Come guadagnare senza lavorare

come-guadagnare-senza-lavorare-fronteGuadagnare senza lavorare è perfettamente possibile, ed è anche un modo molto intelligente di guadagnare.

Non è necessario fare alcuna truffa o niente di illegale, e lo specifico perché, in effetti, dietro questa idea di truffe ce ne sono parecchie. In questo articolo vi spiego invece come riuscirci, dandovi così tanti motivi per guadagnare denaro senza avere un lavoro “regolare”, che avere il proverbiale ‘posto di lavoro‘ non vi sembrerà più una fortuna, ma una sciagura, come sembra a me oggi!

Poiché dico spesso che è necessario liberarsi delle zavorre stupide per fare spazio a sostituti intelligenti, voglio iniziare spiegando perché guadagnare denaro tramite un posto di lavoro è il modo più stupido di guadagnare. E qui mi riferisco al tipico lavoro impiegatizio, in cui state chiusi 40 e più ore a settimana in un ufficio o un cantiere, spesso con i vostri accessi monitorati da un tesserino magnetico o dal capo.

(se state guadagnando denaro proprio in questo modo, non prendetela male. È facile cadere in questo meccanismo, infatti anch’io ho passato anni ingabbiato in ufficio prima di arrivare alle conclusioni che sto per spiegare.)

Perché è stupido? Semplice: perché guadagnate denaro soltanto quando state lavorando. Non vi accorgete che questo è un problema? Il denaro fluisce verso di voi soltanto fin quando siete a lavoro. Nel momento in cui posate la penna e uscite dall’ufficio, smettete di guadagnare. Appena abbandonate gli strumenti e uscite dal cantiere, il denaro smette di entrare nel vostro conto.

Così sono concepiti molti lavori: venite pagati a ore, il compenso viene vincolato al tempo che spendete a lavoro. E non vi sembra una fesseria questa?

Avete mai pensato, invece, che potreste guadagnare denaro anche quando NON state lavorando? Mentre dormite magari? Mentre siete in vacanza? Mentre passate il tempo con la vostra famiglia? Beh pensateci adesso perché è possibile, e in effetti nel mondo lo fanno già molte persone. Se volete riuscirci anche voi tutto quello che dovete fare è passare da sistemi che producono reddito attivo a sistemi che producono reddito passivo.

Il classico lavoro impiegatizio è appunto un sistema che produce reddito attivo, perché guadagnate solo quando state attivamente lavorando. Elenco in un altro articolo i tantissimi motivi per cui questo modello lavorativo è spesso fallimentare, ma qui voglio sfatare un mito al suo riguardo, scioccandovi con un’eclatante rivelazione:

Al mondo non frega una gran mazza di quante ore passate in ufficio

In realtà, solo a una misera manciata di persone interessa quanto tempo trascorrete a lavoro. Tra queste c’è il vostro capo, che spesso è uno di quelli a cui hanno fatto il lavaggio del cervello a sua volta, facendogli credere che questo modello lavorativo sia l’unico possibile. E tra queste ci sono anche i vostri colleghi, che spesso odiano il proprio lavoro, ma inconsciamente diventano parte attiva di un sistema lavorativo schiavistico perché controllano l’uno gli spostamenti dell’altro, per assicurarsi che anche gli altri ne soffrano.

E tutto il resto del mondo? Ci sono tantissimi settori in cui il resto del mondo non saprà mai quante ore ci avete messo a produrre il bene/servizio che state producendo, oppure ne sarà del tutto disinteressato. L’unica cosa che interessa al resto del mondo, infatti, è il bene/servizio stesso. Se lo ritiene valido lo comprerà comunque.

Forse per voi questo articolo vale di più, se vi rivelo che anziché solo un’ora ci ho messo dieci ore a scriverlo? Forse il pane che comprate dal fornaio vale di più, se scoprite che anziché mezz’ora ci ha messo tre ore a farlo? Decidete di comprare il pane in base al sapore… o in base a quante ore il fornaio ha lavorato per produrlo?

È evidente che questa idea di vincolare il denaro che guadagnate a quanto tempo passate attivamente a lavorare è una stupidaggine. Poco importa che il sistema scolastico vi abbia addestrati proprio a cercare un lavoro a ore, e poco importa che “tutti” guadagnino denaro proprio in questa maniera.

Il fatto che “tutti” vendano il proprio tempo non rende vendere il proprio tempo una buona idea, anzi è proprio la zavorra stupida di cui dovete liberarvi se volete fare posto a un modo diverso di produrre reddito, il sostituto intelligente che vi porta effettivamente a guadagnare denaro senza lavorare. Il sostituto in questione è un sistema che crea reddito passivo.

Cos’è il reddito passivo?

Il reddito passivo è quello generato da un sito web su cui vengono posti degli annunci pubblicitari (i “banner”). Se il sito funziona e ha contenuti interessanti, la notte state effettivamente dormendo mentre dall’altra parte del mondo, diciamo a Singapore, un asiatico clicca sul vostro annuncio e vi fa guadagnare qualche centesimo. Avete guadagnato nel bel mezzo di una dormita.

Il reddito passivo è quello generato da un appartamento, di cui siete proprietari o di cui avete anche solo il permesso a subaffittare, che date in affitto a qualcuno. Periodicamente riceverete dall’ affittuario dei pagamenti, senza che ci sia stato effettivamente bisogno di lavorare da parte vostra, a parte organizzare sporadiche manutenzioni.

Un distributore automatico di snack, piazzato in un edificio pubblico, è una fonte di reddito passivo semplice ed efficiente. Periodicamente dovete rifornirlo di snack, ma per tutto il resto del tempo non avete più bisogno di lavorarci: potete riposare o dedicarvi ad altre attività, nel frattempo il distributore continua comunque a generarvi reddito.

Tutti i prodotti che derivano da opere creative, ad esempio i libri che scrivete, la musica che componete, i film che producete, una volta che sono stati completati e messi sul mercato vi faranno guadagnare senza più lavorare. Ad ogni acquisto, ascolto o visione, vi verranno versati i diritti d’autore (le cosiddette “royalties”). A volte non avete nemmeno la necessità di creare opere nuove, ma potete sfruttare le opere di dominio pubblico, come ad esempio la musica classica antica, per creare un sistema di reddito passivo.

Gli investimenti finanziari costituiscono un’altra fonte di reddito passivo. Esempi di questo tipo sono i metalli preziosi, le valute estere, le azioni. Li comprate in un certo momento, poi con il passare del tempo -tempo in cui non avrete lavorato- il loro valore cresce.

Notare che quest’ultimo è un campo un po’ spinoso: è necessario parecchio tempo per decifrare il mondo della finanza, circondato da un sacco di informazioni false e fuorvianti, prima di investire in modo intelligente. Naturalmente, se siete intrappolati in un lavoro d’ufficio 40 ore a settimana vi negate ogni possibilità di decifrare alcunché, proprio perché siete troppo occupati a vendere il vostro tempo al datore di lavoro e non avete tempo per informarvi seriamente su cos’è meglio acquistare.

Si possono fare molti altri esempi: investimenti in domini internet, opere d’arte, brevetti su invenzioni, acquistare macchinari industriali e darli in affitto, in generale moltissimi lavori imprenditoriali producono reddito passivo, ma non intendo elencarli tutti adesso, lo farò probabilmente in un altro articolo. Qui voglio invece evidenziare alcuni aspetti importanti che hanno in comune le fonti di reddito passivo.

In nessun caso si guadagna senza lavorare mai

Anzi, molti di questi sistemi richiedono un lavoro extra soprattutto nella fase iniziale, per essere “lanciati”. Però una volta che sono lanciati…

Si guadagna senza lavorare per tutto il resto del tempo

Questo secondo fatto è quello che vi farà tuffare anima e corpo nella missione di creare dei sistemi di reddito passivo, se come me attribuite un valore gigantesco alla possibilità di liberarvi di un insensato lavoro a ore. E’ vero, dovete stringere un po’ i denti all’inizio, ma il fatto che poi possiate seguitare a guadagnare senza più lavorare per anni, spesso anche per tutto il resto della vita, è veramente clamoroso.

Partiamo dalla creazione. Costruire un sistema che generi reddito passivo può richiedere sforzi iniziali notevoli. La natura degli sforzi dipende dal tipo di sistema che scegliete. Ad esempio, mettere su un sito web ha il vantaggio che ha un costo iniziale bassissimo (hosting + dominio) ma richiede senza dubbio molto impegno nella prima fase per riempirlo con contenuti di alta qualità, originali, che attirino molti utenti di internet.

