quasi… strano. Dov’era il tormento? Dov’erano le facce preoccupate del mio paesino d’origine in Italia? Dov’era la disfunzione? Quasi chiunque mi salutava con parole gentili e sembrava genuinamente bendisposto. Quando conversavo con le persone, non rilevavo tutto quel pessimismo cronico e quella negatività che invece rilevo spesso parlando con le persone del mio paesino.

Sono sicuro che anche a Los Angeles, in fondo, le persone hanno i loro rodimenti e i loro problemi, eppure in generale ho notato davvero un’ottima interfaccia sociale nella gente. La mia idea in effetti è che “i ricchi” spesso non siano ricchi per caso, ma lo siano proprio per la mentalità che hanno e per il modo di fare le cose. Invece di lamentarsi soltanto usando la tipica formula italiana (“fa tutto schifo – sono tutti corrotti – non ti lasciano fare niente”), a Los Angeles credo che la formula sia invece “vediamo un po’ che tipo di business potrebbe funzionare oggi”. C’è certamente una mentalità più possibilistica e molto più spirito di iniziativa che in Italia.

La crisi di Hollywood. Non è certo un mistero che Hollywood stia attraversando una crisi fortissima, di ricavi ma soprattutto di idee. Di questo in effetti me ne ero accorto già a casa, visto che ormai da anni molti film che arrivano nelle sale sono spazzatura totale: cliché visti e rivisti, vecchi film “rifatti” e riproposti come nuovi, film senza nessuna trama riempiti solo con ammazzamenti e paure, film trascinati in avanti con i “sequel” o indietro con i “prequel”. Produrre qualcosa di nuovo… proprio no eh?

In effetti io ho smesso quasi del tutto di andare al cinema: troppe volte mi sono sentito insultato dal dover pagare sia per vedere film così brutti, sia per dovermi sorbire 20 minuti di pubblicità prima del film stesso. Capita solo raramente che ancora che finisca in una sala, se la proposta parte da qualche amico, e in tal caso il mio approccio è diffidente ma possibilistico: “mah diamo un’occhiata, magari è il caso di riaggiornare la mia valutazione su Hollywood…”. No, ogni volta la valutazione si rinnova: i film che arrivano nelle sale sono ancora spazzatura. Ultima conferma dal film Life con gli attori Jake Gyllenhaal e Ryan Reynolds, che ho avuto il dispiacere di vedere: se fossi un attore famoso nessuna cifra potrebbe convincermi a prendere parte a una simile porcheria.

Comunque tornando a Los Angeles, ero curioso di cercare tracce della crisi proprio nella patria stessa del cinema, e le ho viste. A confermare la completa mancanza di idee, sui manifesti della città venivano pubblicizzati: il film degli emoticon (sul serio?), il film dei puffi (un cartone animato che guardavo da bambino 30 anni fa), l’ennesimo episodio dei Pirati dei Caraibi con la faccia stanca di Johnny Depp, il secondo episodio dei Guardiani della Galassia, e soprattutto molte pubblicità non più di film ma di serie di fiction on-demand, che la gente guarda privatamente a casa, anziché nei cinema.

Non è capitato in questo mio viaggio, ma sarei stato dannatamente curioso di chiacchierare con qualche produttore o attore di Hollywood, per scoprire se confermavano la mia impressione: cioè che i produttori cinematografici a questo punto sono diventati estremamente selettivi nello scegliere quali film produrre, visto che molti film ormai guadagnano briciole rispetto a un tempo, e anzi parecchi causano proprio delle perdite (i cosiddetti “box office bombs”). Per cui non investono più in rischiose novità, ma si fidano solo a riciclare cose che già hanno funzionato in passato. Un esempio è il martellamento continuo sui film con supereroi.

C’è poi un secondo grosso dubbio con cui sono arrivato in California, sperando trovare lumi, ma che invece mi sono riportato a casa perché nessuno mi ha dato una spiegazione convincente. Il dubbio riguarda la reazione così estrema e avversa che Hollywood ha verso l’attuale presidente Donald Trump. Che la California e Hollywood in particolare siano di orientamento liberale lo capisco, eppure questo secondo me non basta a spiegare il livello di oltraggio così alto, proprio nello specifico di Hollywood. Quasi tutti gli attori fanno fiamme contro Trump nelle interviste, sui social media. Un livello di avversione troppo forte per essere spiegato solo dal fatto che “Hollywood è liberale”. Ci deve essere qualche aspetto che mi sfugge, economico o chissà, che probabilmente una persona che sta dentro Hollywood potrebbe spiegarmi meglio.

In realtà in questo periodo a Los Angeles mi è capitato di avvistare un paio di attori famosi, ma non li ho disturbati. Questo è successo nel caffè Starbucks del quartiere Sherman Oaks, dove mi piaceva andare a prendere il caffè la mattina. Il piacere derivava dalla passeggiata che facevo per arrivarci e per l’occasione di studiare la clientela, non certo per il caffè stesso. Ecco infatti a seguire alcuni miei pensieri sul caffè.

Caffè. Gli americani non hanno la minima idea di cosa “caffè” significhi. Cioè la filosofia stessa del caffè che hanno, da italiano non posso che definirla sbagliata e da combattere con tutte le forze! 🙂

In Italia se entri in un bar e chiedi “un caffè” la transazione è semplice e efficiente: il barista ti mette davanti un espresso senza troppe domande, e tu paghi circa 1 euro. Facile. A Los Angeles quando chiedevo “un caffè” negli Starbucks mi facevano strane domande: se volessi la miscela calda o fredda, che livello di tostatura, quanti “shot” ci volevo, se era da portare via. Ogni volta non ci capivamo e finivo per ottenere un caffè diverso a un prezzo diverso (sempre troppo alto). Il fatto è che Starbucks ha dozzine di opzioni sul menù, apparentemente tutte che hanno qualcosa a che fare col caffè, ma nessuna decente. Sono tutti intrugli di caffeina, additivi chimici e zucchero.

C’è comunque una situazione interessante proprio riguardo questa famosa catena di caffetterie, che spiega perché ha avuto tanto successo: ha semplicemente trovato una gigantesca nicchia di mercato scoperta. Una voragine. Strano a pensarci, ma in molte aree degli Stati Uniti praticamente non esistevano i bar prima di Starbucks. C’erano cioè pochissimi locali che corrispondessero (seppure vagamente) a quello che è il bar italiano, ossia un posto dove andare di giorno semplicemente per un caffè, per socializzare o per leggere il giornale. Prima negli Stati Uniti c’erano più che altro solo ristoranti, locali dove fare pasti completi come pranzo e cena. Questa spiegazione me l’ha fornita l’amico di Santa Monica e mi è sembrata molto valida.

Certo Starbucks il concetto di bar l’ha reinterpretato un po’ a modo suo, producendo una “creatura” di cui alcuni aspetti sono sicuramente discutibili (il caffè stesso appunto), ma evidentemente ha trovato una formula che negli Stati Uniti funziona bene, e non solo lì. C’è tra l’altro un paio di differenze positive rispetto ai bar italiani, cioè non vengono vendute né sigarette né lotterie. Proprio il fatto che le sigarette non siano così facili da trovare ovunque nei bar, come invece avviene in Italia, contribuisce al fatto che un numero straordinariamente ridotto di persone fumino negli Stati Uniti. Questo in aggiunta, immagino, a una campagna di demonizzazione del fumo che probabilmente è andata avanti negli ultimi anni.

Naturalmente, oltre a Starbucks per le strade ci sono anche bar indipendenti, che non appartengono alla catena. Sono stato in diversi sia a Los Angeles che nelle altre tappe di questo viaggio. La cosa strana però è che molti di questi indipendenti non mi sono sembrati granché interessati a competere col colosso. Mi è capitato di entrare in bar che non avevano il caffè (“non ce l’abbiamo, lo facciamo solo in inverno”… eh?) o che l’avevano già “finito” dopo pranzo (), o che chiudevano completamente -i bar stessi- alle tre del pomeriggio, cioè proprio quando uno vuole barare con la caffeina contro l’abbiocco pomeridiano. Davvero bizzarro.

Ancora oggi comunque, tra i tanti Starbucks e i bar indipendenti sparsi qua e là, mi è sembrato che ci siano ancora grosse aree del paese scoperte. Più di una volta con i miei amici abbiamo dovuto guidare per un bel pezzo, consultando la mappa sul telefono, a caccia di un bar dove fare una pausa caffè.

Cibo. Per quanto riguarda i supermercati. Naturalmente non speravo di trovare cibo con l’alto livello di qualità e freschezza che si trova in molti supermercati italiani, però ho trovato che tutto sommato spendendo tanti soldi a Los Angeles si riesce a portare a casa una spesa discreta. Il che rientra bene nel quadro di questa città, in cui gli abitanti sono più ricchi e più attenti alla salute che nella media degli Stati Uniti.

Frutta e verdura di buona qualità si trovano abbastanza facilmente, anche biologici. Il problema però c’è ed è nei cibi di origine animale, cioè formaggi, pesce e carne: quasi niente è fresco. Un po’ di pesce si vede ma sembra sempre di qualche giorno. Tra i formaggi la scelta è molto limitata, e quelli di qualità migliore sono tutti importati e davvero costosi. Il pane fresco, quello che per noi italiani è il “filone”, non esiste proprio, solo scaffali di pane confezionato e spesso con additivi chimici. Tra le particolarità dei supermercati, al confronto con quelli italiani e spagnoli, ho notato sezioni enormi di integratori alimentari e pillole di ogni tipo, e cassieri più gentili e professionali. Naturalmente la gentilezza dei cassieri fa parte dell’interfaccia lavorativa, ma è comunque piacevole da trovare.

Per quanto riguarda i ristoranti invece, dove in questo periodo sono andato molto più spesso del solito (che è quasi mai). Come detto a Los Angeles ci sono ristoranti con cucine di tutto il mondo. Ho provato alcuni nuovi piatti interessanti, soprattutto della cucina asiatica. Però ho anche realizzato che, più che in Europa, nel cibo dei ristoranti ci possano essere additivi pericolosi e della cui presenza è difficile sapere, visto che non ci sono etichette dettagliate da consultare.

Ad esempio, una volta sul menu di un ristorante ho visto l’indicazione “senza glutammato di sodio” su un piatto, che mi ha fatto chiedere: ma quindi in tutti gli altri cibi in cui questa indicazione non c’è… il glutammato qui ce lo possono mettere tranquillamente? Dopo questo episodio ho alzato il livello di guardia, eppure nonostante ciò, più avanti in questo viaggio (quando ero in Louisiana in realtà) mi sono distratto comunque e ho commesso un grave errore: ho condito il mio cibo con una salsa di cui solo successivamente mi è venuto in mente di controllare l’etichetta. Tra i vari “ingredienti” che avevo mandato giù c’era l’alluminio…

Una differenza netta con i ristoranti italiani e spagnoli: il servizio è molto veloce ovunque. Quasi sempre ti siedi a un tavolo, e subito arriva il cameriere con i menu e per prendere gli ordini delle bevande. Pochi minuti per consultare il menu, e il cameriere è già di ritorno con le bevande e per prendere gli ordini del cibo. Tutto si svolge così rapidamente che spesso ho dovuto chiedere tempo supplementare per scegliere, più di una volta. La meccanica è esattamente opposta a quella di Italia e Spagna, dove invece nei ristoranti spesso ci vuole un’eternità prima di essere serviti.

Una cosa strana che succede nei ristoranti americani è che i camerieri passano in continuazione durante il pasto per chiedere se “va tutto bene?”. Una volta o due sarebbe anche ok, un segno di premura gradito, ma a volte è successo anche 4-5 volte durante lo stesso pranzo e la scena si è fatta francamente ridicola. Mi chiedo se negli Stati Uniti i ristoranti, che come scrivevo sopra sono in un settore ferocemente competitivo, dipendano moltissimo dalla reputazione online costruita con le recensioni dei clienti, per cui hanno sviluppato quasi una sorta di terrore di ricevere giudizi negativi.

