Sogni e indovinelli

Forse siete già familiari con i sogni lucidi. Si tratta di quei sogni in cui magari siete impegnati a fuggire da un mostro che vi insegue, o state volando sopra una città, o magari state semplicemente viaggiando in macchina con la famiglia, ma a un certo punto vi rendete conto che quella situazione non è reale. Improvvisamente, un dettaglio vi sembra esagerato, fuori posto, e scatta la molla: acquisite lucidità e capite di trovarvi dentro un sogno, anziché nella vita vera.

A questo punto possono succedere due cose: la prima è che vi svegliate subito. E questa è decisamente quella che accade più frequentemente. Nel momento in cui acquisite lucidità lo scenario crolla e uscite dal sogno, ritornando in questo mondo.

La seconda cosa che può succedere è che non vi svegliate, almeno non immediatamente. Non svegliarsi una volta che si è acquisita lucidità è estremamente difficile, eppure c’è un grosso premio in palio per chi ci riesce: la possibilità di esplorare e soprattutto manipolare il sogno.

Il bello di non svegliarsi

Io trovo fortemente desiderabile non svegliarmi appena acquisisco lucidità dentro i miei sogni, e non credo certo di essere l’unico. Nel mondo esiste un numero di persone dedite all’onironautica, che provano ad avere sogni lucidi più o meno regolarmente, navigando dentro di essi e manipolandoli a piacimento.

Non è difficile capire il motivo di questo desiderio: dentro un sogno lucido puoi far accadere di tutto secondo la tua volontà, ma proprio di tutto: da fluttuare nello spazio, a chiacchierare con un faraone dell’antico Egitto, a emettere fulmini dalle mani. I limiti di questo mondo spariscono, eppure nello stesso momento “senti” le cose in maniera straordinariamente vivida: proprio come se fossero reali, pur essendo cosciente che non lo sono, visto che sei in uno stato di lucidità.

Se da lucidi avete volato nel cielo, non più costretti dalla forza di gravità che vi àncora al suolo, o se avete gironzolato liberamente sotto i mari, non più vincolati a dover respirare aria, allora sapete bene quanto meravigliose siano le sensazioni che si provano. E per questo probabilmente ve la state godendo così tanto che l’ultima cosa che volete fare è svegliarvi.

In effetti, quando io divento lucido dentro un mio sogno quasi sempre mi precipito a modificarlo e creare una situazione per fare sesso, il che la dice lunga su quanto “altamente spirituali” siano i miei desideri più profondi. Ma quando succede, lo faccio sempre con una certa ansia: so che potrei svegliarmi da un secondo all’altro e perdermi tutto il divertimento.

Mi dico sempre: “mantieni la calma, non agitarti, non svegliarti”, ma alla fine mi sveglio tipicamente nel giro di pochissimi secondi, piuttosto contrariato. La più lunga delle mie esplorazioni/manipolazioni dei sogni è durata forse 10 o 15 secondi.

Avere sogni lucidi è difficile

La dimensione dei sogni lucidi è estremamente affascinante da esplorare, eppure il problema di restarci per più che pochi secondi è già un problema successivo. Il problema principale è proprio avere sogni lucidi, in primo luogo. Infatti di solito solo una percentuale minima dei sogni che facciamo sono sogni lucidi.

Nel mio caso, ho buona memoria della percentuale dei miei sogni in cui ho acquisito lucidità. Ad esempio, ricordo chiaramente un sogno di qualche tempo fa in cui scappavo inseguito da un mostro, spaventatissimo, in cui a un certo momento mi fermato pensando “ehi ma che cavolo mi agito a fare? Questo mostro non può esistere, questo è chiaramente solo un sogno.”, al che mi sono rilassato e poi svegliato, poco dopo.

Sfortunatamente questo tipo di presa di coscienza mi capita raramente. Il più delle volte, dentro i miei sogni, sono talmente occupato a interagire con personaggi assurdi o a partecipare alle avventure più pazzesche, che proprio non mi accorgo che “qualcosa non va”. E quando alla fine del sonno mi risveglio nel mio letto, sono quasi incavolato con me stesso: come ho potuto non accorgermi che quella situazione non era credibile!