Comprare un appartamento da affittare richiede un grosso investimento iniziale (considerate però che durante i periodi di “crisi” potete riuscire a comprare con poche decine di migliaia di euro) e anche un certo stress per trovare l’ immobile giusto, trattare con agenti immobiliari, i notai e fare pratiche legali.

Entrare nel settore dei distributori automatici può essere difficile, perché molti edifici pubblici sono già gestiti da grandi aziende ben inserite “nel giro”, e queste difficilmente lasciano spazio a nuovi concorrenti. Dovete fare qualche sforzo extra per trovare nuove opportunità. Ad esempio potete iniziare mettendo un distributore nella scuola di musica di un vostro amico, o nell’appartamento turistico -in cui c’è un frequente ricambio di ospiti- di un vostro parente.

Produrre opere creative non è certo facile, ci vuole talento per creare musica, film, o libri che la gente sia disposta a pagare (è anche vero che difficilmente riuscirete a sviluppare alcun talento creativo restando chiusi in ufficio, a fare lavoro ripetitivo). Anche “ri-confezionare” opere di pubblico dominio in modo che piaccia alla gente comporta una certa dose di lavoro.

Gli investimenti di natura finanziaria costano studio. Tanto studio per capire come funziona la finanza, quali prodotti acquisiranno davvero valore nel tempo, e quali prodotti vanno evitati. Evitare i consigli di moltissimi consultenti finanziari che popolano gli uffici postali e bancari può essere un ottimo inizio. Suggerisco invece di iniziare capendo la differenza -fondamentale- tra finanza e economia reale.

Insomma la fase più difficile è indubbiamente quella iniziale, di lancio. Però una volta superata questa fase è effettivamente tutta in discesa: il sistema che avete costruito continua a distribuire valore senza che sia più necessario il vostro continuo intervento, e a questo punto voi venite ricompensati per il valore che esso distribuisce, piuttosto che per il tempo che passate a lavorare.

“Quanto automatico” deve essere il vostro sistema di reddito passivo lo decidete voi. Il sistema può avvicinarsi ad essere perfettamente passivo, ovvero una volta creato non è praticamente mai più necessario che ci lavoriate e tutto quello che fate è riscuoterne i guadagni, ad esempio gli investimenti finanziari o i diritti d’autore su un libro.

Il sistema può invece essere parzialmente passivo, ad esempio un sito internet può farvi guadagnare denaro senza che ci lavoriate per la maggior parte del tempo, ma sono comunque necessari degli aggiornamenti periodici. Un appartamento che affittate fa fluire denaro verso il vostro conto per la stragrande maggioranza del tempo mentre voi state facendo altro, però di tanto in tanto dovete fare manutenzione o occuparvi di eventuali problemi dei coinquilini.

Io naturalmente consiglio di creare dei sistemi di reddito passivo che siano in linea con i vostri interessi, in questo modo anche se questi sistemi non sono passivi al 100% avrete voglia di lavorarci sopra per mantenerli, o addirittura migliorarli.

Ricordate sempre che la qualità di ciò che producete, qualunque bene o servizio esso sia, decolla se ci lavorate con passione. Per questo io penso che se molte persone raggiungessero la libertà economica smettendo di guadagnare denaro tramite “posti di lavoro”, e iniziassero a guadagnarlo invece tramite sistemi basati sulle loro passioni e talenti, la società intera ne trarrebbe un grosso beneficio. Semplicemente, ci sarebbero molti più beni e servizi di qualità a disposizione nel mercato.

Dissociate il vostro reddito dal vostro lavoro

separazione-guadagno-lavoroIn generale, io trovo molto desiderabile che il mio reddito sia il più possibile dissociato da quanto tempo lavoro e da quale posto lavoro. Voglio invece guadagnare denaro in proporzione al valore che produco e che consegno alla gente. Proprio perché mi sono reso conto, come scrivevo sopra, che alla gente tutto sommato non importa come io abbia prodotto quel valore, ma importa del valore stesso.

Trovo anche desiderabile che ci siano dei sistemi automatizzati (e la crescente tecnologia è un alleato formidabile in questo) che si occupano di distribuire alla gente il valore che produco, cosicché io possa nel frattempo dedicare la mia vita ad attività che mi rendono felice. Ad esempio scrivere, viaggiare, produrre video comici, stare con la famiglia e gli amici sono tutte attività che mi rendono felice.

Fatevi pagare il valore che producete, non il tempo che passate in ufficio

Questo l’ ho messo in blu perché lo ritengo il suggerimento chiave di questo articolo. Concentratevi sul creare e poi distribuire valore alle persone, anziché preoccuparvi di rispettare degli orari settimanali che interessano solo a un piccolo gruppo di impiegati d’ufficio (su una popolazione mondiale di miliardi).

Il valore è quello che le persone desiderano o di cui hanno bisogno. Finché vi occuperete di creare e distribuire valore alla gente, troverete sempre facilmente modi di guadagnare denaro senza lavorare per la maggior parte del vostro tempo. Questo proprio perché voi potrete occuparvi soltanto di creare il valore (avviando i sopra-citati sistemi passivi), e potrete delegarne invece la distribuzione alla tecnologia o a collaboratori.

Ad esempio, se scegliete di generare reddito passivo tramite un sito web, dovete solo creare il sito e riempirlo di contenuti. Usate l’accortezza di creare contenuti con validità di lunga durata (ad esempio mi aspetto che questo articolo continuerà ad essere interessante per moltissimi anni, se scrivessi un articolo sull’ ultimo modello di cellulare perderebbe ogni interesse all’ uscita del modello successivo). Una volta che il sito è pronto ci pensa il server a distribuirne il valore a una platea vastissima, tra l’ altro a costi ridicoli.

Un esempio meno virtuale è quello dell’appartamento in affitto. Voi create il “valore” acquistando l’appartamento, ristrutturandolo, arredandolo, installando tutti i servizi. Dopodiché potete pagare un’ agenzia per occuparsi di distribuire tale valore: un agente si occuperà di trovare i coinquilini, assisterli, fare manutenzioni, pulizie periodiche, o altri servizi che potete concordare.

Caso analogo per i distributori automatici: potete delegare a un collaboratore le operazioni periodiche di rifornimento e rendere l’attività perfettamente passiva. A quel punto voi sarete del tutto svincolati dalla fase di distribuzione del valore.

Dipende molto da voi. Ad esempio, ho degli amici che affittano sistematicamente il loro appartamento a turisti. Per alcuni di loro le manutenzioni e le interazioni con gli ospiti sono piuttosto piacevoli, per cui preferiscono gestire di persona anche questi aspetti della loro attività. In questo modo hanno lo svantaggio di un sistema di reddito solo parzialmente passivo, ma il vantaggio di risparmiare i costi di agenzia.

Altri invece preferiscono delegare tutto a un’agenzia: il loro sistema ha il vantaggio di avvicinarsi a essere perfettamente passivo, ma lo svantaggio di dover pagare l’agenzia.

Quanti sistemi di reddito passivo è meglio costruire?

Io penso che sia senz’altro utile costruire più di un sistema di reddito passivo, in settori diversi. In questa maniera, anche se uno di essi smette di funzionare per cambiamenti che non avevate previsto (ad esempio comprate un immobile in una città turistica per affittarlo, ma dopo qualche anno il flusso turistico di quella città cala drasticamente) avete ancora sorgenti di guadagno che vi permettano di non dover tornare a lavorare a orario.

Esempi di combinazioni sono: immobili in affitto + siti web + metalli preziosi, oppure: pubblicazione libri + pubblicazione filmati su internet + azioni, oppure: distributori automatici + negozi online.

(ricordate sempre di preferire temi sempreverdi per i vostri siti, libri, video, anziché temi di attualità per cui l’interesse nasce e muore nel giro di pochi giorni. Solo i primi sono adatti a produrre reddito passivo, i secondi richiedono continuo lavoro per “inseguire”, appunto, l’ attualità.)

Considerate che ogni sistema vi richiede degli sforzi iniziali per essere creato, per cui non è conveniente puntare alla creazione di 20 sistemi passivi diversi, né d’altro canto è necessario. Spesso 2-3 sistemi passivi garantiscono una buona diversificazione, e possono già produrre guadagni paragonabili a quelli di molti lavoratori dipendenti. Tra l’altro, se come me date più importanza al vostro stile di vita che al denaro, vorrete mantenere le cose più semplici possibile, evitando di creare un impero di sistemi che finirebbero per complicarvi la vita.

Ok, se siete arrivati fino qui a leggere è perché probabilmente quello che ho scritto finora ha parecchio senso per voi. Eppure, forse durante la lettura vi sono venuti due dubbi. Vediamo se indovino quali sono.