Ultima nota, che è un fatto risaputo: le mance. Ogni volta che si mangia in un ristorante bisogna stare a perdere tempo per calcolare le percentuali. Un meccanismo davvero inefficiente che hanno negli Stati Uniti, e che fortunatamente non è diffuso in Italia e Spagna. Certo teoricamente le mance incoraggiano un miglior servizio, ma questo non giustifica davvero la perdita di tempo. Oltretutto a contribuire a rallentare la fase del pagamento, ho fatto caso che le banconote americane hanno tutte un colore simile (un beige/giallo smorto), per cui è difficile distinguere un pezzo da 1, 5 o 10 dollari senza analizzarle. Strano che ogni pezzo non abbia un colore diverso.

Agricoltura. La California mi è sembrata avere un clima davvero favorevole per l’agricoltura, ma questo potenziale l’ho visto sfruttato solo minimamente: pochissimi i campi coltivati e pochissimi gli orti vicino le case. Ho visto parecchie viti, il vino lo fanno senz’altro, ma ad esempio non ho visto quasi per niente gli ulivi, che a occhio direi crescerebbero bene da queste parti.

Mi è sembrato comunque che molti californiani siano concentrati a fare “landscaping” nei loro giardini ma solo per motivi estetici, piantando in effetti molti bei fiori ed alberi ornamentali, ma che invece non siano affatto concentrati a piantare frutta e verdura vicino casa, che preferiscono comprare nei supermercati, a caro prezzo e di importazione. Davanti le case ho notato che spesso non piantano nemmeno il minimo indispensabile, come almeno un vaso con le erbe per cucinare.

Nevada

Las Vegas. Las Vegas è come uno se la aspetterebbe: la folla, le luci, i casinò. Decisamente interessante da vedere una volta nella vita, ma certo non l’agitazione in mezzo a cui vorrei vivere a lungo termine. Questo vale per il centro comunque, ci sono aree periferiche e residenziali della città in cui sono sicuro che si possa fare una vita più “normale”. Arrivando in macchina, già dalle prime occhiate ho visto che il livello di ricchezza generale di Las Vegas è certamente più basso di quello di Los Angeles.

La cosa più interessante dei casinò è stato notare come tutto sia studiato scientificamente per mungere al massimo i visitatori. Il tipico casinò (io sono stato all’Excalibur) non è una struttura a sè stante bensì una combinazione: un grattacielo al cui piano terra c’è l’effettivo casinò e ai cui piani superiori c’è l’hotel. Per cui gli ospiti dell’hotel sono costretti ad attraversare le sale da gioco per entrare o uscire dall’hotel.

Il piano terra dove si gioca è grande, labirintico e volutamente carente di indicazioni, perdersi è facile e si finisce sempre a spendere più tempo tra le slot machines e i tavoli da gioco. Non ci sono orologi alle pareti a ricordarti che il tempo passa. Se ti siedi a un tavolo da gioco (io l’ho fatto a un tavolo di blackjack dove ho perso 20 dollari) passano periodicamente delle cameriere a offrirti drink gratuiti. Naturalmente essere un po’ alticci fa perdere le inibizioni e aiuta a scommettere un po’ di più.

Un’altro fatto che ho notato è che l’hotel in cui sono stato aveva decisamente un prezzo basso considerato l’ottimo livello delle camere. Anche qui ci ho visto una furbizia: attraggono i visitatori rendendo abbordabile la permamenza in albergo, perché sanno che poi i soldi veri gli ospiti li lasceranno nel casinò, dove avviene la parte effettiva della mungitura.

Sia nei casinò che per le strade di Las Vegas, ho notato una differenza nell’aspetto delle persone rispetto a Los Angeles. Qui ho cominciato a vedere più persone con pance, qua e là obese, e in generale non più così ben curate. Come mi aveva anticipato uno dei miei amici, con cui avevo commentato la buona forma delle persone a Los Angeles: “non ti preoccupare, a Las Vegas vedrai persone molto più tipicamente americane”. Nonostante questo, anche a Las Vegas continuava a valere il fatto meraviglioso visto nell’area di Los Angeles: quasi nessuno fumava sigarette.

Steve Pavlina. Durante la mia visita a Las Vegas ho avuto la fortuna di incontrare Steve Pavlina, un blogger che risiede proprio in questa città e che ha accettato il mio invito per un caffè e una chiacchierata. Il caffè in realtà l’ho bevuto solo io e gli amici che erano con me, Steve aveva iniziato da pochi giorni un digiuno di sola acqua, che ha poi protratto fino a 40 giorni (!).

Per me è stata davvero un’occasione speciale, Steve è un uomo brillante e il suo lavoro mi è stato utilissimo negli anni, infatti l’ho ringraziato sentitamente. Lui è senz’altro una delle persone che più hanno influenzato la mia filosofia di vita, e in effetti il fatto stesso di essere lì, di potermi permettere di viaggiare negli Stati Uniti per un periodo lungo mesi, è venuto anche dall’aver messo in pratica le sue idee sul reddito passivo. Il suo popolare articolo “10 ragioni per non avere un lavoro” è stato un contributo fondamentale a farmi realizzare che il mio lavoro impiegatizio di qualche anno fa era una totale pagliacciata, e in effetti ormai non passa giorno che non benedica la decisione di averlo silurato.

Ci sono anche un altro paio di aspetti che mi hanno reso felice di questa chiacchierata. Il primo è che ero assolutamente a mio agio nella conversazione, una conquista considerato che questo è proprio il tipo di eventi che a volte mi rendono ansioso, fino addirittura ad avere uno dei miei proverbiali attacchi di panico. Il secondo è che anche un altro degli amici seduti al tavolo apparteneva a quel “club” di persone per me speciali, che mi hanno ispirato e aiutato molto nella vita. Sapete il detto “circondati di persone più intelligenti di te”? Ecco seduto al tavolo con questi due, che avevo riunito io stesso, ho pensato sorridendo: “è proprio quello che sto facendo adesso, si sto facendo le cose bene!”.

Louisiana

New Orleans. Davvero interessante vedere New Orleans e la Louisiana dopo aver speso parecchio tempo a Los Angeles. Il contrasto è stato forte: sono passato da una delle aree più ricche del paese a una delle più povere.

Le caratteristiche per cui New Orleans è famosa le ignoravo (quasi sempre viaggio verso destinazioni su cui mi informo pochissimo in precedenza) e le ho scoperte solo una volta arrivato sul posto: ad esempio che la città è rinomata per la musica dal vivo, l’arte, la cucina creola, l’architettura particolare. Non sapevo nemmeno che una percentuale così alta degli abitanti fosse composta da neri. Immagino che molti siano discendenti degli schiavi che un tempo lavoravano nelle piantagioni di canna da zucchero. Le piantagioni esistono ancora e le ho viste attraversando la Louisiana in macchina.

Varie cose mi hanno colpito. Decisamente un cambio drastico nell’aspetto della gente. Molte più persone seriamente obese, e purtroppo un numero impressionante di persone con problemi fisici, storture, zoppicanti o su sedia a rotelle, soprattutto tra i neri. Un bel po’ di persone ubriache in strada e dall’aspetto per niente lucido. Credo che sia facile a New Orleans “farsi prendere” dal tema dei pub, dei ristoranti, la musica jazz da ascoltare con una birra davanti, le parate, la vita “da artista” tatuato che fuma e usa qualche droga, e molti finiscano per subirne gli effetti sulla salute fisica e mentale. Un altro fattore comunque è sicuramente la dieta.

La Lousiana è uno degli stati più ciccioni degli Stati Uniti e si vede. Un paio di volte ho preso nota che dentro il ristorante io e i miei amici eravamo gli unici clienti non grassi. In effetti la cucina della Louisiana sarà famosa, ma con me francamente è stata un disastro. La riassumerei così: tutto fritto. C’è il pesce ma è soprattutto pesce di bassa qualità: gamberi che sospetto provenire quasi tutti da allevamenti, crawfish (simili ai gamberi) che oltre a generarmi lo stesso sospetto quando li mangi devi buttare via il 90% del corpo, il pesce gatto che è un pesce di fondale. Per un quasi-vegetariano come me c’è la combinazione “riso bianco e fagioli”, non proprio qualcosa che andrei a chiedere al ristorante ma che avrebbe almeno potuto riempirmi, però ho scoperto presto che i fagioli venivano cucinati in stufati “gumbo” con carni di chissà quale provenienza. Certo poi c’è altro: la “Jambalaya” che è un misto stracotto di riso verdure e carne, una polenta chiamata “grits”, e per i turisti il panino con l’alligatore. Niente comunque che sembrasse non dannoso per la salute. Tra le poche eccezioni forse le ostriche.

Anche i supermercati mi hanno dato parecchie indicazioni. Innanzitutto sembravano davvero pochi: interi quartieri ne erano del tutto privi. Tra quelli che ho visto molti contenevano la parola “dollar” nel nome: family dollar, dollar general, dollar tree, a segnalare chiaramente l’intenzione di rivolgersi a una clientela che di dollari non ne ha molti da spendere. Tra gli scaffali una tristezza: prodotti confezionati, impacchettati, additivi chimici, quasi niente fresco. Frutta e verdura biologiche un lontano miraggio, almeno a Los Angeles spendendo una fortuna si trovavano. Mi sono ritrovato a comprare acqua confezionata venduta in quei flaconi di plastica alla cui forma noi italiani associamo la candeggina e i detersivi. E il sapore stesso dell’acqua era cattivo. Davvero.

Sono un po’ critico anche per quanto riguarda la scena musicale e artistica di New Orleans. La mia impressione è che il jazz sia nato da queste parti, ma poi si sia un po’ perso per strada. Molta della musica dal vivo mi è sembrata appunto il risultato di alcol, fumo e fritti: poca ispirazione e parecchio rumore. Molte band per strada non suonavano altro che “cover” di canzoni già esistenti, peggiorate rispetto all’originale (anche qui, produrre qualcosa di nuovo… proprio no eh?). La reputazione artistica della città si riferisce più che altro a mercatini di antiquariato, oggetti di decorazione, scelte di abbigliamento meno convenzionali delle persone. Sicuramente è interessante da vedere, ma non risuona troppo con il mio concetto di “arte”.

Una cosa che ho apprezzato di New Orleans però è l’architettura, molti quartieri sono davvero carini. La tipica casa è una casa “shotgun”, lunga e stretta, di legno, con tinte pastello. Sotto i tetti ci sono dei capitelli di legno con ricci e motivi floreali (“brackets”), e già solo quelli abbelliscono le case di tantissimo. Parecchi edifici comunque sembravano aver bisogno di una sistemata, soprattutto di una tinteggiatura. Questo è un business che credo funzionerebbe bene a New Orleans, dove in generale ho notato un numero particolarmente basso di negozi o attività commerciali di qualunque tipo (a meno dei negozi legati al turismo in centro).

Sono stato anche nella zona colpita dall’uragano Katrina nel 2005, ma non ho visto segni evidenti del passaggio dell’uragano. C’erano però parecchi lotti di terreno vuoti. Immagino che ormai dopo tanti anni le macerie che c’erano da rimuovere siano state rimosse, e molta gente si sia spostata.

Altre zone. Ho avuto l’occasione di vedere anche altre zone della Louisiana, spostandomi in macchina. Il paesaggio è senz’altro particolare: tutto piatto, con una costa molto frastagliata, paludi, sotto un sole cocente e con una forte umidità. In effetti il mio livello di energia fisica nelle due settimane di permanenza è precipitato rispetto al normale.

Nelle campagne e sulla costa le case presentavano una novità rispetto a quelle di New Orleans città: parecchie erano sopraelevate, su palafitte alte anche parecchi metri. Chiaramente per evitare le inondazioni. Molte comunque sembravano inutilizzate. Ho visto le antiche case padronali delle piantagioni, ormai quasi tutte trasformate in musei. L’agricoltura dello stato sembra continuare a consistere solo e esclusivamente in canna da zucchero: non ho visto altro piantato da nessuna parte. Dovrebbero esserci risaie da qualche parte, considerato sia il territorio favorevole che la forte presenza di riso nella cucina locale, ma io non le ho viste. Qua e la ho notato dei grossi stabilimenti industriali, credo che fossero raffinerie di petrolio.