E se i sogni servissero a metterci alla prova?

Molte persone, tra cui io, si sono chieste spesso perché sognamo.

E’ affascinante pensare che i sogni siano una prova che ci viene riproposta ogni notte, che superiamo appunto solo accorgendoci di stare sognando, entrando quindi in uno stato di coscienza differente in cui abbiamo accesso a poteri enormi. Ed è affascinante pensare che qualcuno, o qualcosa, proietti ogni notte un’illusione nella nostra mente, lasciando come indizi dei dettagli fuori posto, e che sta a noi notare tali dettagli per accorgerci che stiamo subendo un inganno.

E’ affascinante pensare che i sogni non servano a farci dormire, ma a farci svegliare. Ma non necessariamente a farci svegliare per ritornare subito in questo mondo, ma a farci svegliare dentro i sogni stessi, in modo da imparare a utilizzare il potere di creazione che abbiamo.

In effetti, una possibilità è che i sogni normali, quelli non lucidi, per noi esseri umani non siano nient’altro che l’anticamera a un campo di “esercitazione”, quello dei sogni lucidi, in cui possiamo praticare l’abilità di creare scenari, persone, creature, situazioni secondo la nostra volontà.

Vi suona familiare?

Se conoscete quella che oggi è conosciuta come legge di attrazione, forse il parallelo vi è già venuto in mente a questo punto. La legge di attrazione è il principio secondo cui noi esseri umani creiamo la realtà che ci circonda con i nostri pensieri. Il mondo che abbiamo intorno altro non è che il riflesso del nostro mondo interiore, e il lavoro che facciamo, le persone che incontriamo, le situazioni che ci capitano quotidianamente, sono conseguenza dei pensieri che occupano la nostra mente.

La legge di attrazione è davvero molto popolare, e oggi ha un grandissimo numero di fans, anche se ho l’impressione che ben pochi ottengano risultati.

Il motivo secondo me è che anche se molti dicono di crederci a parole, cercando quasi di autoconvincersi che è così, in verità nel profondo dentro di loro non ci credono. E questo vale parzialmente anche per me: io credo alla legge di attrazione probabilmente molto di più della media delle persone, eppure sono cosciente di non crederci al 100%, non ancora almeno.

Ad esempio, credo di essere fortemente responsabile di quali persone sono presenti nella mia vita sociale, e credo di avere un enorme potere decisionale sulla quantità di denaro che guadagno, e in generale credo che la mia vita sia per molti aspetti meravigliosa proprio perché ho deciso di volerla così. Ma non credo ancora di poter far apparire della materia col pensiero. Potrei dire che ci credo a parole, e in un certo senso sento che “farei bene” a crederci, ma non corrisponderebbe a quello che sento dentro. Ci sono alcuni vincoli di questo mondo che mi sembrano ancora totalmente fuori dal mio controllo.

Eppure so bene che nei miei sogni lucidi invece posso fare tutto, incluso materializzare persone e oggetti, e infatti lo faccio (divertendomi parecchio). Allora chissà che i sogni lucidi non siano appunto una dimostrazione? Una dimostrazione che è possibile fare praticamente qualunque cosa, e che ci suggerisce l’idea di poter seguire un processo simile anche in questo mondo, usando la legge di attrazione.

E se anche questo mondo servisse a metterci alla prova?

All’idea che esistano due livelli, quello interno dei sogni che possiamo riuscire a manipolare diventando lucidi, e quello esterno di questo mondo che possiamo riuscire a manipolare usando le nostre credenze, segue naturalmente l’idea di estendere la struttura e pensare che possano esistere n livelli: altri ancora più interni a quello dei sogni, ed altri ancora più esterni a questo mondo.

livelli-dei-sogniChe esistano degli livelli interni al livello dei sogni in effetti lo sappiamo già: si tratta dei sogni incapsulati, quelli che sperimentiamo quando ci svegliamo da un sogno e ci ritroviamo ancora dentro un sogno. Quindi stavamo sognando di stare sognando. Anche di questi, che tecnicamente si chiamano falsi risvegli, io ho avuto esperienza. E questo tra l’altro è il tema su cui si sviluppa il film Inception, che è basato su un’idea molto originale, seppure a mio parere è stato realizzato in modo molto confusionario.