In effetti. Guadagnare senza lavorare non è immorale?

“Quello campa di rendita” è di solito una frase detta con un certo biasimo nel linguaggio comune. Siete disposti a essere biasimati? Io campo di rendita per la maggior parte del mio tempo e non mi sento in colpa per questo.

In realtà, mi sento invece piuttosto orgoglioso di aver creato dei progetti (online in internet e offline nella vita reale) che hanno servito migliaia di persone. Di certo mi sentirei piuttosto in colpa se invece, come accadeva quando avevo un lavoro regolare e facevo consulenza negli uffici aziendali, venissi ancora pagato per passare 8 ore “a lavoro”, di cui 4 a produrre realmente e 4 a perdere tempo tra email, telefonino, riunioni insignificanti, social network o a dormicchiare davanti a un monitor causa digestione post-pranzo.

Sono convinto che lavorare poche ore al giorno, sui progetti giusti e nei periodi in cui si ha più energia, sia la vera ricetta per la produttività. E azzardo anche che sarà la tendenza dominante in futuro: le persone lavoreranno poche ore al giorno e quasi esclusivamente in settori creativi (pittura, musica, poesia…), mentre le macchine si occuperanno delle altre mansioni.

Per cui fatevi un bel piacere: anticipate i tempi e risparmiatevi la follia del timbro del cartellino. Molti lavori impiegatizi e improduttivi in cui la gente è intrappolata finiranno comunque per essere svolti dalle macchine. Voi potete concentrarvi ad acquisire la libertà economica già adesso, costruendo sistemi di reddito passivo che fanno del bene a voi stessi e anche agli altri.

Ok, ma non tutti possono lasciare tutti i lavori

Naturalmente ci sono dei settori che non sono adatti a produrre reddito passivo. Un commesso di negozio ha bisogno di essere fisicamente nel negozio durante l’apertura. Un agente di sicurezza aereoportuale ha bisogno di lavorare nei punti di controllo in specifici orari. Un programmatore ha bisogno di essere in ufficio a contatto con i colleghi di progetto, durante il giorno.

In questi esempi c’è necessariamente un forte vincolo tra quanto guadagna il lavoratore e quanto tempo spende sul posto di lavoro.

La notizia è che proprio in questi tipi di lavori, i lavori a reddito attivo, il legame tra reddito e lavoro diventa spesso un ricatto ai danni del lavoratore, che se vuole guadagnare abbastanza denaro per vivere deve lavorare decine di ore ogni settimana, senza avere più tempo per di tutti gli altri aspetti della vita.

Molti lavori a reddito attivo potrebbero già essere svolti in dosi minori, con contratti part-time, e infatti avrebbero molto più senso così. Sfortunatamente viene fatto l’opposto, esiste un sistema insensato che ne regola il mercato. Ma vi pare che una persona debba chiedere il permesso al capo se vuole fare un viaggio per esplorare un po’ il mondo in cui vive (spesso beccandosi un no)? O che addirittura debba chiedere il permesso per passare tempo con famiglia e amici?

Non conviene ripetere in continuazione “odio il mio lavoro” e “odio il lunedì” come fanno in molti. Non siete obbligati a scegliere questo tipo di lavori. Ho scritto questo articolo per farvi vedere invece che già adesso esistono delle alternative, sistemi che realmente vi permettono di guadagnare senza lavorare gran parte del vostro tempo. Guardatevi intorno e inizierete a notare che un sacco di persone vivono in questa maniera.

Se siete incastrati in un lavoro ad ore, iniziate a costruire dei sistemi passivi che vi producano dei flussi di reddito automatico. Appena i flussi saranno sufficienti per sostenere le vostre spese, potrete liberarvi del lavoro ad ore e raggiungere la libertà economica.

Per riuscirci ricordate di concentrarvi sulla filosofia giusta: fatevi pagare il valore che create e distribuite alle persone.


Note: questo articolo è ispirato dal popolare articolo “10 ragioni per cui non dovresti mai trovarti un lavoro” di Steve Pavlina, di cui ho trovato utile scrivere una mia versione personale, un po’ differente.

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A cosa serve la banca?

Probabilmente sei abituato alla presenza delle banche nella società. E sei abituato a portare i soldi che guadagni in una banca. A ritirare le banconote dagli sportelli della banca. A chiederle soldi in prestito, se devi comprare casa. Le Poste sono anch’esse una banca, molto popolare tra l’altro.

Insomma, la vedi da sempre… la usi da sempre… ma ti sei mai chiesto esattamente cosa è una banca? E a cosa serve? Oggi provo a spiegartelo io, gettando una nuova luce sulla sua natura e facendoti capire perché, in realtà, la banca rappresenta più che altro un problema per la società moderna.

a-cosa-serve-la-banca-copertinaPer certi versi, niente di speciale

Per certi versi, una banca è un’attività commerciale simile a tutte le altre, infatti è un’azienda che lavora allo scopo di fare soldi.

Da questo punto di vista, è perfettamente identica al salumiere, al barbiere, al bar sotto casa. La mattina i dipendenti della banca si svegliano, dirigente, impiegato di sportello, consulente finanziario, e vanno in ufficio a dare il loro contributo lavorativo per far guadagnare più soldi alla banca, in cambio di un salario.

Per un verso, leggermente speciale

Però una banca spesso non ha un solo ufficio, ma ha molti uffici, in diverse città e spesso anche in diverse nazioni. In effetti è una corporazione, cioè un’azienda enorme, tentacolare. E questa già è una prima differenza notevole col negozietto del salumiere.

Ma fin qui nemmeno troppo strano: di corporazioni ce ne sono parecchie nel mondo globalizzato di oggi. Ad esempio, oltre alle corporazioni bancarie ce ne sono di altri tipi: corporazioni alimentari (es. mcdonalds, ferrero), corporazioni della moda (es. versace, dolce e gabbana), corporazioni di consulenza (es. accenture, ibm), corporazioni tecnologiche (apple, samsung).

Per un verso, SPECIALISSIMA

Ma c’è una caratteristica che rende unica, assolutamente unica la banca. Tutte le altre attività, dal negozietto alle grosse corporazioni non-bancarie, guadagnano soldi perché forniscono in cambio beni o servizi. Il salumiere fornisce salumi. Il barbiere fornisce il servizio di taglio capelli. La corporazione della moda fornisce vestiti. Il supermercato fornisce cibo. Il bar fornisce caffè. E via dicendo.

Cosa fornisce invece la banca? La risposta è: una beneamata mazza. L’attività bancaria è l’unica in cui si guadagna denaro senza fornire alcun bene o servizio in cambio. Tutto quello che fa la banca è muovere denaro. Quindi la banca guadagna denaro… per muovere denaro! Se ci pensi è una caratteristica ben strana, che sicuramente non ha nessuna altra impresa al mondo.

È strano, infatti, che mentre tutte le altre attività commerciali si sviluppano intorno a un “qualcosa” (salumi, scarpe, vestiti…) col desiderio di guadagnare denaro, l’attività bancaria si sviluppa proprio intorno al denaro, col desiderio di guadagnare denaro. Cioè la banca manipola il suo stesso oggetto del desiderio. Gli è molto vicina a questo oggetto, proprio per la natura stessa della sua attività.

Ecco, questa vicinanza ha dato origine a situazioni decisamente interessanti.

Guadagna con i tuoi soldi

Una prima situazione interessante consiste nel fatto che le corporazioni bancarie sono diventate così potenti, nel tempo, da riuscire a farsi approvare leggi che conferiscono loro dei vantaggi enormi. Queste leggi verrebbero probabilmente considerate “scandalose” se fatte per qualunque altra attività commerciale… che non sia quella bancaria.

Un esempio eclatante è la riserva frazionaria, cioè la banca ha il dovere di mantenere al suo interno solo una piccola frazione dei soldi che gli porti in deposito, tutti gli altri può usarli a suo piacimento: prestarli ad altre persone (guadagnandoci sopra) e fare speculazioni di qualunque tipo.

La banca mette in circolo soldi non suoi per guadagnare, e questo è il motivo per cui se vai in banca e chiedi di ritirare 10.000 dei tuoi euro dal tuo conto succedono due cose.

Primo: devi prenotarli. Il motivo è semplicemente che non ce li hanno lì dentro. Secondo: ti fanno molte storie di fronte a una richiesta del genere. Il motivo è che per loro quella cifra vale molto di più di quanto vale per te: riprestando quei soldi a qualcuno n volte, visto che spesso dopo ogni prestito i soldi rientrano di nuovo in banca depositati da qualcun altro, possono di fatto moltiplicarseli “magicamente”.