Una delle cose più interessanti è stata vedere le paludi, un altro scenario naturale molto diverso sia da quello di casa, sia da quello visto in California e Nevada. Nelle paludi ho visto per la prima volta gli alligatori liberi, immobili sui tronchi o sul bagnasciuga, in attesa di prede. Strano in effetti ritrovarmi con questi animali, “teoricamente” pericolosi, mischiati così con naturalezza nel mio stesso paesaggio. Quelli che ho visto comunque erano relativamente piccoli, ho avvistato anche dei baby alligatori molto carini. Credo però che sott’acqua potessero esserci stati alligatori grandi, lunghi qualche metro, di quelli che una persona tutto sommato se la mangerebbero pure. Non mi sono tuffato per verificare.

In auto con i miei amici abbiamo guidato lungo la costa verso est, fino a vedere anche un pezzetto dello stato di Mississippi. Anche da queste parti l’oceano (in questo caso l’affaccio è sul Golfo del Messico) mi è sembrato francamente “brutto” e un po’ triste, seppure aveva un certo fascino malinconico. Solo una distesa di sabbia bianca sotto il sole cocente, niente arbusti, niente conchiglie, niente pesci, niente barche. Quasi nessuna persona in spiaggia. Strano.

Baja California

Per pochi giorni ho sperimentato anche un pezzettino di Messico, cioè la penisola di Baja California che sta poco sotto Los Angeles. Decisamente un altro gran bel contrasto.

Avevo in mente questa sciocca immagine del paesetto messicano in collina, i signori coi baffoni a suonare la chitarra, altri abbioccati sotto il cappello sombrero a fare la siesta, le ragazze more con le gonne colorate, i bambini che giocano, i sorrisi, i cactus. Non è proprio quello che ho visto. Naturalmente mi aspettavo che il Messico non stesse “ben messo” come gli Stati Uniti, ma non pensavo che se la passassero male come ho visto. Francamente, pensavo stessero un po’ meglio.

Tijuana. Sicuramente a contribuire a questa impressione è stata Tijuana, la prima città messicana che si incontra subito appena varcato il confine. Solo pochi chilometri sopra c’è San Diego, che fa ancora parte degli Stati Uniti e appare ricca e ordinata, pochi chilometri sotto c’è Tijuana, che fa già parte del Messico, e si presenta come un intrico di baracche, favelas, traffico disordinato, macchine scassate, mendicanti. Il cambio di scenario è davvero drastico e improvviso.

La mia visione di Tijuana comunque è avvenuta solo di passaggio, dalla macchina. Non ci siamo fermati, anche perché chiunque in California era stato concorde nel dire che “non è sicura. Magari ci vai e non ci sono problemi, ma meglio soggiornare da altre parti”. Non credo comunque che Tijuana rappresenti la tipica cittadina messicana, probabilmente è un po’ “peggio” per la posizione geografica, proprio al confine con gli Stati Uniti, che immagino l’abbia resa un crocevia per traffici di vario tipo, tra cui sicuramente la droga.

Ensenada. Questo è un paesino costiero dove ho passato tre giorni, e già Ensenada mi è sembrata decisamente un posto tranquillo e sicuro. Ha una certa vocazione turistica, considerati i negozi di souvenir e i ristoranti, anche se in effetti di turisti americani non ne ho visti molti. Considerati i prezzi bassi, la costa non male, e che è a portata di mano per i californiani, potrebbero essercene di più, ma forse effettivamente non si fidano comunque a venire neanche qui.

A Ensenada ho visto e mangiato un po’ di pesce fresco (anche se persino quello al mercato sul porto non sembrava proprio freschissimo, almeno non come quello che vedo nei mercati di Italia e Spagna). Nel porto c’erano moltissime navi di pescatori attraccate, però la mattina ne vedevo uscire per mare solo due o tre, le altre tutte ferme. La “scena” culinaria non mi è sembrata sensazionale, anche se è proprio a Ensenada che ho avuto sia il miglior caffè che la migliore cena di tutti i due mesi e mezzo di questo viaggio. Per pura casualità, il caffè era in un bar italiano e la cena era in un ristorante italiano.

Per le strade ho notato alcune particolarità, la prima piuttosto curiosa è che molte farmacie pubblicizzavano con una certa enfasi che vendevano Viagra. Mi chiedo se è perché gli uomini da queste parti sono particolarmente concentrati sul sesso, o se la vendita si rivolge ai turisti americani che magari possono comprare il farmaco a prezzi più bassi. Ho notato anche un numero grande e decisamente inusuale di cartelli “cercasi personale”, da parte di negozietti sia nella cittadina che nei dintorni. L’ho trovato strano considerato che l’economia della zona è visibilmente tutt’altro che “in fermento”. Mi viene da pensare che si tratti di lavori in cui pagano una tale miseria, che per molte persone del posto sia praticamente indifferente averli o meno.

Tra le cose che ho scoperto in questo viaggio ci sono gli show televisivi messicani. Sono davvero… degni di nota! Qualcosa che mi ha lasciato a bocca aperta davanti alla tv: affascinato e inorridito allo stesso tempo. Le parole “trash” e “agghiaccianti” non riescono nemmeno a rendere l’idea di cosa trasmettono da queste parti.

Apparentemente il concetto di intrattenimento negli show messicani è un gruppone di persone buttate dentro uno studio televisivo, con travestimenti grotteschi, che ballano, si fanno sgambetti, si danno pizzichi sulle braccia, si mettono elastici sulla faccia mentre fanno il karaoke, ammiccano, ondeggiano, con la telecamera che si sposta da una persona all’altra, sul sottofondo di musica allegra. In effetti uno dei miei amici mi ha fatto notare che uno dei personaggi del cartone i Simpson, l’uomo-ape, è proprio la caricatura di uno dei personaggi di questi show messicani. Sono rimasto comunque abbastanza sconvolto: giuro che non mi lamenterò più degli show spazzatura italiani, il peggiore dei quali trasmette comunque altissima filosofia rispetto a quelli messicani!


Note: Qualche tempo fa l’articolo “10 ragioni per non avere un lavoro” l’ho rielaborato in forma personale, producendo una versione in italiano che si trova a questo link.

Relativi: Trollati dai balcani

United States trip, 2017

It’s not long since I returned from the United States, where I spent a period of two months and a half, so here are some impressions that I got from this trip.

I spent most of the time on the west coast, especially in the area of Los Angeles (California), but I also visited Las Vegas (Nevada), New Orleans (Louisiana), and for few days I’ve also been in Baja California, which is part of Mexico.

Before writing in detail about the different places I want to make a general consideration, and that’s that once again I realized how traveling around the world is infinitely more educational than going to school or to the university! I’ve seen so many new places, talked with many new people that reason and behave in a “different” way, and each time I was thinking “really interesting” and “discovering all this is incredibly more useful than the mass of uselessness studied in the classroom for years and years!”.

Inevitably I will compare what I’ve seen with the world I’m used to, that is Italy (mostly) and Spain, as these are the two countries where I spend most of the time.

California

I had a very fortunate perspective of the area of Los Angeles, as I’ve been in part guest of a friend that lives outside the city, on the mountains behind Santa Monica, and in part guest of a friend that lives in the city, in the Sherman Oaks neighborhood. Let’s start with the mountains.

Santa Monica mountains. Quite surprisingly, considering those that could have been the expectations for a trip to Los Angeles, the main and most beautiful character of this period has been certainly nature. I lived immersed in a natural park, in a really unique position one hour from the city center, twenty minutes from the famous Malibu beach, and especially within a two minutes walk from an incredible quantity of wild animals.

Having grown partially in the countryside I’ve seen plenty of animals in my life, so it’s not easy to impress me. But here we’re really talking about another order of magnitude. In the morning I was leaving early for a walk on the trails, and time few minutes after leaving home I was already seeing an extraordinary number of animals. It made me think about what I heard from some elder people, that “once” you would see way more animals in the gardens and in the countryside: probably this is how it was everywhere at that time, I was thinking while walking.

In addition to being many, the animals fascinated me for the type: they had shapes and colors that I had never seen before. Even the most common animals were still a bit different from those of my area. For example the “simple” lizards: in California they tend to be bigger, darker, with pronounced scales. Then naturally there were the lizards that were much less “simple”: I’ve seen one with a blue tail (!) and several times I saw the super cute horned lizard, that deserved a personal video:

Among the wild animals that I met on the Santa Monica mountains there are: rabbits (so many), frogs, turtles, snakes, raccoons, quail, herons, night herons, woodpecker, coyote, “normal” squirrels and ground squirrels, “normal” ducks and ducks with blue bill, coots, grackles, hummingbirds, bobcat, deer, schools of hundreds of baby-catfish, clouds of butterflies. In my typical walk on the trails I was seeing a selection of animals belonging to 5/6 of these species, plus many others never seen before to which I can’t associate a name, unless I use a long description (especially for birds and insects).

Here is a mini-documentary that I produced in this period:

In the video I’ve been able to include only a part of the animals that I’ve seen. I would have liked to include many others but they were too difficult to film, either because they were moving too much (for example the hummingbird that was moving constantly) or because they were too shy and they were running away quickly. I actually noticed this “shyness” in all the animals of the area, and I guess it depends on the fact that the environment was extremely competitive (in other terms: stay always on guard or you will be eaten).

From the video you can see also how is the vegetation the area: very few tall trees or woods, instead there are almost exclusively short bushes and adapted to the dry climate. Many sage plants (that I liked to sniff constantly during my walks).

Malibu. Before getting to Los Angeles city, few notes on Malibu. This is the coastal area famous for being the residency of many Hollywood celebrities, where the houses cost (many) millions of dollars. In theory this should be one of the areas with highest demand not only of Los Angeles, but in the world.

For this reason it seemed weird to me that, at least the times I walked on the beach, a good part of those fabulous houses seemed empty. Clean and in order, but empty. Terraces with no one sunbathing, at most just a housekeeper cleaning around. Even on the beach in front there were relatively few people walking or swimming in the water. The ocean was practically desert, without boats. Weird. Where were the yachts, the millionaires discussing business in front of a drink, the botoxed wives on the beach discussing gossip and laughing at how stupid poor people are, the privileged children taking selfies with friends, the actresses walking their ridiculous micro-dogs?

Could it be that all those celebrities have such a work ethic that they don’t let themselves fool around their mansions, contrarily to me, free in the middle of the week walking around Malibu? The explaination that I found is that actually, even if incredible to think, maybe those fabulous houses are nothing else than second homes for the super rich owners. Owners that were not there simply because they were in others of their houses, or maybe traveling around the world.

Another reason anyway could be that Malibu beach is ugly. This could seem like a strong statement, but that’s exactly the impression that I had. Not only Malibu, I extend this evaluation to all the coastal areas and the beaches around Los Angeles that I’ve seen: the ocean was not attractive at all. The water was not blue, but everywhere a bit muddy and not really transparent. Often in the air there was a mist that made the atmosphere gray. Almost never I’ve been able to see far away the sharp line of separation between ocean and sky: it was always a blurry and grayish transition.

The beaches didn’t show any sign of life: I didn’t see fish in the water (except dolphins far away). Zero shells on the sand. Really a weird contrast compared to the large number of animals on the mountains, within short distance. Not a structure to buy anything, not even a minuscule kiosk to buy at least something to drink. The ocean as I wrote above definitely doesn’t give the impression of being “animated”: very few were the sailboats or the motorboats. I haven’t seen at all fishing boats, cruise ships or large cargo ships. The only ones that I’ve seen “using” the ocean were the surfers -those did- but even them, they were only concentrated around specific areas (for example around Adamson House).

A person living in the area explained to me that this gray and foggy climate of the beaches depends on the geography of the pacific coast and it’s limited to the period in which I’ve seen it (april – may – june). According to him grayness and mist disappear right after, and in summer the beach is much more pleasant for sunbathing and swimming. Maybe it’s like this.

Los Angeles. My impression of Los Angeles is probably conditioned from having spent more time in the best areas, however one thing is certain: the general level of wealth is enormous. It can be seen from the luxury houses, from the gigantic cars, from people’s look: well dressed, well groomed, well put together. In my visit to the Beverly Hills neighborhood I was sure (and amused) of being on the podium of the worst dressed in the entire street. In the Venice neighborhood I saw a sign with an offer of 20.000 dollars as a reward for a lost cat, and I think that is was not a joke.

Upon what is the economy of Los Angeles based? Apart from the obvious quantity of people related to entertainment and Hollywood, I found that a surprising number of people work in the real estate sector. In practice all those to whom I asked “what do you do” replied real estate agent, or something related to buying and selling houses. It seems that the real estate market in the city is hot: I heard that a property put on the market is sold often within a week, and this despite the prices are always in the range of millions.