Che esistano degli livelli esterni al livello di questo mondo, invece, non lo sappiamo bene. Eppure l’idea che proprio questo mondo possa essere anch’esso un sogno, una sorta di illusione, è già stata suggerita da tantissimi autori in tantissime forme. Le prime che mi vengono in mente: il libro Il piccolo principe (l’essenziale è invisibile agli occhi), i libri di Peter Kingsley (quel che non è lì, di fronte ai nostri occhi, è usualmente più reale di quello che c’è), il film Matrix (in cui quella che molti conoscono come “realtà” è invece una proiezione creata dalle macchine), il film Truman show (in cui quella che il protagonista conosce come “realtà” è invece una proiezione creata da altre persone).

Se l’idea corteggiata in queste e molte altre opere è vera, e quindi questo mondo che siamo abituati a considerare assolutamente “reale” invece è anch’esso solo una specie di sogno, ne segue la vita che viviamo al suo interno può essere vista a tutti gli effetti come una prova, un rompicapo da risolvere, un indovinello. E il primo passo per arrivare alla soluzione sta proprio nel vedere l’illusione: acquisire lucidità anche qui.

La vita come un indovinello

Naturalmente, del fatto che la vita costituisca un gigantesco enigma e che quindi il nostro compito sia risolverlo, questo indovinello, non esiste alcuna prova. Né esiste prova che questo mondo che percepiamo coi nostri sensi sia solo parziale, e che esistano dei livelli esterni. Si tratta di un’affascinante speculazione.

Scegliere di credere che nella vita non ci sia niente di cui accorgersi, o scegliere di credere che nella vita ci sia qualcosa di cui accorgersi: questa è una decisione assolutamente personale, che tutti noi prendiamo più o meno coscientemente, basandoci esclusivamente sul nostro intuito. Nessuno potrà darci garanzia che abbiamo fatto la scelta giusta o sbagliata.

Eppure tenete in conto che questa scelta ha un impatto enorme sulla vita che ci ritroviamo a vivere. Perché nel primo caso sarà una serie di eventi, persone, immagini, che si susseguono senza un motivo particolare, fino alla morte. Nel secondo caso stiamo raccogliendo indizi. Quando degli eventi o delle persone entrano nella nostra vita, tendiamo a domandarci se ci sono entrate per farci accorgere di qualcosa. Sono lì per farci capire che ci stiamo facendo distrarre da illusioni? Sono lì perché le abbiamo materializzate noi?

Quando decidiamo che nella vita c’è qualcosa da scoprire (che ci si può svegliare, che si può manipolare fortemente il mondo esterno) noi stessi cambiamo tantissimo. Ci crescono dentro delle antenne che ci rendono più abili a notare le coincidenze, le cosiddette sincronicità, i deja vu. E tendiamo a mettere di più in dicussione le cose, senza dare per scontato che la realtà “sia la realtà” e basta.

Il mio indovinello personale

Io tendo a scegliere il secondo approccio: credo di essere in vita perché ho qualcosa da qualcosa da imparare, qualcosa da fare. E sento che c’è qualcosa da capire in tutta questa storia, anche se non mi è necessariamente ben chiaro cosa.

Il motivo di questa mia scelta è semplice: me lo dice il mio intuito, e oltretutto è anche l’opzione più eccitante.

Visto che nessuno può stabilire con certezza se è vero o no che la vita sia una specie di sogno, in cui c’è effettivamente da svegliarsi rispetto a qualcosa, decido io che è così. Mi sembra la decisione più sensata visto che riempie la vita di una magia particolare, una magia che io ho avuto la fortuna di provare già diverse volte.

Mi sono svegliato da una serie di illusioni che mi hanno tenuto distratto per anni in passato, ad esempio l’importanza del denaro, e questo è stato il punto di partenza da cui sono davvero iniziate ad apparire -o moltiplicarsi- cose magiche nella mia vita. I tramonti di una bellezza indescrivibile, le avventure di viaggio e le esplorazioni in posti nascosti, tutti per me, le persone che mi hanno fatto sentire capito e amato, scenari e atmosfere completamente nuovi, sono entrati nella mia vita solo dopo aver acquisito lucidità, dopo essermi liberato da delle illusioni ridicole dentro le quali prima mi muovevo e mi agitavo, incosciente.