Soldi di carta

Un’altro fatto interessante è che l’oggetto centrale di business della banca, cioè il denaro stesso, è stato trasformato nel tempo. In peggio.

Una volta, la banca aveva dei “doveri” nei confronti del denaro, nel senso che poteva mettere in circolo banconote solo se aveva oro corrispondente nelle sue casseforti. Diciamo che poteva emettere una banconota da 100 solo se aveva effettivamente 100 pezzi d’oro nelle sue casseforti.

Ecco, questo dovere è stato eliminato: il denaro è diventato fiat, che significa che non ha più nessun legame con l’oro. La banca emette banconote in gran quantità, senza avere effettivamente nelle sue casseforti dell’oro che copra quelle banconote. Questo significa che le banconote sono davvero solo dei pezzi di carta, e il loro valore si basa ormai solo sulla reputazione. Una reputazione che esiste solo finché esiste l’ignoranza, da parte delle masse, di cosa sia veramente il denaro.

Voglio chiarire perché è importante, con accezione negativa, che le banche abbiano eliminato il dovere di possedere oro corrispondente alle banconote che producono.

L’oro è molto diverso dalle banconote di carta. L’oro ha valore intrinseco, cioè ha caratteristiche fisiche che lo rendono perfetto per applicazioni mediche, tecnologiche, industriali. Applicazioni di vita vera, che possono migliorare la vita delle persone. Al contrario, con la carta non ci puoi fare molto più che accendere il fuoco.

Ma l’oro è limitato nel mondo: ce n’è tanto e non più, ed estrarlo è anche complicato. La carta invece si produce con gran facilità. Per cui la mossa con cui le banche si sono liberate del dovere di far corrispondere le banconote all’oro che possiedono, ha dato loro la possibilità di crearsi facilmente ricchezza… basata sul nulla.

Più potenti dei governi

Una seconda situazione è che nel tempo le banche sono diventate più potenti dei governi stessi delle nazioni. Questo vale anche per altri tipi di corporazioni oggi, ma le banche sono sicuramente in prima fila.

La situazione è evoluta in maniera tale che oggi molti capi di stato, quando devono prendere delle decisioni, devono quasi sempre consultare i banchieri. Anzi di più: spesso devono chiedere il permesso ai banchieri… e a volte devono persino obbedire ai banchieri.

Quando senti parlare su giornali e telegiornali del debito che cresce costantemente (hai mai sentito che il debito si riduce?), quel debito ce lo abbiamo nei confronti delle banche. Il motivo è che questi pezzi di carta che usiamo per pagare le cose li stampano loro e li prestano al governo, il quale si impegna a restituirli in futuro con gli interessi.

Però… quando il futuro arriva ed è  il momento di ripagare il debito, come fa il governo a pagare gli interessi, se i soldi li stampano solo le banche, e lui ha solo quelli che gli avevano prestato prima? Semplice: chiederà in prestito altri soldi facendo altri debiti, sempre più debiti. Debiti che non potranno mai essere ripagati.

È per questo che si dice, forse lo hai sentito già, che il denaro è debito. Sono la stessa cosa. Prendi in mano una banconota e osservala. Quella banconota è stata concessa in prestito dalle banche al tuo governo, a patto che il tuo governo, un giorno, ridarà indietro tanto quanto c’è scritto sulla banconota… più gli interessi.

La banca non produce nulla

Voglio ripetere e sottolineare il messaggio centrale di questo articolo: la banca non produce alcun valore utile per la società. Al meglio, può essere definita una scroccona che fa soldi grazie al lavoro degli altri, un parassita a tutti gli effetti. Ciò di cui la gente ha realmente bisogno sono cibo, vestiti, medicina, tecnologia, cultura, arte, e non di un circo che fa girare delle cartacce avanti e indietro.

I più umili tra i lavoratori, come il calzolaio che ripara scarpe, o il contadino che pianta patate, producono un valore immenso per la società rispetto a quello della banca, la cui azione pratica consiste solo nel movimentare soldi.

Lavori in banca?

Tutte le mattine milioni di persone nel mondo si svegliano, salgono in macchina e vanno a lavorare per una banca. File agli sportelli, computer che macinano dati, dirigenti in riunione, sarebbe bello avere un’animazione che mostrasse quanto movimento causa quotidianamente il sistema bancario nel globo. Per rendersi conto, appunto, di quante energie vengono risucchiate da questa industria che produce il nulla galattico, a parte smuovere denaro. Sarebbe comico e tragico contemporaneamente.

Ora, e se tu ci sei dentro in questa industria? E se sei un impiegato di sportello? O un revisore dei conti? O un dirigente di filiale? O sei un super-capo della banca centrale europea? O addirittura vieni da una famiglia di banchieri?

In questo caso io direi che ci sono due possibilità.

La prima possibilità è che ti trovi in quel posto perché sei inconsapevole della vera natura dell’azienda per cui stai lavorando ogni giorno (o almeno lo eri prima di leggere questo articolo). Questa inconsapevolezza è molto frequente ai livelli più “bassi” della catena, ma sono sicuro che anche molti dirigenti lavorano per una banca senza essere pienamente coscienti di quale sia la vera identità dell’azienda per cui lavorano.

Ho fatto parte di questo gruppo anch’io. Io mi sono ritrovato a lavorare in una banca in passato. In realtà come consulente esterno, per pochi anni, e in ambito informatico, ma sono stato senz’altro una piccola parte attiva di questa industria.

Proprio in quegli anni ho capito cosa significasse “banca”, e questa comprensione è stata per me una delle motivazioni più forti a lasciare quel lavoro. A me piace pensare di poter dare, col mio lavoro, un contributo a rendere il mondo un posto più bello, ad aiutare gli altri, a produrre qualcosa che possa avere un impatto vero sulla vita delle persone.

L’idea di usare il mio tempo -e il mio talento lavorativo- in un circo che fa girare cartacce avanti e indietro la trovo veramente deprimente. Mi piace quel che dice il professore de l’attimo fuggente: la vita è una grande poesia, in cui ciascuno di noi ha la possibilità di aggiungere un verso. Io non voglio certo che il mio verso sia aver passato 40 anni a manipolare inutili cartacce. Oggi riesco a immaginare un milione di altri modi per dare più valore alla società di quanto farei lavorando in una banca. Un esempio è fornire educazione, scrivendo articoli come questo.

La seconda possibilità è che vivi nella negazione. Sai come funziona veramente il sistema bancario, ma metti a tacere ogni voce che ti dice che stai contribuendo col tuo lavoro a una causa futile.

Le risorse che usa la tua banca potrebbero essere usare per creare benessere concreto, per rendere felice la gente, anziché indebitarla? Preferisci non pensarci. Metti la cravatta e vai al lavoro senza farti troppe domande. Un po’ come chi mangia carne prodotta industrialmente, che quando gli dici “ma sai come viene prodotta?” risponde “oh non voglio saperlo, se no non mangio più niente”. Pillola azzurra, insomma.

Che vantaggio c’è a saperlo?

Voglio chiarire una cosa: le persone che capiscono come funziona il sistema bancario e a cosa servono le banche (a una beneamata mazza) sono una minoranza oggi, e saranno una minoranza ancora per un pezzo. La maggioranza della popolazione non è ancora in grado di capire questo funzionamento, o non è interessata a capirlo.

Se tu invece sei tra quelli che questa comprensione l’ha raggiunta -e a questo spero di aver dato un piccolo contributo io- questo in che posizione ti mette?

In realtà, continui a giocare in un mondo in cui la banca fa parte delle regole. Difficilmente riuscirai a fare qualunque cosa senza dover entrare in contatto con la banca. Lo stipendio di lavoro viene accreditato direttamente in banca. Devi fare assegni dalla banca per comprare casa. Tutti continuano a considerare le banconote cartacee degli oggetti di valore, per cui te le chiederanno per darti qualunque bene o servizio in cambio.

Però puoi fare diverse cose. Innanzitutto, se come me pensi che il senso della tua vita sia regalare al mondo i tuoi talenti unici e meravigliosi, smetterai di impiegare questi talenti in una banca, se è lì che lavori.

Qualche tempo fa vidi un’intervista a un personaggio, non ricordo chi fosse, che alla domanda “cosa farebbe se venisse eletto presidente della Federal Reserve?” aveva risposto “la chiuderei”. Ho pensato che fosse un’ottima risposta, perché è quel che farei anche io se venissi messo a capo di una simile mega-associazione bancaria.