What kind of shops populate the streets? To confirm the wealth of the city there are in fact beauty salons and yoga gyms. There is a crazy mass of restaurants of every type, competing ferociously. Interestingly I noticed several “psychic” shops, something that definitely you don’t see in Europe, where instead the many more churches take care of catalyzing the spiritual desire of people. One peculiar (and comic) thing are the many ads on the streets with pictures of lawyers with a resolute expression, that offer assistance for trials regarding car accidents or various injuries. It definitely seems that the United States are overcrowded by lawyers hunting for easy cases, to obtain reimbursements of all types.

I believe anyway that especially in Los Angeles live a particularly high number of entrepreneurs, self-employeed, investors, wanna-be actors, artists, or people that don’t work at all. To these categories in fact belong almost all the people I talked with. In the streets of the city the only ones that can be noticed doing “visible” work are the mexican workers, that here and there take care of the gardens of rich people or do construction work. Actually I haven’t seen a single worker around that wasn’t mexican.

The fact that many people don’t have an employee job turn into a mistery the fact that there’s a crazy traffic on the streets of the city, for which I found that Los Angeles is “famous”. I was also stuck in the jam for hours and hours. And yet I was looking at that stream of cars around me and I was wondering: where are all these people going? Why do they move? The congestion is perennial and often even at inexplicable times, like at late morning.

A couple notes on the people of Los Angeles and surroundings, since it’s in this area that I chatted more often with local people, and here is where I spent most of the time.

Maybe I’ve been lucky, but I’ve known many people with interesting stories and pleasant to conversate with. Obviously living in wealth make it easier to be relaxed and well disposed, but still it impressed me how people in general seemed well adapted to society. Seeing people moving so much at ease between beautiful houses, beautiful neighborhoods and beautiful shops, seemed to me kind of… weird. Where was the torment? Where were the worried faces of my little town in Italy? Where was the dysfunction? Almost everyone was saying hi to me with kind words and seemed genuinely well disposed. When I was talking with people, I wasn’t detecting all that chronic pessimism and that negativity that instead I detect often talking with the people of my town.

I’m sure that even in Los Angeles, after all, people have their gnawings and their problems, but in general I really noticed a great social interface in people. My idea in fact is that “rich people” often are not rich by chance, but they are for the mentality that they have and for their way of doing things. Instead of just complaining using the typical italian formula (“everything sucks – they’re all corrupted – they don’t let you do anything”), in Los Angeles I think that the formula is instead “let’s see what type of business could work today”. There’s definitely a more possibilistic mindset and much more spirit of initiative than in Italy.

The crisis of Hollywood. It’s not a mistery that Hollywood is going through a huge crisis, in terms of revenues but even more in terms of ideas. I actually realized this already at home, since now it’s been years that many movies that arrive in the theaters are total garbage: cliches seen over and over, old movies “remade” and reproposed as new, movies with no plot filled only with murders and fears, movies dragged on with “sequels” or dragged back with “prequels”. Producing something new… would be too much eh?

In fact I actually almost completely stopped going to movie theaters: too many times I felt insulted to have to pay both to see movies that are so bad, and to have to watch 20 minutes of commercials before the movie itself. It happens only rarely that I still end up in a theater, if the proposal comes from some friend, and in that case my approach is wary but possibilistic: “mah let’s take a look, maybe it’s time to reupdate my evaluation of Hollywood…”. No, each time the evaluation gets renewed: the movies that arrive in the theaters are still garbage. Last confirmation from the movie Life with actors Jake Gyllenhaal and Ryan Reynolds, that I had the displeasure of watching: if I was a famous actor no price would convince me to take part in such crap.

Anyway getting back to Los Angeles, I was curious to search for evidence of the crisis in the homeland of movies itself, and I saw it. To confirm the total lack of ideas, on the manifestos of the city they were advertising: the emoticon movie (seriously?), the smurfs movie (an animated cartoon that I used to watch as a kid 30 years ago), the n-th episode of Pirates of the Caribbean with the tired face of Johnny Depp, the second episode of Guardians of the Galaxy, and in particular many advertisements of not movies anymore, but of series of fiction on-demand, that people watch privately at home, instead of going to the movie theaters.

It didn’t happen during this trip, but I would have been damn curious to have a conversation with some producer or actor of Hollywood, to find out if they confirmed my impression: that movie producers at this point have become extremely selective in choosing which movies to produce, since many now are generating breadcrumbs compared to the past, and actually many cause even losses (the so called “box office bombs”). So they don’t invest anymore in risky new things, but they only recycle things that already worked in the past. An example is the constant hammering on movies with superheroes.

Then there’s a second big doubt with which I arrived in California, hoping to find a solution, but instead I brought it back home, since no one gave me a convincing explaination. The doubt is about the reaction so extreme and averse that Hollywood has toward the current president Donald Trump. I get it that California and Hollywood in particular have a liberal orientation, but yet this to me is not enough to explain a level of outrage that is so high, especially in the specific of Hollywood. Almost all the actors are flaming against Trump in the interviews, on the social media. A level of aversion too strong to be explained only by the fact that “Hollywood is liberal”. There must be some aspect that I’m missing, economic or who knows, that probably a person who’s inside Hollywood could explain to me better.

Actually in this period in Los Angeles I happened to see a couple of famous actors, but I didn’t bother them. This happened in the Starbucks coffee in the Sherman Oaks neighborhood, where I liked to go for coffee in the morning. The pleasure actually was deriving from the walk to get there and for the chance to study the customers, definitely not for the coffee itself. In fact here are some of my thoughts on coffee.

Coffee. Americans have no clue what “coffee” means. I mean that the philosophy itself of coffee that they have, as an italian I can’t define it in any other way than wrong and to be contrasted ruthlessly! 🙂

In Italy if you enter a bar and ask for “a coffee” the transaction is simple and effective: the bartender puts an espresso in front of you without too many questions, and you pay approximately 1 euro. Easy. In Los Angeles when I asked for “a coffee” in the Starbucks they asked me strange questions: if I wanted a cold or hot brew, what level of roasting, how many “shots” I wanted, if it was to take away. Each time we didn’t understand each other and I was ending up with a different coffee at a different price (always too high). The fact is that Starbucks has dozens of options on the menu, all of them apparently having something to do with coffee, but none decent. They’re all concoctions of caffeine, chemical additives and sugar.

Anyway there’s an interesting situation regarding this famous chain of coffeehouses, that explains why it had so much success: they simply found a huge niche in the market that was empty. A really gigantic one. It’s weird to think about it, but in many areas of the United States no bars existed before Starbucks. In other terms there were very few places that corresponded (even if vaguely) to what an italian bar is, a place where you can go during the day simply for a coffee, to socialize or to read the newspapers. Before in the United States there were mostly only restaurants, places where to have complete meals like lunch and dinner. This explaination comes from the friend of Santa Monica and it seemed very valid to me.

Of course at Starbucks they reinterpreted the concept of bar their own way, producing a “creature” of which some aspects are definitely questionable (the coffee itself indeed), but evidently they found a formula that in the United States works well, and not only there. Also there’s a couple of positive differences from the italian bars, they don’t sell neither cigarettes nor lotteries. Exactly the fact that cigarettes are not so easy to find everywhere in the bars, like it’s in Italy instead, contributes to the fact that an extraordinarily reduced number of people smoke in the United States. This in addition, I guess, to a campaign to demonize smoke that probably went on in recent years.

Obviously, other than Starbucks in the streets there are also independent bars scattered here and there, that don’t belong to the chain. I’ve been in several ones both in Los Angeles and in the other places visited in this trip. The weird thing though is that many of these independents didn’t seem really interested to compete with the colossus. I happened to enter in bars that didn’t have coffee (“we don’t have it, we only make it in winter”… eh?) or that had already “finished” it after lunch () or that were completely closing -the bars themselves- at three in the afternoon, which is exactly when you want to cheat with caffeine against the afternoon sleepiness. Really bizarre.

Anyway even today, between the many Starbucks and the independent bars scattered here and there, it seemed to me that there are still large areas of the country uncovered. More than once with my friends we had to drive for quite awhile, consulting the map on the telephone, searching for a bar where to have a coffee break.

Food. Regarding the grocery stores. Obviously I wasn’t expecting to find food with the high level of quality and freshness that can be found in many italian supermarkets, but nevertheless I found that spending a lot of money in Los Angeles you can bring home some fairly good food. Which makes sense considering the scenario of this city, where people are richer and more focused on health than in the average of the United States.

Fruits and vegetables of good quality can be found quite easily, even organic. But the problem is there and it’s in the animal foods, that means cheese, fish and meat: almost nothing is fresh. You see a bit of fish but it always looks like few days old. Among the cheeses the choice is very limited, and those of higher quality are all imported and really expensive. Fresh bread, what we italians call a “filone”, doesn’t exist at all, only shelves with packaged bread and often with chemical additives. Among the peculiarities of the supermarkets, in comparison with the italian and spanish ones, I noticed enormous sections of dietary supplements and pills of all types, and cashiers that were more kind and professional. Of course the kindness of the cashiers is part of the work interface, but it’s still nice to find it.

Regarding the restaurants instead, where in this period I went much more often than usual (that is almost never). As said in Los Angeles there are cuisines from all around the world. I tried some new interesting foods, especially from the asian cuisine. But I also realized that, more than in Europe, in the food of the restaurants there may be dangerous additives and of their presence is difficult to be aware, as there are no detailed nutrition labels to consult.

For example, once on the menu of a restaurant I saw the indication “without sodium glutamate” on a item, that made me wonder: so in all the other foods without this indication… here they can add the glutamate without any problem? After this episode I raised the level of guard, and yet despite this later during this trip (when I was in Louisiana actually) I got distracted anyway and made a severe error: I added a sauce to my food as condiment, and only later I thought about checking its label. Among the various “ingredients” that I had gulped there was aluminum…

A sharp difference with the italian and spanish restaurants: service is very fast everywhere. Almost every time you sit at a table, and immediately comes the waiter with the menus and to get orders for the drinks. Few minutes to consult the menus, and the waiter is already back with the drinks and to take the orders for the food. Everything happens so rapidly that often I had to ask for additional time to choose, more than once. The mechanism is exactly opposite to that of Italy and Spain, where instead in the restaurants often an eternity is needed before you get served.

A weird thing that happens in the american restaurants is that waiters come constantly during the meal to ask if “is everything ok?”. Once or twice would be even ok, a nice sign of consideration, but sometimes it happened even 4-5 times during the same lunch and the scene became frankly ridiculous. I wonder if in the United States the restaurants, that as I wrote above are in a ferociously competitive sector, depend a lot on the online reputation built with the feedbacks of the customers, so they have developed almost a sort of terror of receiving negative feedbacks.

Last note, which is a known fact: tips. Each time you eat in a restaurant you have to waste time to calculate the percentages. A really inefficient mechanism that they have in the United States, and that fortunately is not common in Italy and Spain. Sure in theory tips encourage a better service, but this really doesn’t justify the waste of time. Also to contribute to slow down the payment phase, I noticed that the american banknotes have all a similar color (a pale beige/yellow), so it’s difficult to distinguish a 1, 5 or 10 dollar bill without analyzing them. Weird that each bill doesn’t have a different color.

Agricolture. To me it seemed that California has a really favorable climate for agricolture, but I’ve seen this potential used only minimally: very few cultivated fields and very few vegetable gardens near the houses. I saw many wineyards, they definitely make wine, but for example I’ve seen almost no olive trees, and I have the impression that they would grow well here.

Anyway it seemed to me that many californians are focused on doing landscaping in their gardens but only for aesthetic reasons, planting definitely many beautiful flowers and ornamental trees, but that instead they’re not focused at all on planting fruits and vegetables near the house, that they prefer to buy in the grocery stores, at high prices and imported. In front of the houses I noticed that often they don’t even plant the minimum necessary, like at least a vase with herbs to cook with.