Penso di essermi svegliato rispetto a una certo numero di llusioni, e per certi versi penso di vivere in questo mondo in uno stato di lucidità, ma probabilmente si tratta di un risveglio parziale. Probabilmente ci sono ancora molte altre illusioni che mi distraggono e mi tengono addormentato, ma di cui ancora non riesco ad accorgermi. Chissà quali e quante sono.

In effetti mi chiedo fino a che grado ci si può svegliare in questo mondo. Si può riuscire a notare abbastanza indizi da raggiungere una sorta di risveglio completo? Si può riuscire ad acquisire un livello di lucidità tale da poter davvero applicare efficacemente la legge di attrazione, e manipolare al 100% la materia e gli eventi?

E’ affascinante chiedersi se qualcuno c’è mai riuscito nel corso della storia, e se si in quanti. E dopo che fine hanno fatto? Sono ancora in questo livello, impegnati a plasmare l’universo, o si sono svegliati in un livello successivo, alle prese con un altro sogno più grande?

Chissà quanti sogni ci sono in totale nella struttura a cipolla? Chissà quanti sono gli indovinelli da risolvere?


Note: ho scritto che nei miei sogni lucidi “posso fare tutto”, ed è così, però voglio precisare che io spesso sperimento una certa inerzia nel manipolare i miei sogni. Quando divento lucido, se ad esempio provo a materializzare delle persone, queste di solito non appaiono immediatamente ben delineate, ma le loro sembianze si formano lentamente, con una certa fatica, e nello sforzo di renderne chiaro l’aspetto spesso mi sveglio. Mi chiedo se dipende dalla mia poca pratica.

Relativi:

La direzione di questo blog

Chi tiene d’occhio questo blog avrà sicuramente notato che ultimamente pubblico meno frequentemente, e che i post si sono fatti più lunghi e più “seri”. Questo cambio di direzione non è casuale, ma è conseguenza di una serie di valutazioni che ho fatto su cosa voglio che sia questo blog, e sulla strategia che voglio seguire per diffonderne i contenuti.

Cancellare o non cancellare?

Se dò uno sguardo a quello che pubblicavo fino a qualche tempo fa, ammetto che mi vengono i brividi. E non solo qui sul blog, ma in generale su internet: ho scritto e detto una marea di stupidaggini, cose superficiali o insignificanti, commentato articoli/video altrui con odio, razzismo, sarcasmo, ego. Gli stadi della stupidità li ho attraversati proprio tutti -non me ne sono fatto mancare nessuno- e adesso li riconosco in tutte quelle scemenze pubblicate in passato.

Il primo che mi viene in mente è un video su Youtube in cui discutevo le insensatezze del sistema scolastico in Italia, in cui il punto centrale era che secondo me si fanno studiare i ragazzi per troppe ore, e oltretutto spesso facendogli memorizzare nozioni inutili. Sono ancora d’accordo con molti punti espressi in quel video, ma in un pezzo includevo, tra le materie di studio “inutili”, la filosofia. Il che oggi mi sembra una follia, perché adesso considero la filosofia una delle cose più importanti da insegnare ai ragazzi.

In maniera analoga, ho cambiato idea su tantissime altre cose, e la tentazione di cancellare molte delle stupidaggini pubblicate in passato è forte, però ancora resisto. Dopotutto, dove piazzare la linea al di sopra della quale “va bene”? Quali articoli e video che ho pubblicato sono abbastanza buoni per essere lasciati su internet, e quali sono al di sotto della soglia di tolleranza? Fare questa pulizia mi darebbe troppo la tentazione di lasciare online solo pochissime cose prodotte che considero di “alto livello”, e sarebbe pericoloso perché alimenterebbe il mio perfezionismo.

Oltretutto, rileggo le cose stupide e superficiali che ho pubblicato in passato con un certo affetto, perché mi ricordano il percorso che ho fatto per arrivare qui.