Altra cosa, puoi smettere di sovvenzionare questo inutile circo con i tuoi risparmi. Cosciente che tutto il mondo siede su un’enorme palla di carta che potrebbe bruciare da un momento all’ altro, puoi trasformare i tuoi risparmi in commodities (come l’oro e l’argento) che mantengono il loro valore nel tempo, anziché continuare a concentrarti sui soldi moderni che invece perdono valore costantemente, ogni giorno, proprio perché quel valore è soggetto alle decisioni del governo e delle banche.

Capire quanto è volatile il valore del denaro moderno ti libererà da una distrazione enorme. Ti farà dare più valore ad altre cose, ad esempio il tuo tempo. Ti farà rendere conto che l’ indottrinamento che hai ricevuto fin da piccolo, secondo cui il denaro è così importante, è appunto solo un indottrinamento. Una volta che rivaluti il tuo tempo, puoi impiegarlo in attività che rendono la vita molto più divertente e avventurosa. E questo mi pare un bel vantaggio.

Letture utili

Per approfondire e capire meglio il sistema bancario suggerisco due ottimi libri: The real story of money, health and religion di Loren Howe e You can profit from a monetary crisis di Harry Browne, che contiene suggerimenti molto intelligenti su come gestire i tuoi risparmi. Nel primo libro invece è riportata una citazione famosa che traduco qui in italiano:

E’ abbastanza un bene che la gente della nazione non capisca il nostro sistema bancario e monetario, perché se lo capisse, credo che ci sarebbe una rivoluzione prima di domani mattina. -Henry Ford-

La dice lunga. Lunghissima!


Note:

Relativi: Che cos’è il “sistema”?, Inside an intensive pig farm

Come ho trovato la libertà

come-ho-trovato-la-libertà-in-un-mondo-non-liberoHow I found freedom in an unfree world, che in italiano diventa “Come ho trovato la libertà in un mondo non libero”, è un libro scritto dall’americano Harry Browne. Quasi del tutto sconosciuto nel nostro paese e introvabile in lingua italiana, fu best seller in America qualche decina di anni fa. In inglese, oggi si riesce comprare abbastanza facilmente online (al momento in cui scrivo si trova addirittura in formato pdf su google, cercando “titolo”+”pdf”).

In questo articolo vi parlo di questo libro e dell’argomento di cui tratta, un argomento importantissimo a cui spesso viene dedicata troppa poca attenzione, a mio parere. L’argomento è la libertà personale.

Loren Howe ha definito How I found freedom in an unfree world come “probabilmente il libro più pericoloso che sia mai stato scritto”, e io sono d’accordo. In effetti io ne sono venuto a conoscenza sentendolo descrivere così, ci ho messo le mani sopra, l’ho letto, ed era vero: la potenza e la bellezza delle idee che contiene non solo mi hanno investito come un treno, ma hanno anche portato dei cambiamenti significativi al mio modo di pensare -prima- e nella mia vita pratica di tutti i giorni -dopo-.

Vorrei far notare che questo non è il classico libro di self-help, infatti, come Browne stesso spiega nell’introduzione, ha scelto il titolo “Come io ho trovato la libertà” piuttosto che “Come trovare la libertà” per dimostrare chiaramente che le idee di cui parla non sono teorie compate in aria, ma che sono realizzabili e possibili perché esiste almeno una persona nella storia che le ha messe in pratica: lui. Lui è riuscito ad aumentare in modo significativo il suo livello di libertà personale. Ecco, con me direi che siamo almeno in due. Ma di me scriverò dopo.

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Perché occuparsi di libertà?

La prima cosa da notare è che pochissime persone si preoccupano di aumentare il proprio livello di libertà personale. Quasi tutti vivono accettando come inevitabili una serie di limitazioni che ci vengono imposte dalla società, dal governo, dall’economia, dalla morale pubblica, dai genitori, dagli amici, dalle credenze diffuse. Tutte queste cause possono limitare la nostra libertà in vari modi, creando quelle che Harry Browne chiama trappole. Trappole in cui tutti, a un certo punto della nostra vita, ci ritroviamo incastrati.

Un punto validissimo che presenta Browne è nell’affermazione che, è vero, una vita completamente libera al 100% dai condizionamenti di questi attori è irrealizzabile nel mondo reale. Però, è altrettando vero che oggi molte persone accettano di vivere con un grado di libertà del 20%, del 30%, quando aumentarla fino al 80%, al 90% è possibile. È possibile. E un tale aumento del grado di libertà porta delle conseguenze positive enormi nella vita.

Per questo motivo l’autore analizza nel corso del suo libro le trappole, una ad una, quelle in cui più frequentemente ci troviamo incastrati e quelle che in maniera più significativa ci opprimono, spiegando con una semplicità disarmante che non c’è nessun motivo per restarci incastrati dentro: essere liberi è semplice quanto aprire le “tagliole” e volarsene via.

Crea il tuo mondo libero personale

Prima di commentare alcune delle trappole più clamorose che Browne smaschera nel suo libro, voglio cercare di riassumere il messaggio complessivo di How I found freedom in an unfree world, per come lo intendo io. Il messaggio è il seguente:

Non aspettare che cambi il mondo intero, prima di poter essere libero. Non cercare tu di cambiare il mondo intero, prima di poter essere libero. Anche in un pianeta pieno di problemi, persone non libere, dogmi e strutture di controllo enormi e apparentemente molto potenti, tu puoi essere libero adesso: tutto quel che devi fare è creare intorno a te un sottoinsieme di questo pianeta in cui minimizzi l’intervento (o in cui escludi completamente l’intervento, quando possibile) di quei soggetti che diminuiscono la tua libertà.

Tu puoi essere libero anche se il resto del mondo non lo è, che è poi di fatto il titolo del libro.

Considera che nel mondo ci saranno ancora guerre, governi corrotti, famiglie infelici, relazioni abusive, ingiustizie per un bel pezzo. Forse per sempre. Non ha senso vivere la vita ripetendo “se solo non fosse per le tasse/mia moglie/il lavoro/i giudizi… allora sarei libero”. Quel che ha senso invece, una volta individuata una causa che limita la tua libertà, è prendere decisioni positive che ti permettano di ridurre il più possibile l’influenza di tale causa sul tuo mondo personale, un mondo che puoi popolare principalmente con persone e strutture che agiscono in linea con i tuoi valori.

Questo è un punto cruciale: non possiamo decidere come i nostri familiari, i nostri amici, i nostri colleghi, la nostra banca, il nostro governo, si comportano con noi. Però possiamo certamente decidere come comportarci noi nei loro confronti. Soprattutto, possiamo fare scelte che regolino l’intensità con cui questi soggetti sono presenti e influenti nella nostra vita.

E questa regolazione possiamo farla perché abbiamo a disposizione uno strumento di una potenza enorme: il potere di prendere decisioni positive.

Cos’è una decisione positiva?

Una decisione positiva è quella in cui scegli tra le alternative in modo da massimizzare la tua felicità. Un esempio potrebbe essere quello in cui scegli se saresti più felice andando al cinema o a teatro.

Invece, una decisione negativa è quella in cui scegli tra le alternative in modo da minimizzare la tua infelicità. Un esempio potrebbe essere quello in cui decidi tra riparare il tuo tetto, che perde, e lo svuotare il tuo conto in banca.

Come scrive Browne, la caratteristica tipica di una persona libera è che passa gran parte del suo tempo prendendo decisioni positive.

Sfortunatamente invece, gran parte delle persone passa molto del proprio tempo prendendo decisioni negative, valutando quali alternative sono le meno spiacevoli, provando a non far peggiorare le cose. Vivono la vita come una continua corsa al ribasso.

Il motivo per cui molti insistono su questo secondo tipo di decisioni è che sono incastrati nelle trappole. Credenze diffuse, che seppure spesso ci vengono insegnate e ripetute fin da bambini, in realtà non hanno alcun senso. Queste trappole esistono  finché esiste l’inconsapevolezza di avere a disposizione moltissime alternative diverse, ogni volta che facciamo una scelta.

Vediamo allora alcune tra le mie preferite, nel seguito un po’ riprendo le idee del libro e un po’ aggiungo le mie interpretazioni.

1. La trappola del precedente investimento

La trappola del precedente investimento consiste nel credere che siccome in passato si è investita una certa quantità di risorse (tempo, denaro, sforzi) in un’attività, in una relazione, nell’acquisizione di un oggetto,  tale investimento fatto nel passato deve condizionare il modo in cui gestisco la attività/relazione/oggetto anche nel presente.

In verità, le risorse hanno valore solo fino a quando non vengono spese. Dopo che vengono spese, diventano completamente ininfluenti.