Nevada

Las Vegas. Las Vegas is like you would imagine it: the crowd, the lights, the casinos. Definitely interesting to see once in a lifetime, but obviously not the agitation in the middle of which I’d like to live long term. This is valid for the center anyway, there are peripheral and residential areas of the city where I’m sure you can live a much more “normal” life. Arriving with the car, already at first sight I’ve seen that the level of general wealth of Las Vegas is certainly lower than in Los Angeles.

The most interesting thing of the casinos was noticing that everything is scientifically designed to milk the visitors to the maximum. The typical casino (I’ve been at the Excalibur) is not a simple structure by itself but a combination: a tall building in which at the ground floor there’s the actual casino, and at the upper floors there is the hotel. So the guests of the hotel are forced to go through the casino to get in and out of the hotel.

The ground floor where people gamble is big, labyrinthine and on purpose lacking directions, getting lost is easy and you always end up spending more time between the slot machines and the gambling tables. There are no clocks on the walls to remind you that time is passing. If you sit at a table to gamble (I did it at  blackjack table where I lost 20 dollars) there are waiters coming periodically to offer you free drinks. Obviously being a bit tipsy makes you lose inibitions and helps you gamble a little bit more.

Another fact that I noticed is that the hotel where I stayed had definitely a low price considered the great standard of the rooms. Even in this I’ve seen something astute: they attract visitors by making the stay in the hotel affordable, because they know that then the guests will leave the real money in the casino, where the effective part of the milking happens.

Both in the casinos and in the streets of Las Vegas, I noticed a difference in the look of people compared to Los Angeles. Here I started to see more people with bellies, here and there obese, and in general not as well put together anymore. As one of my friends had anticipated to me, with whom I had commented on the good shape of people of Los Angeles: “don’t worry, in Las Vegas you will see many more people that look typically american”. Despite this, even in Las Vegas the marvellous fact seen in Los Angeles continued to be true: almost nobody was smoking cigarettes.

Steve Pavlina. During my visit of Las Vegas I had the chance to meet Steve Pavlina, a blogger that lives right in this city and who accepted my invitation for a coffee and a chat. Actually only my friends and I drinked the coffee, Steve had just started since few days a water only fast, that he ended up prolonging up to 40 days (!).

For me it’s been really a special event, Steve is a brilliant man and his work has been very useful to me during the years, in fact I thanked him sincerely. He is without any doubt one of the people that influenced my philosophy of life the most, and actually the fact itself that I was there, to be able to travel in the United States for a period long months, came also from having put into practice his ideas on passive income. His popular article “10 reasons not to have a job” has been a main contributor to make me realize that the employee job I had years ago was a total joke, and in fact actually now no day passes by that I don’t bless the decision of nuking it.

There are also another couple aspects that made me happy about this chat. The first is that I was absolutely at ease in the conversation, an achievement considering that this is exactly the type of events that at times make me anxious, to a point that I even develop one of my proverbial panic attacks. The second is that also another of the friends sitting at the table belonged to that “club” of people that are special for me, that inspired me and helped me a lot in life. You know the saying “surround yourself with people that are more intelligent than you”? Well sitting at the table with these two, that I reunited myself, I thought smiling: “that’s exactly what I’m doing now, yes I’m doing things well!”.

Louisiana

New Orleans. Really interesting to see New Orleans and Louisiana after spending a lot of time in Los Angeles. The contrast was strong: I went from one of the richest areas of the country to one of the poorest.

I ignored the characteristics for which New Orleans is famous (almost always I travel to destinations on which I gather very little information in advance) and I discovered them only once I arrived there: for example that the city has a reputation for the live music, the art, the creole cuisine, the particular architecture. I didn’t even know that such a large percentage of the population was composed by black people. I guess that many are descendants of the slaves that once were working in the sugar cane plantations. The plantations still exist and I’ve seen them driving around Louisiana with a car.

Several things hit me. Definitely a drastic change in the look of people. Many more people seriously obese, and unfortunately an impressive number of people with physical problems, crooked, with limps or on a wheelchair, especially among the blacks. Quite a lot of people drunk in the streets and not looking lucid at all. I think that in New Orleans it’s easy to “get caught” by the theme of pubs, restaurants, jazz music to listen with a beer in front, the parades, the life of the tattooed “artist” that smokes and uses some drugs, and many end up feeling the effects on their physical and mental health. Another factor anyway is certainly diet.

Louisiana is one of the fattest states of the United States and you can tell. A couple times I took notice that inside the restaurant my friends and I were the only non fat clients. In fact the cuisine of Louisiana may be famous, but with me frankly it’s been a disaster. I would summarize it like this: all fried. There’s fish but it’s mostly low quality fish: shrimps that I suspect come almost always from farms, crawfish (similar to shrimps) that in addition to giving me the same suspicion when you eat them you have to throw away 90% of the body, catfish which is a bottom feeder fish. For an almost-vegetarian like me there’s the combination “white rice and beans”, not exactly something I would order at the restaurant but that at least could have filled me, but I found out soon that the beans were cooked in “gumbo” stews with meats coming from who knows where. Then of course there is more: the “Jambalaya” that is an ipercooked mix of rice vegetables and meat, a polenta called “grits”, and for the tourists the alligator sandwitch. Nothing anyway that seemed not harmful for health. Among the few exceptions maybe the oysters.

Even the grocery stores gave me several indications. First of all there seemed to be very few of them: in entire neighborhoods they were completely missing. Among those that I’ve seen many contained the word “dollar” in the name: family dollar, dollar general, dollar tree, to clearly signal the intention to deal with customers that don’t have too many dollars to spend. On the shelves a very sad scenario: processed products, packages, chemical additives, almost nothing fresh. Organic fruits and vegetables a remote mirage, at least in Los Angeles spending a fortune you would find them. I found myself buying some packaged water sold in those plastic containers with the shape that we italians associate to bleach and detergents. And the taste itself of water was bad. Really.

I’m a bit critical also about the musical and artistic scene of New Orleans. My impression is that jazz was born around here, but then got lost in the way a bit. Most of the live music to me seemed in fact the result of alcohol, smoke and frieds: little inspiration and lots of noise. Many bands in the streets were not playing nothing else than “covers” of already existing songs, producing worse versions compared to the original (here too, producing something new… would be too much eh?). The artistic reputation of the city refers essentially to vintage markets, decorative objects, less conventional dressing choices of people. Definitely interesting to see, but doesn’t resonate much with my concept of “art”.

One thing that I really appreciated of New Orleans however is the architecture, many neighborhoods are really cute. The typical house is a “shotgun” house, long and narrow, made of wood, with pastel colors. Under the roofs there are some wooden brackets with curls and floral patterns, and just those increase the charm of the houses significantly. Many buildings anyway seemed to need some fixing, especially new paint on the facades. This is a business that I think would work well in New Orleans, where in general I noticed a particularly low number of shops or businesses of any type (beside the shops related to tourism in the center).

I’ve also been in the area hit by hurricane Katrina in 2005, but I haven’t seen evident signs of the distaster. There were however several empty lots of land. I figure that at this point after many years the wreckages that had to be removed were removed, and many people moved away.

Other areas. I had the chance to see also other areas of Louisiana, traveling with a car. The landscape is definitely particular: all flat, with a very jagged coast, swamps, under a burning sun and with a strong humidity. In fact my level of physical energy in the two weeks here dropped drastically compared to normal.

In the countryside and on the coast the houses presented something new compared to those of New Orleans city: many were elevated on stilts, even several meters high. Clearly to avoid floodings. Many seemed unused anyway. I’ve also seen the old plantation houses, these days almost all of them turned into museums. The agricolture of the state seems to continue to consist only and exclusively in sugar cane: I haven’t seen anything else planted anywhere. There should be rice fields somewhere, considered both the favorable territory and the strong presence of rice in the local cuisine, but I haven’t seen them. Here and there I noticed large industrial factories, I think they were oil refineries.

One of the most interesting things was to see the swamps, another natural scenery very different from the one at home, and from the one seen in California and Nevada. In the swamps I’ve seen for the first time wild alligators, motionless on the trunks or near the water, waiting for preys. Weird actually to find myself with these animals, in “theory” dangerous, blended like this with naturalness in my same landscape. Those that I’ve seen anyway were relatively small, I’ve seen even some really cute baby alligators. I think anyway that underwater there may have been large alligators, few meters long, those that after all wouldn’t mind eating a person. I didn’t dive in to check.

In the car with my friends we drove along the coast toward east, until we saw even a little piece of the state of Mississippi. Even here the ocean (this time the coast faces the Gulf of Mexico) looked to me frankly “ugly” and a bit sad, even if it did have a sort of melancholic appeal. Only a stripe of white sand under the burning sun, no bushes, no shells, no fish, no boats. Almost no people on the beach. Weird.

Baja California

For few days I experienced also a little piece of Mexico, in the peninsula of Baja California that is a little under Los Angeles. Definitely another interesting contrast.

I had in mind this silly image of the small mexican town on a hill, the señores with mustache playing guitar, others sleeping under the sombrero hat for the siesta, the black haired girls with colored gowns, kids playing, smiles, cactuses. It’s not exactly what I’ve seen. Obviously I wasn’t expecting that Mexico would be doing as well as the United States, but I didn’t think that they were doing as bad as I’ve seen. Frankly, I thought they were doing a bit better.

Tijuana. Certainly to contribute to this impression was Tijuana, the first mexican city you meet as soon as you cross the border. Just few miles above there’s San Diego, that is still part of the United States and appears rich and in order, few miles below there’s Tijuana, that is already part of Mexico, and it appears as a tangle of shacks, favelas, messy traffic, run down cars, beggars. The shift in scenario is really drastic and sharp.

My vision of Tijuana anyway happened just on the way, from the car. We didn’t stop, also because everybody in California agreed in saying that “it’s not safe. Maybe you go and have no problems, but better to stay somewhere else.” I don’t think anyway that Tijuana represents the typical mexican city, probably it’s a bit “worse” for the geographic position, right near the border with the United States, that probably made it a crossroads for various types of smuggling, among which certainly drug.

Ensenada. This is a coastal town where I spent three days, and Ensenada already seemed to me definitely like a tranquil and safe place. It does have a certain touristic vocation, considering the souvenir shops and the restaurants, even if actually I haven’t seen many american tourists. Considering the low prices, the coast that is not bad, and that it is within reach for californians, there could be more, but maybe they don’t trust coming even here.

In Ensenada I’ve seen and eaten a bit of fresh fish (even if also the fish seen in the market near the harbor didn’t look super fresh, at least not like the fish I see in the markets of Italy and Spain). In the harbor there were many fishing boats anchored, but in the morning I was seeing only two or three heading to the ocean, the others were all idle. The culinary “scene” didn’t seem sensational, even if it’s in Ensenada that I had both the best coffee and the best dinner of the entire two months and a half of this trip. Purely by chance, the coffee was in an italian bar and the dinner was in an italian restaurant.

In the streets I noticed some peculiarities, the first rather curious is that many pharmacies were promoting with a certain emphasis that they were selling Viagra. I wonder if it’s because men around here are particularly focused on sex, or if the sale is intented for american tourists that maybe can buy the drug at reduced prices. I noticed also a large and definitely unusual number of signs with job offers, on shops both in the town and in the surroundings. I found it weird considering that the economy in the area is visibly all but “in ferment”. I tend to think that they’re jobs where they pay such a misery, that for local people having them or not makes almost no difference.

Among the things that I discovered in this trip there are the mexican television shows. They’re really… worth a note! Something that made my jaw drop in front of the tv: captivated and horrified at the same time. The words “trash” and “dreadful” don’t even give a close idea of what they broadcast around here.

Apparently the concept of entertainment in the mexican show is a large group of people amassed inside a tv studio, with grotesque costumes, that dance, trip each other, pinch each other on the arms, put elastic bands on the face while they sing karaoke, wink, wave, with the camera that spans from one person to the other, with the background of festive music. Actually one of my friends made me notice that one of the characters of the Simsons cartoon, Bumblebee man, is portraying exactly one of these characters of the mexican shows. I’m rather shocked anyway: I swear that I won’t complain anymore about the italian trash shows, since the worst of them is still broadcasting high philosophy compared to the mexican ones!


Notes: Some time ago I reworked the article “10 reasons not to have a job” into a personal form, producing a version that can be found at this link.

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Il lavoro nel futuro: umani o robot?

Una questione affascinante su cui riflettere è: chi lavorerà nel futuro, umani o robot?