Spesso ascolto e leggo le idee di molte persone che producono contenuti su internet, che mi piacciono e che seguo, e mi sembrano così dannatamente sagge, intelligenti e piene d’amore, che non riesco proprio a immaginare che quelle persone siano mai passate attraverso tutta questa stupidità per arrivare a quello stadio di “evoluzione”. Mi viene quasi da pensare che siano state, più o meno, sempre così.

Ma io no. Non che adesso mi consideri particolarmente saggio, intelligente o pieno d’amore, ma almeno mi sembra di essere molto più maturo di quanto ero fino a pochi anni fa. Sono cambiato tantissimo in questi ultimi anni, un cambiamento sicuramente non indolore, ma di cui sono piuttosto orgoglioso. Eppure è avvenuto facendo tutti gli errori possibili e immaginabili, nessuno escluso.

C’è ancora spazio per errori e stupidaggini

Naturalmente, non c’è da preoccuparsi: di errori e stupidaggini probabilmente continuerò a produrne a pacchi. Immagino che in futuro leggerò quello che scrivo in questo periodo e penserò “come potevo non accorgermi di quanto era stupido!” o “come mi è saltato in mente di pubblicare una tale idiozia!”.

Né ho l’intenzione di mettere al bando ogni argomento superficiale dal blog, e scrivere solo di temi profondi e seri, suona piuttosto noioso. La capacità di spaziare da temi come la spiritualità e l’economia, a temi come il Centipede umano e Two girls one cup*, è una delle cose che più apprezzo della mia personalità. Cercai di spiegare questo lato del mio carattere nel post Inseparable emotions. Oltretutto, spesso gli argomenti superficiali sono un ottimo materiale di base per sviluppare post o video divertenti, che facciano ridere. E ridere e far ridere è decisamente una delle missioni della mia vita.

Resta comunque il fatto che ho deciso di cambiare l’approccio a quello che pubblico (e a come lo pubblico) qui sul blog e nei vari siti internet collegati, non appena mi sono chiarito nella testa alcune cose. Innanzitutto:

Cosa voglio che sia questo blog

Capire cosa volevo che fosse questo blog è stato un processo molto graduale, che ha richiesto parecchio tempo. Che volessi uno spazio per dare voce a tutte le mie “teorie”, quelle con cui tormento puntualmente amici e parenti, era ovvio già tantissimi anni fa. Così come era ovvio che l’argomento centrale del blog sono proprio io: le mie idee, le mie opinioni, la mia visione del mondo. Per cui è stato subito evidente che il nome del dominio da usare dovesse essere il mio: Paolo.

Un altro paio di aspetti, invece, sono diventati chiari solo dopo molto tempo, ma oggi finalmente anche di questi sono piuttosto sicuro.

Innanzitutto, voglio che questo blog sia uno strumento per produrre bellezza. Per distribuire idee interessanti, originali, utili, che possano migliorare la vita delle persone. Ed è questa la motivazione per cui passo ore a scrivere articoli o produrre video su argomenti che considero “importanti”, impegnandomi a descrivere le idee con chiarezza e semplicità.

Voglio anche che questo blog sia un diario personale, in cui posso raccontare, alternandole agli articoli di interesse generale, le esperienze della mia propria vita. Quello che mi succede, le persone che incontro, i luoghi che esploro, le situazioni che mi capitano durante le mie giornate, e cosa mi sembra di imparare da tutto ciò. Mi piace poter tenere sul blog una traccia del mio percorso di sviluppo personale.

Inoltre, voglio che il blog sia qualcosa che mi corrisponde davvero. Voglio poterlo aprire e ritrovarmi in uno spazio che sappia di me: dallo stile grafico, agli articoli, ai video, alla musica: qualcosa che sia originale, autentico, talentuoso, tormentato, comico. Il che è facile a scriversi ma non a farsi, naturalmente, ma questo almeno è l’obiettivo.

La strategia

Dopodiché c’è la questione della strategia da seguire, che spiega perché da un po’ i post sono piuttosto infrequenti, ma sono piuttosto lunghi.

Il motivo è molto semplice: non voglio diluire i contenuti. Fino a qualche tempo fa pensavo non c’è niente di male a pubblicare sia post seri e pensati a lungo, sia aggiornamenti casuali riguardanti i fatti del giorno, o sciocchezze superficiali tanto per ridere. E infatti è quello che facevo.