Qui uso subito un esempio personale: la mia carriera. Ho passato anni all’università per prendere una laurea difficile e tenuta molto ben in considerazione nel mondo del lavoro: ingegneria. Ho studiato tantissime ore, speso soldi per comprare libri e pagare le rette universitarie. Dopo la laurea, seguendo la tendenza comune (“laureati e poi esci e cercati un lavoro”), ho trovato un lavoro in una corporazione prestigiosa, ottenendo quello che all’epoca consideravo un posto da sogno.

Invece, nonostante i benefit, nonostante le possibilità di carriera, nonostante tutti mi ripetessero quanto fossi fortunato, dopo qualche anno mi sono reso conto che quel tipo di lavoro mi rendeva infelice. Non avevo niente a che fare con quell’ambiente, niente a che fare con le persone che ci lavoravano, e niente a che fare con i valori comuni in quel giro. Inoltre, avevo capito che seppure ritenevo -e ritengo- utilissimo quanto appreso negli studi di ingegneria, volevo proprio lavorare in un altro settore.

Se fossi rimasto nella trappola del precedente investimento, non avrei dovuto abbandonare quella carriera perché altrimenti avrei “sprecato” tutti gli anni di studio. Questo è infatti quel che mi hanno ripetuto parenti, amici e conoscenti.

Ma la domanda è, esattamente, in che modo continuare a fare un lavoro che odiavo avrebbe resuscitato quegli anni di studio? Mi avrebbe ridato indietro le ore spese sui libri, o i soldi delle rette universitarie? No. Una volta realizzato che il lavoro era una sorgente di infelicità, la scelta era semplicemente tra aggiungere altri anni di infelicità o accettare serenamente di aver imboccato il percorso sbagliato, licenziarmi e iniziare da quel punto in poi un nuovo percorso più in linea con i miei valori e in cui trovare più probabilmente la felicità.

Altri esempi sono facili.

Se hai investito 20 anni in un matrimonio e adesso ti sei reso conto che quel matrimonio ti rende infelice, devi continuare a restarci dentro per non “sprecare” il tempo che ci hai investito in precedenza? No: ha più senso accettare la nuova situazione, risparmiarti altri anni di sofferenza e chiudere. Magari la vita ha in serbo per te una nuova relazione, e puoi essere felice almeno da quel momento in poi.

Se hai speso soldi, tempo e sforzi per comprare e ristrutturare una casa, e dopo molti anni ti accorgi che per qualunque motivo non sei felice in quella casa, devi continuare a viverci per “legittimare” le risorse che hai investito in passato? Quelle risorse sono comunque perse: puoi vendere la casa e andare a vivere altrove, dove puoi essere felice da quel momento in poi.

2. La trappola dell’utopia

La trappola dell’utopia consiste nel credere che è necessario cambiare il mondo, allineandolo ai nostri standard di luogo piacevole, e cambiare gli altri, convincendoli a condividere le nostre idee, prima di poter essere liberi.

E’ facile cadere in questa trappola perché molto spesso vediamo cose che secondo noi sono sbagliate, ad esempio: leggi inique che vengono approvate, comportamenti maliziosi di chi ha il potere, menzogne che vengono diffuse. La nostra reazione spesso è di lottare per contrastare queste cose, discutendone animatamente con gli altri, facendo dibattiti, salendo sui palchi per tenere comizi, facendo marce di protesta. In effetti, la politica è la destinazione più classica di chi è incastrato nella trappola dell’utopia.

Quel che tipicamente proviamo a fare è convincere gli altri ad abbracciare le nostre posizioni, perché vogliamo creare un mondo migliore, in cui poi potremo finalmente sentirci liberi.

Ebbene, la verità è che questo comportamento non solo conduce molto spesso a frustrazioni, non solo ti fa sprecare molto del tuo tempo prezioso, che invece potresti usare per godere della tua libertà personale, ma soprattutto non è necessario.

Perché cercare di convincere gli altri non è la strategia migliore? Semplicemente perché tutti noi siamo diversi e vediamo il mondo ciascuno in una maniera diversa. Non importa quanto a te sembri giusto, vero e ragionevole un argomento. Né importa quanto solide ed evidenti siano le prove a sostegno della tua posizione. Troverai una quantità di persone che ignoreranno il tuo argomento o addirittura lo contrasteranno, per quanto bravo tu sia a sostenere le tue tesi.

Pensare che quel che è vero per te sia anche vero per gli altri significa cadere in un’altra trappola, la trappola dell’identità, ovvero l’errore di pensare che le altre persone interpretino i fatti alla stessa maniera in cui fai tu.

Io nella trappola dell’utopia ci ho passato tantissimo tempo, e ho avuto abbondante esperienza della frustrazione a cui porta. Per esempio, ho passato anni a cercare di convincere parenti e amici a adottare una sana alimentazione, a fargli evitare comportamenti autolesionistici (come il fumo), a condividere le mie posizioni politiche, filosofiche, spirituali. E ogni volta, dopo aver fornito con enfasi prove, motivazioni e spiegazioni, rimanevo decisamente sorpreso, in negativo, di quanto poco i miei suggerimenti venissero recepiti.

Quel che ho capito con il tempo, e di cui ho avuto definitiva conferma leggendo il libro di Browne, è che cambiare le opinioni e i comportamenti delle persone in generale è sì possibile, ma ci sono due approcci diversi di farlo, e il primo è meno intelligente, il secondo è più intelligente.

Il modo meno intelligente di produrre cambiamento si esplica appunto in questa frase: cercare di convincere gli altri. Raramente porta a dei risultati. Le persone non cambiano semplicemente perché tu le spingi a cambiare. Alcuni non cambiano mai nel corso della loro vita, altri cambiano, ma solo quando saranno pronti e quando sarà il momento.

Il secondo metodo è senz’altro una strategia migliore, e spiega perché pochi paragrafi fa ho scritto che creare un mondo ideale, un’utopia, per poter essere liberi non è necessario.

Questo metodo consiste innanzitutto nell’occuparsi della nostra propria libertà, assicurarsi di essere felici e pienamente soddisfatti. Vivere secondo i nostri principi e godere dei conseguenti benefici. Dopodiché, invece che fare pressioni per convincere gli altri, dargli delle indicazioni. Magari anche solo con il nostro esempio.

Chi sarà interessato alle indicazioni che diamo, probabilmente le seguirà. Se saremo fortunati potremo anche relazionarci con queste persone e godere della somiglianza di vedute. Invece, non ha senso sprecare il nostro tempo e le nostre energie cercando di recapitare quei messaggi a chi non è pronto a riceverli.

Se poi nel mondo arriverà il momento in cui una massa critica di persone, individualmente, saranno pronte a capire un certo messaggio che per noi è valido, allora probabilmente si produrrà un cambiamento globale nella direzione che a noi sembra “buona”. Ma nel frattempo, è importante dare priorità alla nostra libertà personale, senza posticiparla continuamente in attesa che si realizzi un’utopia.

La politica produce cambiamento?

Da notare, come conseguenza della trappola dell’utopia, che la politica è uno strumento di cambiamento spesso molto inefficiente, visto che si fonda proprio sulla capacità di convincere gli altri. La professione di politico stessa, soprattutto nelle democrazie, inizia solo dopo aver convinto una certa quantità di persone a dare il loro voto a questo o quell’altro partito.

Io credo che il ruolo della politica venga frainteso da molti, e soprattutto che spesso gli venga attribuita un’importanza esagerata rispetto ad altri fattori che invece sono più determinanti per produrre cambiamenti nella società. Qui un approfondimento sul ruolo della politica.

3. La trappola del governo

Harry Browne definisce il governo un “argomento affascinante”. Immagino abbia concentrato il suo spirito d’osservazione soprattutto sull’operato del suo governo, quello americano. Credo che se avesse assistito all’operato di quello italiano avrebbe scritto più o meno le stesse cose, ma mi domando se avrebbe resistito ad aggiungere una vena comica, considerata la gran quantità di nani, giocolieri, burlesque, e trucidi che popolano il panorama politico tricolore.

Quel che scrive Browne in How I found freedom in an unfree world può risultare addirittura scioccante a una prima lettura, specie considerando che siamo da sempre abituati al fatto che ci sia un governo, a rivolgerci al governo quando abbiamo dei problemi, a credere che il governo eserciti delle azioni socialmente utili.

Ma è proprio così? Il governo aggiunge o sottrae valore alle nostre vite?