I robot prenderanno in carico quasi tutti i lavori? E in questo caso, che cos’altro faranno gli umani durante il giorno, con tutto il tempo libero a disposizione? Oppure lo scenario non cambierà granché: seppure in una società più robotizzata gli umani continueranno comunque a lavorare gran parte del tempo?

Ai due diversi scenari corrisponde il cambiamento, o il mantenimento, del concetto stesso di lavoro e di alcune strutture, soprattutto il sistema del denaro e la produzione di energia. Facile capire che se cade la necessità di guadagnare denaro, e se cade la necessità di pagare l’energia, più facilmente cade anche la necessità di lavorare.

Voglio provare ad analizzare le due possibilità. Sulla prima posso offrire un punto di vista personale, considerando che mi ritrovo già a viverla: non ho un lavoro e ho tantissimo tempo libero. In questo caso c’è da valutare cosa succederà se la percentuale di persone che vivono come me, oggi una minoranza, aumenterà in futuro. Preferisco però partire dallo scenario più familiare e quindi semplice da immaginare: quello in cui gli umani continueranno a lavorare gran parte del tempo.

Gli umani continueranno a lavorare

Che la tecnologia continuerà comunque a svilupparsi mi sembra ovvio, per cui inevitabilmente continuerà la tendenza che va avanti ormai da un po’: cioè gli umani continueranno ad essere sostituiti progressivamente dai robot nel lavoro, visto che i robot in gran parte dei casi sono più precisi ed efficienti.

Per molte persone che hanno provato a prevedere il futuro, questo argomento è significato automaticamente che arriverà il giorno in cui l’umanità sarà liberata dal lavoro. Ma io non sono certo di condivire questo ottimismo. Mi sembra invece da non sottovalutare la possibilità che, man mano che i lavori umani passeranno di mano ai robot, sempre più lavori falsi verranno inventati per tenere occupati gli umani.

Con lavori falsi intendo lavori improduttivi, che non generano risorse concrete, o lavori superflui, che generano risorse in eccesso che poi vengono buttate via. In effetti tanti lavori di entrambe le tipologie esistono già adesso, e tengono occupata l’umanità già adesso. Per cui quello di cui sto parlando non è altro che una continuazione del fenomeno già in corso, che potrebbe sopravvivere e amplificarsi.

Oggi esempi molto evidenti di lavori improduttivi si vedono nel settore bancario e politico, mentre dei lavori superflui ne è diventato testimonianza internet, che ormai è decisamente ultra-saturo, perché inondato ogni giorno da nuovi contenuti creati da plotoni di giornalisti e autori, contenuti che però raggiungono un pubblico sempre più microscopico. Anche molte scuole odierne sono fabbriche di lavori superflui, dedicati a fornire agli studenti tante conoscenze che non useranno mai -quindi le butteranno via– in età adulta.

È plausibile che il futuro presenterà un quadro in cui, seppure nel contesto di una grande abbondanza di risorse generata da robot ancora più avanzati ed efficienti di quelli attuali, gli umani continueranno comunque ad avere pochissimo tempo libero, perché molto occupati in lavori inventati… appunto allo scopo di tenerli occupati.

Ci si può chiedere: lavori inventati da chi? Un complottista probabilmente risponderebbe “dal sistema”, e non c’è certo dubbio che il sistema trae beneficio dall’avere la maggioranza delle persone impegnata a lavorare, con poco tempo libero. In questo modo si ha una massa più ignorante e stanca, facile da manipolare. Io però credo che per lo più siano le persone stesse a tendere verso questi lavori inutili, senza troppa necessità di una qualche “agenda segreta” che ce li spinga.

Per capirne il motivo basta osservare come si comportano le persone quando hanno tempo libero: la maggior parte, in effetti, non è per niente a suo agio con il tempo libero.

Il tempo libero è interruttore che può causare un aumentato livello di coscienza, e un alto livello di coscienza spesso è difficile da sostenere: nascono domande a cui è durissimo rispondere, nascono tante incertezze. È per questo motivo che spesso le persone, quando non lavorano, fanno un lavoro sistematico proprio per abbassare il livello di coscienza: mangiando cibo spazzatura, guardando la televisione, facendo shopping, bevendo alcool.

In aggiunta a questa tendenza spontanea, come anticipato sopra, due fattori determinanti sono il denaro e l’energia. Se perdura un sistema finanziario simile a quello attuale, molti umani continueranno a trovarsi in una situazione di grande abbondanza di risorse (abbondanza che probabilmente si estremizzerà grazie ai robot), ma a tali risorse continueranno a poter accedere solo tramite il denaro, che quindi cercheranno di guadagnare lavorando. Similmente per l’energia: se non diventerà abbondante e di facile accesso per tutti, gli umani continueranno a lavorare per pagarla.

Inoltre potrebbe nascere tutta una serie di nuovi bisogni artificiali, a cui risponderebbero tanti nuovi lavori artificiali. Qui si può immaginare un numero di scenari più o meno distopici, ad esempio un pianeta in cui nonostante i robot avranno risolto completamente il problema di produrre le risorse essenziali, gli umani saranno comunque assorbiti da una gigantesca industria di intrattenimento, fatta di realtà virtuali e videogiochi, all’interno della quale continueranno a lavorare molte ore a settimana.

L’idea suona abbastanza inquietante, ma in effetti non sarebbe altro che l’acutizzazione di quello che succede oggi. In questo senso si potrebbe dire che il futuro è già adesso. L’unica differenza sarebbe che, se oggi la percentuale lavori reali vs lavori artificiali è qualcosa come 30% vs 70%, in futuro potrebbe sbilanciarsi ancora di più verso i lavori artificiali, e diventare qualcosa come 5% vs 95%. All’interno della piccola percentuale di lavori reali che sopravviveranno in futuro, probabilmente esisteranno quasi esclusivamente i lavori in cui il “fattore umano” (immaginazione, creatività, emozioni) è un vantaggio non sfidabile dall’efficienza robotica.

Riassumento brevemente quindi, in questo primo scenario molti umani continuerebbero a lavorare anche nel futuro, sia per sfuggire al tempo libero o sia perché continuerebbero a credere di dover lavorare. Questo implica che seguirebbero ad adottare il concetto di lavoro che esiste adesso (è “lavoro” se viene retribuito con denaro), e implica che seguirebbero a non accorgersi che lavorare per denaro, in un sistema finanziario simile a quello attuale, è come giocare a un tavolo di poker truccato a proprio sfavore.

Si tratta dello scenario che mi attrae di meno, perché prevede un’umanità futura molto inconsapevole, ma conserva comunque alcuni aspetti positivi, soprattutto per quella minoranza di persone che decideranno di non lavorare. Infatti visto che tutti gli altri saranno occupati a lavorare, per chi avrà più tempo libero ci saranno più opportunità disponibili, meno competizione, meno traffico, meno file, e così via.

Gli umani smetteranno di lavorare

La seconda possibilità consegue a una trasformazione più radicale della coscienza, e credo anche che corrisponda allo scenario più probabile. In effetti, tendo anch’io a dare per scontato che si andrà verso questo scenario nel futuro, se non fosse che la domanda “ma allora perché non è già successo?” mi fa essere cauto. La mia impressione è che una trasformazione avverrà, ma molto più lentamente di quanto prevedono alcuni.

In questa visione, le persone abbandoneranno in massa quello che oggi viene considerato lavoro. Volenti o nolenti, la disoccupazione arriverà per quasi tutti: alcuni abbandoneranno il lavoro consapevolmente e volontariamente, altri invece verranno spinti nella disoccupazione dai robot, da cambiamenti profondi del denaro (magari da fiat a criptovaluta), dagli imprenditori che renderanno l’energia abbondante e accessibile, da governi più piccoli ed efficienti.

Quelli che verso la disoccupazione ci verranno spinti, probabilmente, cercheranno più degli altri di tenere in vita un mercato di lavori falsi, che difficilmente sparirà del tutto. Gli altri però si saranno finalmente arresi all’evidenza: in un mondo altamente tecnologico e abbondante di beni e servizi, prodotti facilmente dai robot e accessibili a tutti, il vecchio concetto di lavoro non ha più senso: la sua motivazione di esistere, semplicemente, è sparita.

Tutte queste persone dunque si ritroveranno di fronte alla stessa questione che io ho già affrontato qualche anno fa, quando ho abbandonato il mio impiego: che cosa faccio durante il giorno? Fino ad oggi, per molte persone questa domanda probabilmente suonerebbe addirittura come minacciosa: la collegherebbero immediatamente alla domanda come farei a evitare la noia?. È da qui infatti che parte la ricerca di distrazioni, di attività che “tengano occupati” (quali sono ormai molti lavori esistenti).

Che succederà però nel futuro, se le persone ci guarderanno dentro a questa noia, anziché cercare di evitarla con l’intrattenimento? In effetti, se i lavori falsi avranno perso qualunque credibilità come opzione di riempi-tempo parziale, estendere le finzioni televisive e i videogiochi a tutto il tempo potrebbe farsi sentire come insoddisfacente per molte persone. Anche viaggiare nel mondo reale, un’attività che molti fantasticano di fare “se non fosse per il lavoro”, se fatto continuamente potrebbe non riuscire a scacciare la sensazione di mancanza di scopo.

Che cosa faccio con il mio tempo? è una questione difficile -persino esistenziale– visto che inevitabilmente fa nascere altre domande in catena: che cosa faccio con la mia vita? e quindi qual’è il senso della vita? In faccia a quest’ultima domanda potrebbero ritrovarsi a guardare in tantissimi nel futuro, molti più di oggi. E dalla gran varietà di risposte che giungeranno, il pianeta e la società potranno davvero trasformarsi in modi imprevedibili.

È possibile che, dopo svariate riflessioni, molte persone giungeranno a una conclusione simile a quella a cui sono giunto io: a meno di vivere la vita aspettando che si manifesti una qualche “divinità” o “autorità superiore” a rivelarci un senso della vita universale, che vale per tutta l’umanità (cosa che forse, probabilmente, non avverrà mai) è bene che ce lo assegnamo da soli, individualmente, un senso alla nostra vita. Il senso che scegliamo è proprio il senso della vita, quello “giusto”.

Tale scelta sarà cruciale per decidere se anche nel futuro noi umani continueremo a fare qualcosa durante il giorno, piuttosto che diventare una specie quasi del tutto inattiva, imboccata dai robot. Chi si sarà preso il tempo per decidere come usare la propria vita, avrà la motivazione per svolgere delle azioni.

A questo punto però, tali azioni faranno parte di un concetto di lavoro del tutto nuovo, profondamente diverso dal precedente, proprio perché profondamente diversa sarà la motivazione che lo genera. La motivazione non sarà più ottenere i “vecchi” beni e servizi, ormai in esubero e poco interessanti, ma sarà un impulso proveniente soprattutto dall’interno, e non più dall’esterno.

A un cambio così sostanziale nella motivazione che genererà il lavoro, conseguirà probabilmente un cambio sostanziale nei campi verso cui tale lavoro si indirizzerà. Difficile immaginare, in effetti, che in uno scenario in cui il lavoro sarà altamente facoltativo e gli umani decideranno di farlo a seguito di un processo di introspezione, gli sforzi verranno impiegati per produrre souvenir o educazione irrilevante. Possibilmente a ricevere una forte spinta saranno campi nuovi come la sperimentazione genetica, l’esplorazione spaziale, e soprattutto la ricerca sul funzionamento della mente.

Questo che descrivo qui, quindi, è uno scenario in cui gli umani smetterebbero di lavorare -ma per quello che è il vecchio concetto di lavoro-. Molti però potrebbero rimanere attivi adottando una nuova filosofia, ed è proprio secondo questa che potrebbero cominciare più spesso a sentire di voler “lavorare”.

Il mio percorso

Io alla questione che cosa faccio con il mio tempo? ho avuto la fortuna di arrivarci ben preparato. La disoccupazione è qualcosa che ho cercato e voluto fortemente. Il motivo della mia determinazione è venuto proprio dall’essermi preso del tempo per decidere quale fosse il senso della vita, per che cosa volessi usare la mia.

La risposta che ho trovato, che comunque si è raffinata col tempo e che continua a raffinarsi, è che il senso della vita è l’amore: l’amore che diamo e l’amore che riceviamo. In seconda battuta, il senso della vita consiste anche in esplorare e capire meglio l’universo, godere delle cose belle che esistono, e produrre nuove cose belle.