Ma poi mi sono reso conto che così facendo diluisco l’efficacia dei messaggi che affido a quei post più lunghi e articolati. E visto che internet ormai viene inondato quotidianamente di contenuti di poco valore -ogni giorno appaiono in rete milioni di nuovi articoli, video, notizie, per la stragrande maggioranza insignificanti- non ha senso cercare di mantenere il ritmo e pubblicare anch’io contenuti con frequenza tanto “per mantenere l’interesse”. Competere puntando sulla quantità, non mi sembra che abbia più molto senso.

La mia considerazione è che ormai la massa di contenuti prodotti dall’umanità è enorme, direi forse eccessiva, e questo si vede sia su internet, dove gran parte dei contenuti insignificanti vengono pubblicati e ignorati, cadendo nel dimenticatoio di internet e praticamente “sparendo” dai motori di ricerca, ma anche nel mondo reale, ad esempio nelle librerie, dove nuovi libri appaiono sugli scaffali a ritmi velocissimi, spesso per vendere solo poche copie e poi sparire dalla vista anch’essi.

La strategia migliore resta, secondo me, competere puntando sulla qualità. Questa ha ancora molto senso. Anche se pubblico nuovi articoli e video più raramente, se i loro contenuti sono “forti”, la gente li cercherà e li raggiungerà. E voglio che la gente sappia che quando raggiunge il mio blog, dentro ci troverà contenuti di alta qualità, senza dover fare la scrematura tra altre sciocchezze pubblicate tanto per pubblicare qualcosa.

Naturalmente, mi continua a venir voglia, ogni tanto, di scrivere pensieri su argomenti superficiali o commentare i fatti del giorno, e fortunatamente per questo ci sono i social network. Quando voglio pubblicare qualcosa di poco valore, o condividere contenuti non originali -quindi prodotti da altre persone- posso semplicemente farlo sui social network. La gente sui social network non ha voglia di assorbire idee o contenuti in ogni caso, ma quasi sempre va lì solo per scorrere in modo veloce e superficiale tra contenuti “facili”, che non provochino alcuna riflessione.

Questo blog invece è la destinazione migliore per quelle che considero le mie idee migliori. Sembra ovvio adesso, eppure ho dovuto pubblicarci sopra una certa quantità di stupidaggini prima di capirlo.

Fino alla prossima valutazione della situazione quindi, la strategia sarà questa: tenere separati gli ambiti, e puntare più sulla qualità che sulla quantità.


Note: * nel caso non li conosciate, si tratta di due film piuttosto popolari con lo stesso attore protagonista: le feci umane.

Relativi: 

Tecniche di manipolazione dei media

Molte persone sono convinte di avere delle opinioni proprie: riguardo la politica, l’economia, la cronaca, lo sport, e via dicendo. Ma in realtà spesso le loro opinioni non sono le loro: sono nate, cresciute, e si sono orientate, sotto la guida scaltra di articolisti di giornali, o produttori di notiziari. Le opinioni della gente vengono fatte ricadere dentro un solco già scavato in precedenza.

tecniche-di-manipolazione-mediatica-fronteIn questo articolo ho deciso di raccogliere alcune tecniche di manipolazione che i media usano per influenzare le masse, tra quelle che io riesco a vedere, e tra quelle che più mi impressionano per quanto sono subdole e dannatamente efficaci. Queste tecniche vengono utilizzate dai media più o meno sempre per gli stessi scopi:

  • ricevere attenzione (e quindi soldi tramite pubblicità)
  • portare avanti l’agenda di qualche partito politico o corporazione

Naturalmente le persone che vengono influenzate dai media non ne sono mai coscienti  -loro pensano di avere opinioni “personali” e “libere”- per cui spero che, se sei vittima di una di queste tecniche di manipolazione, questo articolo possa esserti utile ad accorgertene. Iniziamo dunque con un grande classico:

1. Puntare costantemente i riflettori su personaggi che contano poco

tecniche-di-manipolazione-mediatica-personaggi-che-contano-pocoUn pilastro fondamentale della manipolazione mediatica è tenere al centro della scena, costantemente, personaggi che contano poco. Spesso si tratta di personaggi propensi a fare uscite forti, razziste, sessiste, che generano facilmente indignazione nel pubblico. Questi personaggi, della cui impopolarità i media sono perfettamente coscienti, vengono intervistati frequentemente, e le loro sciocchezze vengono immediatamente riprese da tutti i giornali generando dei “flame” tra la gente, cioè discussioni infuocate.