Browne lo scrive piuttosto chiaramente: il governo di solito crea problemi, più che risolverli. Se un governo che oggi è composto da n rappresentanti domani raddoppiasse la sua dimensione e diventasse di 2n rappresentanti, non solo non diminuirebbero i problemi, ma probabilmente ne nascerebbero di molti nuovi.

Perché ciò dovrebbe succedere? Semplicemente perché il governo interviene sul libero mercato, ovvero su quel posto in cui i cittadini scambiano beni e servizi in accordo con i propri desideri, passando sopra la volontà dei cittadini e “drogando” l’offerta. Questo è in sintesi quello che fa un governo: esercita un’azione che è a tutti gli effetti coercitiva nei confronti dei singoli individui.

Tanto per fare un esempio pratico, relativo al periodo in cui scrivo questo articolo, in Italia esiste una compagnia aerea che non funziona affatto nel mercato. I clienti preferiscono volare con altre compagnie, più economiche e che rispondono meglio alle loro esigenze. Nonostante ciò, il governo italiano continua a sovvenzionare questa compagnia malfunzionante, in perdita da molti anni, usando i soldi delle tasse. In questo modo protegge gli interessi di pochi gruppi di potere ad essa collegati.

Di fatto, il libero mercato sta indicando che questa compagnia debba chiudere. Se non ci fosse l’intervento drogante del governo, la compagnia inefficiente chiuderebbe e si creerebbero le opportunità e lo spazio per dare la possibilità di nascere a nuove realtà nel mondo del trasporto aereo passeggeri, che potrebbero portare innovazione e fornire un servizio migliore ai clienti.

Si possono fare molti esempi di questo tipo, che portano sempre alla stessa conclusione: il governo è un gruppo di persone che non sa esattamente cosa desidera il singolo cittadino, e non è interessato a risolverne i problemi, o non ne è capace.

Come scrisse Voltaire: l’arte del governare consiste nel prendere il più soldi possibile da una classe di cittadini per darla ad un’altra.

Il punto brillante che sviluppa Harry Browne è sul come difendersi dalle azioni coercitive del governo. Spesso ci sembra un’entità così grande e potente che noi non abbiamo alcuna possibilità di essere liberi dai suoi vincoli, i suoi obblighi, le sue tasse.

Ebbene qui si esprime un concetto importante, che vale non solo per il governo, ma anche per tutte le altre strutture oppressive di grandi dimensioni: queste strutture di controllo che cercano di limitare la nostra libertà personale sono grandi e lente, mentre noi in quanto individui siamo piccoli e veloci. Sfruttando questa caratteristica di essere piccoli e veloci, possiamo ancora riuscire bene nella nostra missione di vivere in un mondo prevalentemente libero.

Bisogna sempre ricordare infatti che abbiamo la possibilità di prendere decisioni positive. Ad esempio, per evitare le tasse alte che impone un governo, non dobbiamo necessariamente ricorrere all’evasione o impegnarci in una lotta politica per ridurle: possiamo semplicemente scegliere un lavoro il cui livello di tassazione sia più basso, oppure scegliere un paese in cui le tasse siano più basse.

Io ad esempio trovo insensata la tendenza dei giornali, molto diffusa in questo periodo in cui il governo italiano applica tasse altissime agli imprenditori, di dare meriti e scrivere in termini positivi degli imprenditori che “resistono”, continuando a portare avanti la loro attività in Italia seppure con molti sforzi aggiuntivi e lavorando più duramente.

Quello che fanno, in realtà, è lodare l’attitudine alla schiavitù di questi imprenditori che resistono. Francamente, non trovo molto senso nel voler continuare a dare capocciate al muro, restando legati a un governo che diventa progressivamente più abusivo, in nome del “continuare a produrre in Italia”.

Vedo invece molto più senso nella scelta che fanno altri imprenditori (sui quali viene ovviamente puntata una luce negativa dai media, figuriamoci) di spostarsi all’estero, portando gli stabilimenti di produzione in paesi in cui la tassazione è più favorevole.

Quest’ultima assomiglia molto di più a una decisione positiva.

4. La trappola dell’altruismo

Nessuno ti conosce bene come te stesso. Non tua madre. Non i tuoi figli. Non tua moglie. Non i tuoi amici. Non la banca. Non il governo. Sei tu sei quello che ti conosce meglio.

Cosa discende da questa affermazione? Che nessuno al mondo sa meglio di te sa di cosa hai bisogno per essere felice. Tu sei la persona migliore a cui rivolgerti. Concentrarsi invece sugli altri, tua moglie o il governo, aspettandosi che agiscano in modo altruistico e ti rendano felice è una strategia poco sensata. Anche se fossero mossi dal reale desiderio di farti felice, hanno minori possibilità di te stesso di riuscirci, semplicemente perché non sono te.

Questo vale anche nell’altra direzione: siamo stati istruiti ad essere altruisti e a non essere egoisti, quando ha senso fare tutto il contrario. Vivere la tua vita anteponendo indiscriminatamente la felicità degli altri alla tua felicità personale, non solo renderà infelice te, ma molto spesso non renderà nemmeno felici gli altri. Perché gli altri hanno bisogno di cose diverse da quelle che pensi tu, per essere felici.

In effetti, io ho osservato che spesso è molto più piacevole stare intorno a persone naturalmente concentrate sulla propria felicità, come i bambini. I bambini non sono ancora stati addestrati a fare scelte contrarie ai propri interessi per evitare di essere considerati egoisti.

Questo non significa che a volte non sia piacevole agire in modo da rendere felici le persone che abbiamo vicino, anche perché poi della loro felicità possiamo beneficiare anche noi, ma quel che sicuramente non ha senso è farlo indiscriminatamente e spinti dalla paura di risultare egoisti, altrimenti.

5. La trappola della scatola

Con scatola Harry Browne intende qualunque situazione di discomfort in cui ti trovi e che limità la tua libertà personale.

Potrebbe essere un lavoro che non ti gratifica più, un pranzo rituale con parenti tediosi, un obbligo sociale a cui ti senti obbligato a partecipare.

Il punto espresso riguardo questa trappola è molto semplice, e non è nemmeno una rivelazione scioccante, ma è il risalto che viene dato al seguente concetto, che secondo me è molto appropriato.

Il concetto è questo: tutto ha un prezzo. C’è un prezzo per cambiare le cose e uscire dalla scatola, ma c’è un prezzo da pagare anche per non cambiare le cose e restare dentro la scatola. Questo secondo prezzo lo paghi a rate, giorno per giorno, per tutto il tempo in cui rimani dentro.

Quel che accade è che molta gente accetta una limitazione della propria libertà personale perché pensa che il prezzo da pagare per uscire dalla scatola sia troppo alto, ma secondo me il vero motivo per cui restano chiusi dentro è che molti falliscono nell’individuare la vera identità del prezzo.

Uso di nuovo il mio esempio personale dell’aver abbandonato la mia precedente carriera. Quando stavo valutando se lasciare o no, mi sono preso un po’ di tempo per riflettere sullo scenario a cui effettivamente sarei andato incontro procedendo nella direzione di lasciare. Ho capito che il prezzo -per me- più pesante necessario per liberarmi del lavoro che odiavo non era l’incertezza di cosa fare dopo, o le possibili difficoltà economiche a cui sarei andato incontro, ma la forte opposizione di parenti e amici, e la sofferenza che avrei causato ai miei genitori.

Fatti due conti e “girato” lo scenario in anticipo nella mia testa, ho deciso che ero ben disponibile a pagare questo prezzo per liberarmi dalla mia scatola. In realtà, chiarii bene con me stesso che attribuivo un valore così alto alla possibilità di riappropriarmi del mio tempo e della possibilità di fare un lavoro per cui avessi passione, che avrei pagato molto di più di così.

Questo è di nuovo un esempio professionale, ma è facile estendere agli altri campi: relazioni sentimentali, impegni sociali, obblighi morali, e via dicendo.

In generale, come Browne suggerisce, quando si valuta la possibilità di uscire da una scatola, conviene anticipare mentalmente i possibili scenari che potrebbero verificarsi in questa operazione, tutti quanti, e valutare come reagire di fronte a ciascuno di essi.

Ci sono sempre tanti, spesso tantissimi, prezzi diversi che si possono pagare per uscire delle scatole in modo da aumentare significativamente la nostra libertà personale: coltiva l’arte di cercare i prezzi ogni volta che ti accorgi di una situazione di discomfort.

6. La trappola dei diritti

La trappola dei diritti è un concetto in cui Harry Browne veramente brilla, perché esprime un’idea molto semplice e molto originale, ma soprattutto che ho trovato decisamente intelligente.