Questo tipo visione di questo tipo ha avuto effetti in tante aree della mia vita, e ovviamente anche sul mio concetto pratico di lavoro. Il concetto che avevo prima è diventato obsoleto e ormai non più proponibile. Lavoro è diventato aggiungere qualcosa di bello al mondo, e di alta qualità. Favorire la qualità rispetto alla quantità mi sembra imprescindibile a questo punto, visto appunto il grado di saturazione a cui è giunta la produzione umana in moltissime aree, sia di prodotti materiali che immateriali.

Trovo che per me funziona bene, tenere in mente questo principio generale: infatti qualunque sia il progetto specifico a cui decido di dedicarmi (che sia scrivere un articolo, produrre un documentario, costruire una casa…), mi ricorda sempre perché lo sto facendo e come farlo. Il che non comporta certezza di buoni risultati, ma trovo che mi motiva ad agire. È un principio che ha creato e crea con naturalezza attività da inserire nel mio tempo, quando sento di voler “lavorare”. In effetti è difficile ormai etichettarlo come tempo lavorativo o tempo libero, visto che il confine tra i due è irrimediabilmente diventato molto sfumato.

Raccogliere una cartaccia per strada è lavoro? Curare il giardino è lavoro? Anche quando le persone mi chiedono che lavoro fai? non sono proprio sicuro di cosa rispondere, anche se ultimamente me la cavo spesso con un rapido ed elegante “imprenditore”.

Riguardo a quanto lavorare, in questi ultimi anni ho sentito di lavorare sui miei progetti solo qualche ora al giorno, una quantità di tempo piccola che comunque mi ha fatto ottenere diversi risultati che mi sembrano buoni. I motivi per cui non ho lavorato di più sono essenzialmente due: il primo è che, effettivamente, non voglio perdermi tutto il bello che c’è “la fuori” nell’universo (e ce n’è tantissimo) lavorando gran parte del tempo.

Il secondo motivo viene da uno dei miei più grandi conflitti interni, spiegato bene dal famoso mito della caverna di Platone. Detto in breve, ho l’impressione che alcune delle cose più di valore che ho da dare al mondo (ad es. le informazioni utili che ho trovato) spesso al mondo in effetti non interessino granché, per cui spendere tantissime ore a lavorarci intorno forse non ha senso. Allo stesso tempo, non sono sicuro di voler lavorare tanto su qualcosa per cui c’è più interesse, ma che io non “sento” essere il mio forte. Questo è un dubbio che ancora non ho risolto, ma credo comunque che appartenga anche a molte altre persone, per cui non mi sento solo nel conflitto 🙂

In effetti, credo che è attraverso questo tipo di “percorsi” interni (introspezione, come ho scritto sopra) che potrebbe passare la ridefinizione del lavoro nel futuro. Se i lavori sopravviveranno assumendo una forma nuova, abbandonando quella corrente -spesso grottesca- di lavori falsi, tale forma potrebbe essere influita proprio da processi come quello di disidentificazione da parte degli umani con il ruolo lavorativo. Si parla insomma di “rivedere” la relazione con l’ego, una relazione niente affatto… facile.


Note: Seppure affascinante, questo argomento è a dir poco teorico e filosofico. L’articolo potrebbe avere qualche contraddizione, ma credo comunque che contenga diversi spunti utili.

Relativi: La funzione del lavoro, Qual’è la tua etica lavorativa?

Labor in the future: humans or robots?

A fascinating question to reflect on is: who will work in the future, humans or robots?

Will robots take charge of almost all the jobs? And in this case, what else will humans do during the day, with all the free time available? Or the scenario will not change much: even if in a more robotized society, humans will continue to work most of the time anyway?

The two different scenarios correspond to the change, or the persistence, of the very concept of job that exists today, and of some structures, in particular the monetary system and the production of energy. Easy to understand that if the necessity to earn money vanishes, and if the necessity to pay the energy vanishes, more easily also the necessity to work vanishes.

I want to try to analyze the two possibilities. On the first one I can offer a personal point of view, considering that I’m living with it already: I don’t have a job and I have a lot of free time. In this case, it must be evaluated what will happen if the percentage of people that live like me, today a minority, will grow in the future. However I prefer to start from the scenario that is more familiar and therefore easy to imagine: the one in which humans will continue to work most of the time.

Humans will continue to work

It seems obvious to me that technology will keep on being developed, so inevitably the trend that has been going on for awhile now will continue: i.e. humans will continue to be gradually replaced by robots in their jobs, since the robots in most cases are more precise and efficient.

For many people that tried to predict the future, this argument meant automatically that will come the day when humanity will be freed from labor. But I’m not sure of sharing this optimism. To me instead, it seems better not to underestimate the possibility that, as human jobs will switch to robots, more and more fake jobs will be invented to keep the humans busy.

With fake jobs I mean unproductive jobs, that don’t generate concrete resources, or superfluous jobs, that generate resources in excess that later are thrown away. Actually many jobs of both types exist already now, and keep the humanity busy already now. So what I’m talking about is nothing else than a continuation of the phenomenon already in progress, that could survive and get amplified.

Today very evident examples of unproductive jobs are seen in the banking sector and in politics, while of the superflous jobs the evidence has become internet, that by now is definitely ultra-saturated, because it’s flooded every day with new contents created by armies of journalists and authors, contents that however reach an audience that is more and more microscopic. Even many of today’s schools are factories for superfluous jobs, dedicated to provide the students with a lot of knowledge that they will never use -so they’ll throw it away– in adult age.

It’s plausible that the future will present a picture in which, even if in the context of a great abundance of resources generated by robots even more advanced and efficient than the current ones, humans will continue to have very little free time, because they’ll be very busy with jobs invented… exactly with the purpose of keeping them busy.

Someone could ask: jobs invented by whom? A conspiracy theorist would probably answer “by the estabilishment”, and there’s definitely no doubt that the estabilishment gets benefits from having the majority of people busy working, with little free time. In this way there’s a more ignorant and tired mass, easy to manipulate. However I believe that in large part it’s people themselves that tend toward these useless jobs, with no much need of some “secret agenda” to push them.

To understand the reason it’s sufficient to observe how people behave when they have free time: the majority, actually, is not at all at ease with free time.

Free time is a trigger that can cause an increased level of consciousness, and a high level of consciousness often is hard to sustain: questions hard to be answered appear, a lot of uncertainties appear. It’s for this reason that often people, when they’re not working, do a systematic job to actually lower the level of consciousness: eating junk food, watching television, going shopping, drinking alcohol.

In addition to this spontanous tendency, as anticipated above, two determinant factors are money and energy. If a financial system similar to the current one persists, many humans will continue to find themselves in a situation with great abundance of resources (abundance that will probably become more extreme thanks to the robots), but they will be able to access those resources only through money, that they will try to earn by working. Similarly for energy: if it will not become abundant and easily accessible for everybody, humans will continue to work to pay for it.

Also, a whole series of new artificial needs could arise, to which many new artificial jobs would reply. Here a number of more or less distopyan scenarios can be imagined, for example a planet where despite robots will have solved the problem of producing the essential resources, humans will be absorbed anyway by a gigantic industry of entertainment, made of virtual realities and videogames, inside of which they will continue to work many hours per week.

The idea sounds rather disquieting, but actually it wouldn’t be anything else than the acutization of what happens today. In this sense we could say that the future is already now. The only difference would be that, if today the percentage real jobs vs artificial jobs is something like 30% vs 70%, in the future it could lean even more toward the artificial jobs, and become something like 5% vs 95%. Within the small percentage of real jobs that will survive in the future, probably there will only be jobs in which the “human factor” (imagination, creativity, emotions) is an advantage not challenge-able by robotic efficiency.

So as a quick recap, in this first scenario many humans would continue to work also in the future, either to escape from free time or because they would continue to believe that they have to work. This implies that they would continue to adopt the concept of job that exists now (it’s “job” if it’s compensated with money), and implies that they would continue not to realize that by working for money, in a financial system similar to the existing one, they basically play a poker game rigged to their disadvantage.

It’s the scenario I’m less attracted to, because it involves a very unaware future humanity, but it still holds some positive aspects, especially for that minority of people that will decide not to work. In fact, since everybody else will be busy with their jobs, for those who will have more free time there will be more opportunities available, less competition, less traffic, less lines, and so on.

Humans will stop working

The second possibility comes from a more radical transformation of consciousness, and I believe that it’s also the most likely scenario. In fact, I would tend to give for a fact that we will go toward this scenario in the future, if it wasn’t that the question “but then why it didn’t happen already?” makes me cautios. My impression is that a transformation will take place, but much more slowly than some people predict.

In this vision, people will abandon in mass the things that today are considered jobs. Willingly or not, unemployment will come for nearly everyone: some will abandon their jobs consciously and voluntarily, others instead will be pushed into unemployment by the robots, by profound changes in money (maybe from fiat to cryptocurrency), by entrepreneurs that will make energy abundant and accessible, by smaller and more efficient governments.

Those that will be pushed into unemployment, probably, will try more than the others to keep alive a market of fake jobs, that unlikely will disappear completely. The others however will have finally surrendered to the obviousness: in a world that is highly technological and abundant of goods and services, easily produced by the robots and accessible to everyone, the old concept of job doesn’t make sense anymore: its motivation to exist, simply, disappeared.

So all these people will find themselves in front of the same question that I faced already few years ago, when I quit my job: what do I do during the day? Until today, for many people this question would probably sound as threatening: they would associate it immediately to the question how would I avoid boredom? It’s from here, in fact, that begins the search for distractions, for activities that “keep us busy” (as many existing jobs are, at this point).

But what will happen in the future, if people will look inside this boredom, instead of trying to avoid it with entertainment? In fact, if fake jobs will have lost any credibility as option of partial time-fillers, extending the television fictions and the videogames to the whole time could feel as unsatisfactory for many people. Even traveling in the real world, an activity that many fantasize to do “if it wasn’t for the job”, if done constantly could not dissipate the feeling of a lack of purpose.

What do I do with my time? is a difficult question -even existential– since inevitably it originates other questions in chain: what do I do with my life? and so what is the meaning of life? In front of this last question a huge number of people could land in the future, a lot more than today. And from the great variety of answers that will come, the planet and the society could really be transformed in unpredictable ways.

It’s possible that, after several reflections, many people will reach a conclusion similar to the one that I reached: unless we decide to live life waiting for the manifestation of some “divinity” or “superior authority” to reveal to us a universal meaning of life, valid for the whole humanity (something that maybe, probably, will never happen) it makes sense that we assign it by ourselves, individually, a meaning to our life. The meaning we choose is exactly the meaning of life, the “right” one.

This choice will be crucial to decide if even in the future we humans will continue to do something during the day, rather than becoming an almost completely inactive species, fed by robots. Those who will take the time to decide how to use their life, will have the motivation to act.

But at this point, these actions will be part of a totally new concept of labor, profoundly different from the previous, just because the motivation that generates it will be profoundly different. The motivation will not be anymore obtaining the “old” goods and services, at this point redundant and not really interesting, but it will be an impulse coming mostly from the inside, and not anymore from the outside.

To such a substantial change in the motivation that will generate labor, probably a substantial change in the fields toward which labor will be addressed will follow. Hard to imagine, in fact, that in a scenario where labor will be highly optional and humans will decide to work following a process of introspection, the efforts will be employed to produce souvenirs or irrelevant education. Possibly those that will get a strong momentum will be new fields like genetic experimentation, space exploration, and in particular the research on how the mind works.

So, the one I’m describing here is a scenario in which humans would stop working -but for what is the old concept of work-. However many of them could stay active by adopting a new philosophy, and according to it they could more often start to feel to want to “work”.

My journey

I’ve been lucky enough to reach the question what do I do with my time? well prepared. Unemployment is something that I searched for and that I wanted strongly. The reason for my determination came in fact from having taken the time to decide what was the meaning of life, for what I wanted to use mine.

The answer that I found, that went through refinement with time anyway and that is still being refined, is that the meaning of life is love: the love that we give and the love that we receive. Secondly, the meaning of life consists also in exploring and understading better the universe, enjoying the beautiful things that exist, and producing new beautiful things.