La trappola dei diritti consiste nel credere che i tuoi diritti ti faranno ottenere quel che desideri. Classico esempio: quanto spesso sentiamo discutere di diritti civili? E quanti di noi sono cresciuti con la convinzione di avere diritto alla proprietà, o ad essere trattati con rispetto, o ad avere un lavoro?

Il punto più interessante riguardo ai diritti è questo: implicano l’esistenza di qualcuno che non ce li vuole concedere. Altrimenti, non se ne parlerebbe proprio.

Una coppia omosessuale non invocherebbe i diritti civili, se non ci fossero altri che non vogliono sia approvato il matrimonio tra persone dello stesso sesso. Un lavoratore precario non invocherebbe il diritto al lavoro, se non ci fosse un imprenditore che vuole licenziarlo. Un affittuario non invocherebbe il diritto alla casa, se non ci fosse il proprietario che vuole sfrattarlo.

In realtà, Browne prende in considerazione tre diversi modi per ottenere quello che vogliamo:

1. Appellarci ai nostri diritti
2. Fare in modo che quel che vogliamo sia nell’interesse anche dell’altra persona
3. Ottenere quel che vogliamo facendo in modo che l’altra persona non rientri affatto nella faccenda

In accordo con l’autore, anche io mi sono trovato spesso in situazioni in cui ho sperimentato che il secondo e terzo metodo funzionano meglio. Affidarsi ai diritti spesso si traduce in chiedere sostegno al governo, ad associazioni, a gruppi di difesa, che producono risultati non soddisfacenti (a volte persino nulli), specie considerando gli sforzi profusi, appunto, nella “battaglia per il riconoscimento dei diritti”. Questo è un insieme di parole che si sente spesso.

Un esempio molto calzante è proprio il matrimonio per le coppie omosessuali. In Italia e nel momento in cui scrivo ad esempio, non è ancora legalmente riconosciuto. Periodicamente e infruttuosamente, parte la discussione tra chi vorrebbe una legge che lo approvasse (“sarebbe un segno di civiltà”), e chi si oppone in quanto non accettabile secondo i loro valori. Ogni tot di tempo c’è una marcia di protesta, una manifestazione, un talk show in televisione in cui si riaccende la fiamma.

Il realtà, per le coppie omosessuali che vogliano sposarsi esiste una soluzione più semplice (tra l’altro perfettamente sensata anche per le coppie eterosessuali), che rientra nella modalità 3: ottenere il matrimonio senza che l’oppositore rientri affatto nella faccenda. Possibile? Eccome.

A pensarci, avrebbe senso che il matrimonio fosse un contratto a due, perché due sono le persone che si amano e che vogliono convolare a nozze.

Invece, con il matrimonio molte persone cercano di dare vita a un contratto a tre, a volte persino a quattro. Il contratto a tre coinvolge gli sposi più un’entità religiosa, oppure gli sposi più un’entità del governo. Il contratto a quattro coinvolge gli sposi più l’entità religiosa più l’entità del governo (puro masochismo?).

In realtà non c’è alcun bisogno di coinvolgere nel matrimonio la religione o il governo: se volete sposarvi fatelo, con una festa davanti agli amici, ai parenti, a chi vi vuole bene, senza la necessità di un’entità esterna che vi dia il “permesso” o la sua approvazione ad essere uniti. Potreste far celebrare la cerimonia persino a un bambino o a un amico che vi conosce e vi vuole bene, per voi non ha più autorità quello che uno sconosciuto in divisa?

Dietro la richiesta di una legge che approvi il matrimonio omosessuale spesso si nasconde, da parte degli omosessuali, la speranza che dopo l’approvazione di una tale legge venga riconosciuta la loro identità e diminuisca così l’intolleranza o i comportamenti omofobi, ma non è così. Se sei omosessuale, chi ti odia in quanto tale continuerà a farlo anche se il matrimonio omosessuale diventa legale. E’ molto probabile che non riuscirai a farlo smettere facendo leva sui tuoi diritti, in compenso hai ottime possibilità di riuscire a farlo stare fuori dalla tua vita.

Non è meraviglioso?

Le altre trappole

Ci sono diverse altre trappole, tipiche limitazioni alla nostra libertà personale, che Harry Browne discute intelligentemente in How I found freedom in an unfree world.

Molte di queste in effetti discendono da due trappole fondamentali:

la trappola dell’identità, che in effetti l’autore presenta per prima nel suo libro, che consiste nella credenza che tu debba essere qualcuno di diverso da te stesso, e nell’assunzione che gli altri faranno le cose nel modo in cui tu le faresti.

la trappola del gruppo, ossia la credenza che tu possa raggiungere meglio i tuoi obiettivi condividendo responsabilità, sforzi e ricompense con altri, rispetto a quanto tu possa fare agendo da solo.

Evito di entrare nei dettagli di tutte le trappole perché altrimenti, preso dal mio entusiasmo per questo libro -che considero preziosissimo-, probabilmente finirei per scriverne una seconda versione. Chiudo invece, oltre che con il suggerimento di mettere le mani sull’opera il prima possibile, con un ultimo messaggio che ritengo importante.

La tua libertà è compito tuo

In questo articolo ho associato spesso l’aggettivo “personale” alla parola libertà, per un motivo preciso: il responsabile della tua libertà sei tu e nessun altro. Non affidarla al governo, ai tuoi figli, al tuo partner, a nessuna delle persone a te più vicine.

Tu arrivi su questo mondo e ci trovi dentro dei programmi, delle strutture, degli schemi di pensiero già preconfezionati da chi ci è passato prima di te. Trovi un governo fatto in un certo modo, una morale pubblica intesa in un certo modo, relazioni sociali concepite in un certo modo.

Tu non hai nessun dovere di accettare questi modi.

Libertà significa vivere la tua vita nel modo in cui tu vuoi viverla. Non significa viverla come io, Paolo, ti dico, come Harry Browne ti dice, o chiunque altro. Tu ti puoi conoscere più profondamente di chiunque altro (conosci te stesso, enorme saggezza dall’antica grecia): usa questa conoscenza per selezionare la parte del mondo di cui hai bisogno per essere libero.

Buona fortuna!

… e io?

Io ho letto How I found freedom in an unfree world da qualche anno ormai. Come ho scritto all’inizio, le sue idee hanno portato dei cambiamenti evidenti al mio modo di vedere e fare le cose. Alcuni di questi cambiamenti sono:

– ho lasciato il lavoro corporativo per diventare imprenditore, oggi mi concentro soprattutto su lavori che mi appassionano, facendo sempre attenzione ad avere una buona quantità di tempo libero. Riesco serenamente a dire che preferisco lavorare poche ore al giorno, senza sentirmi in colpa perché non sono “produttivo”, una sorta di dovere che invece sentivo fino a qualche tempo fa.

– ho diminuito il tempo speso a cercare di convincere gli altri, stressandomi, e ho fatto pace con l’idea che molte persone semplicemente non voglio essere aiutate. Continuo a trovare divertente l’attivismo politico e sociale, ma lo faccio con uno spirito diverso e più mirato.

– ho coscientemente allentato alcune relazioni con amici e conoscenti di vecchia data, poco interessati ad essere liberi, e ho avuto la fortuna di iniziarne di nuove con persone più vicine ai miei valori. Ho anche imparato che per quanto, tanto, io voglia bene ai miei genitori, a mia sorella, ai miei amici più vicini, a volte sono proprio loro gli ostacoli più insidiosi tra me e la mia libertà. Ho imparato a combatterli con determinazione, quando riconosco che i loro consigli sono basati sulla paura.

– osservo quello che fa il governo con interesse, e ne chiacchiero e scherzo con gli amici… ma intanto vado avanti con i miei progetti.

– ho aumentato considerevolmente il mio livello di onestà, anche se per adesso sono ancora lontano dal livello di onestà del 100% a cui aspiro. Il libro di Harry Browne mi ha fatto capire, ancora di più, come l’essere se stessi sia uno degli strumenti più potenti per arrivare alla libertà, ma anche uno dei più raramente usati nel pianeta. Questo è un cantiere aperto molto grande per me, in cui sto lavorando (dando parecchie capocciate).

In generale, riconosco che la lettura del libro ha sortito su di me gli effetti che ora faccio più introspezione, dò più ascolto al mio intuito, e certamente ho sviluppato un sano senso critico nei confronti delle grandi istituzioni, soprattutto politiche, bancarie, farmaceutiche, religiose.

Sia ben chiaro, ho ancora un sacco di lavoro da fare. Tanto. Aumentare la propria libertà significa infatti lavoro duro. Ma io uso questo libro come guida, e mi è di grandissimo aiuto.