This type of vision had effects in many areas of my life, and obviously also on my practical concept of job. The concept I had before became obsolete and not proposable anymore. Working has become adding something beautiful to the world, and having high quality. To me favoring quality over quantity seems necessary at this point, considering the degree of saturation reached by the human production in many many areas, both of material and immaterial products.

I find that for me it works well, to keep this general principle in mind: in fact whatever is the specific project I decide to work on (be it writing an article, producing a documentary, building a house…), it always reminds me why I’m doing it and how to do it. This doesn’t imply certainty of good results, but I find that it motivates me to act. It’s a principle that created and creates with ease activities to insert in my time, when I feel that I want to “work”. To be honest it’s difficult at this point to label it as working time or free time, as the boundary between the two has inevitably become very blurry.

Picking up a paper in the street is work? Taking care of the garden is work? Even when people ask me what is your job? I’m not really sure what to answer, even if lately I solve the doubt by using the quick and elegant answer “entrepreneur”.

About how much to work, in these latest years I felt like working on my projects just few hours per day, a small amount of time that anyway made me obtain several results that seem good to me. The reason why I didn’t work more are essentially two: the first one is that, actually, I don’t want to miss all the beautiful things “out there” in the universe (there are so many) working most of the time.

The second reason comes from one of my biggest internal conflicts, explained well by the famous allegory of the cave by Plato. In short, I have the impression that some of the most valuable things I have to give to the world (e.g. the useful information I found) often are not of any interest for the world, so spending many hours working on them maybe doesn’t make sense. At the same time, I’m not sure I want to work a lot on something for which there is more interest, but that I don’t “feel” is my strength. This is a doubt I haven’t solved yet, but anyway I believe that it belongs to many other people, so I don’t feel lonely in the conflict 🙂

Actually, I believe that is right through this type of internal “journeys” (introspection, as I wrote above) that the redefinition of labor could pass in the future. If jobs will survive taking a new form, abandoning the current one -often grotesque- of fake jobs, such form could be influenced by processes like the one of disidentification by humans with their job role. So here we’re talking of “reviewing” the relationship with the ego, a relationship not easy… at all.


Notes: While fascinating, this topic is to say the least theoretical and philosophical. The article could have some contradictions, however I believe that it contains several useful points.

Related: The function of labor, What is your work ethic?

Trolled by the Balkans

I have spent most of the last two months traveling, of which some weeks in the Balkans, that I’ve decided to describe in this article. The two friends I was traveling with and I were curious about this part of Europe, that we expected to be the most authentic and “different” compared to the Europe we’re familiar with.

We were certainly not disappointed: the result has been a very interesting trip, even if frankly I’ve seen some of the most absurd places of my life. In fact often during the trip we joked saying that we were constantly trolled by the Balkans, that were presenting in front of our eyes some scenarios that were so weird and inexplicable that we were left uncertain and with the feeling “what the heck are we seeing?”.

This is the video that I produced, that contains some of the things seen in the countries I’ve been to: Albania, Greece, Macedonia, Serbia, Kosovo, Montenegro, Bosnia-Herzegovina, Croatia.

General impressions I had during the trip

There is an impressive amount of unused land in these countries, that is not farmed or used for pasture. It’s surprising to think that many people kill each other to live in arid areas of the middle East, while here in the Balkans there is so much fertile land that no one uses. The little agricolture and animal farming often are translated into food with quality that varies from “ok” to “dreadful”.

I perceived a general vibration of obliviousness and sleepiness, mixed to a certain disinterestedness for the environment and the people around, that especially in the inland Balkans produce insanely irregular neighborhoods, chaotic traffic, rows of street vendors and shops that offer all the same products (empty, and I don’t know how they carry on).

Even if here and there there are churches with delightful proportions, and some of them appear in this video, the sense of aesthetics and art is missing a lot. The difference for me, coming from Italy, is really dramatic. I’ve seen entire cities where apparently the idea of decorating a neighborhood with a fountain or a garden has never been taken into consideration.

In return people seemed rather friendly everywhere, and all these places gave me the impression of being safe, where street crimes and robberies are not common events. Also, even if currently I would definitely prefer not to live there stably, I’ve seen a lot of potential in the Balkans: who knows how they will transform in the future?

Specific impressions on the individual countries

Albania: a very, very strange country. The most inexplicable thing are the thousands (many thousands) of unfinished buildings scattered everywhere, built without any criterion. I don’t think that the concept of urban plan exists in Albania. You see a thirty floor skyscraper without windows -abandoned- next to a gas station -abandoned- next to a series of five multicolor condos in ruins -abandoned- next to a roman empire style villa without windows -abandoned-.

There are mosques scattered here and there in the industrial areas, in the countryside, on the mountains, that is hard to imagine they’re ever reached by anyone. In the countryside you see cement bunkers, skeletons of houses that could be inhabited, but with toys and puppets hanging on a rope from the balconies. In the rural areas donkeys are used a lot to transport materials, small ones, like mini-donkeys. In the cities, surprisingly, cars are rather high level, in fact I think I’ve seen many more suvs in Durres and Tirana than in Rome.

Among the best trolls by Albania: seeing two men playing cards on an improvised table, at the side of a highway and under the sun, in the absolute middle of nowhere and very far from any town or city, that make you wonder: a) how did they manage to get there since they don’t seem to have a car b) why there c) why are they playing cards few feet away from the border of the highway, at risk of being hit by a truck. At least go a little bit further and in the shade!

Greece: in this trip we only visited the north part of Greece, that seemed to me depopulated and with a rather dry ladscape. The cities I’ve been to, for example Ioannina and Kastoria, left me the impression of sleepiness I was mentioning above, of not having charisma. Thessaloniki, much bigger, is without any doubt more animated, but too touristy and chaotic for my taste.

One thing that surprised me a bit is that everywhere, especially in the lesser known and more isolated towns, it seems like there are no ancient buildings. I’m used to the picturesque towns of Italy, full of castles, towers, stony buildings and with a medieval appearance. In the north of Greece instead I haven’t seen any town that would suggest a long history. Many small towns are simply groups of houses with the aspect that I would define “normal”: with facades in cement, built recently. And the ancient houses, where have they gone?

Surprisingly, at least for what I was expecting considering the previous trips to Athens, it wasn’t easy to find quality food in the north of Greece. In the supermarkets there was a predominance of processed foods, and little fresh fish. Even finding a restaurant where to eat a real meal has been difficult. In Ioannina for example it seems like there is only a plethora of coffee-bars, where they serve drinks and snacks, but very few restaurants.

Misteries: in the countryside we noticed here and there small fields of tobacco and cotton. What do they do with such small harvests? The tobacco maybe is smuggled, but the cotton? Another mistery is the exaggerated number of pharmacies. In a small town with very small population we counted five, almost one next to the other.

Macedonia: after the break of “normality” in the north of Greece, close anyway to the Europe I’m familiar with, the trolling took off in Macedonia. It’s here that I’ve seen some of the weirdest scenes of the Balkans.

The absurd way of routing the electric wires to the buildings, of which I already had a taste in Albania anyway: large tangles of wires hanging on top of the poles, from which webs depart in all directions. I wonder: if there is a damage at one of the wires, how does the repairman find it in that mess? Again I’ve seen many unfinished and unused buildings (but not as many as in Albania) and an architecture with a style “slightly” inhomogeneous.

One bizarre thing is that several times I observed people trying to find what were the typical traits of people from Macedonia, and I didn’t succeed at all. In Albania, for example, I had found a certain recurrent scheme in the facial structures. In Macedonia instead I’ve been to a couple of cities where, no matter how hard I tried, there was no way, until I surrendered to the evidence: everybody seemed to be completely different from everybody.

In Macedonia I’ve seen one of the highest levels of obliviousness regarding aesthetics (the historical visit to an art gallery containing “artistic” posters that I commented -even if with arrogance- of being able to scribble with a pen myself, maybe while I’m chatting on the phone) and regarding the “concept” of food. The quality of fruits and vegetables seemed ok to me, the problem was to find protein: lack of fresh fish everywhere (anyway forgivable for a inland country) and especially good quality meat (there’s a lot of processed meat and predominantly pork). I’ve never noticed organic food in the supermarkets I’ve been to.

Serbia: I’ve seen very little of Serbia, we just did a raid of few hours with the car, in the south, passing some tiny villages on the road and until we reached Vranje, a town that has very vaguely the appearance of a town on the mountains of north Italy. I haven’t seen enough anyway to notice particular differences from the other countries of the Balkans nearby.

Kosovo: we entered from the south of the country and drove along all the big road that leads to the capital, Pristina. Initially Kosovo fooled us with a landscape full of green and nature, but the scenery changed quickly: the sides of the road gradually started to become crowded with large shops: car dealers, distributors of construction materials, restaurants. An uninterrupted chain of businesses, until the capital, that definitely slows down traffic. All these shops anyway gave me the idea that they had absolutely no customers, and yet they were there: open.

The scene repeated in the city, at Pristina, an impressive quantity of shops of every type, from beauty centers to electronic stores, that seemed open and most of them without customers. I couldn’t understand why they opened those stores and how they were carrying on.

Pristina itself has a wild architecture: skyscrapers mixed with mosques mixed with cement barracks. Here too the tangles of electric wires camp everywhere. It was interesting to discover that the center is patroled by american soldiers, most of them twenty years old unaware guys and with the attitude “we’re saving the world”. Actually, from the little I know about the history of the country, I deduce that they’re kept there walking aroung by America as a warning, after Kosovo has been taken away from Serbia.

To notice, again about businesses, a particular obsession for car washes, seen everywhere, even in the most lonely countryside, but many abandoned long time ago. Also in Kosovo I’ve seen many unfinished and unused buildings. Food situation similar to Macedonia: fruits and vegetables ok and cheap, but a lot of processed food, zero fresh fish and meat mostly industrial. General level of trolling, anyway: extremely high.

Montenegro: according to the statistics the people of Montenegro are among the tallest in the world. Interestingly, as soon as we arrived in the first town in the more internal and mountainous area, we found that everybody did seem taller. We had a confirmation of it even later, looking around in the capital (Podgorica) and on the coast: for some reason montenegrin people are definitely tall.

After the extreme trolling we had by Albania, Macedonia and Kosovo, the feeling I had entering Montenegro has been of a -partial- return to normality. Even if actually I could have suspected it from the name, or do a minimum of research before, I found that Montenegro is almost entirely mountainous, and mountains that are very high. It’s already on the mountains that the quality of the food took a little step forward: in the supermarkets healthy products started to appear, until we reached the coast where finally also some fresh fish appeared (even if less frequently and less cheap that I was hoping).

There are beautiful places on the coast, obviously not those already spoiled by mass tourism like Kotor and Budva, but in general they gave me the impression of lacking character and being a bit “off”. Montenegro is another of those places that transmitted to me a general vibration of sleepiness.

Bosnia-Herzegovina: also in this country we just did a raid in the car of few hours. The area we drove through is one of those that particularly made me have the thought “look how much free land”. I’ve seen entire plateaus without the minimum trace of human presence.

Outside the towns, once again, I noticed the almost total absence of agricolture and animal farming. In the few fields that were farmed I’ve seen basically just tobacco, that I had noticed also in Greece.

Croatia: Croatia became a very popular touristic destination approximately twenty years ago, as it was cheap and with a beautiful sea. The impression I had from this trip is that the situation has changed a bit: the coast is still beautiful, but I fear that tourism eroded the charm of several places.

It’s in Dubrovnik, despite the gorgeous view that I took in my video, that I’ve seen the final phase, and the most extreme, of the effects of mass tourism: rows of clubs, restaurants “for tourists”, souvenir shops, and sleepwalker tourists wandering in the middle. Very far from my desire of seeing authentic places, but definitely interesting from an “anthropological” point of view, as commented by one of my friends.

From the few days I’ve spent there during this trip, Croatia transmitted to me a vibration similar to the one of Montenegro: beautiful, very beautiful in some places, but skimmed of the touristic buzz a little bit off, and lacking charisma.


Notes: I learned that the puppets hanging from the balconies of Albania are “dordolec” (scarecrows), that according to the popular belief protect the house, the family and the animals from evil eye and envy. -Article originally published in italian on October 31, 2016, this is its translation to english.-