Dal canto loro, questi personaggi che contano poco sono spesso compiaciuti dell’attenzione ricevuta, e non sono essi stessi coscienti di essere pedine di un gioco molto più grande, un gioco il cui scopo vero è tenere dietro le quinte, lontani dai fari e sconosciuti ai più, i volti e i nomi dei personaggi che contano per davvero: banchieri, lobbisti, capi di corporazioni, e questi di certo si vedono molto meno nei notiziari.

Funziona benissimo: la gente concentra tutto il suo odio e i suoi insulti su personaggi irrilevanti, senza accorgersi che la vita pratica che fa tutti i giorni (sveglia – caffè – di corsa fuori casa – traffico – ufficio – spesa…) dipende invece fortissimamente dalle decisioni di ben altri personaggi, che lontani dai riflettori esercitano il potere indisturbati.

Magari, a volte, anche questi altri personaggi hanno pensieri razzisti o sessisti, ma si guardano bene dal dargli voce in televisione: loro sono abbastanza intelligenti da non fare dichiarazioni che ne potrebbero compromettere l’immagine pubblica, e stanno ben attenti a non sovraesporsi. Preferiscono lasciare i burattini al centro della scena.

2. Puntare costantemente i riflettori su luoghi che contano poco

tecniche-di-manipolazione-mediatica-telecamere-parlamentoDavvero pensi che sia il parlamento il luogo in cui si prendono le decisioni importanti? Raramente. Le decisioni importanti ormai si prendono in tutt’altri luoghi: in ville private, sui tavolini dei bar, nei ristoranti. E le prendono appunto quei personaggi sconosciuti alla massa, che discutono di accordi miliardari indisturbati dalle telecamere.

Nel frattempo i media continuano a dare ampia copertura a quello che succede in parlamento: le votazioni, le dichiarazioni dei politici, le bagarre in aula quando l’opposizione si scalda, i battibecchi su questioni marginali, e via dicendo.

Intendiamoci: in teoria avrebbe davvero molto senso tenere puntata l’attenzione sul parlamento… se il parlamento fosse davvero il luogo dove si fanno le leggi. Purtroppo in pratica, e questo vale per molti governi, il parlamento nella sua globalità è una macchina di una inefficienza mostruosa, che produce una legge ogni morte di papa. Non è questione di destra, sinistra, centro o opposizione: è proprio il parlamento intero che è un organo improduttivo.

E nei pochi casi in cui arriva davvero a produrre una legge, il processo spesso è ben poco democratico. Infatti non c’è nessun dialogo tra le parti: ogni politico si alza, prende il microfono, fa le sue dichiarazioni che gli avversari a malapena ascoltano, e si siede. La scena si ripete a parti invertite. Dopodiché si vota seguendo indicazioni arrivate dall’alto, dai capi delle due fazioni, che spesso non sono nemmeno seduti parlamento, o addirittura non ne fanno parte affatto (lobbisti, banchieri, etc).

In maniera analoga al caso precedente quindi, una seconda tecnica di manipolazione mediatica -efficassima- consiste nel puntare costantemente i fari sul parlamento, suggerendo l’idea che è quello il centro dell’azione, lasciando invece che ai tavolini di un bar, a pochi isolati di distanza, qualcun altro stia decidendo le sorti del paese davanti a un caffè.

3. Inondare blog e giornali online di trolls

tecniche-di-manipolazione-mediatica-trolls-internetCasomai non foste familiari con il gergo di internet, nell’ambito dei blog e dei siti di notizie online, un troll è qualcuno che commenta un articolo con degli scopi ben precisi: creare divisioni nella comunità, ridicolizzare l’autore, insinuare dubbi tra i lettori, smorzare gli entusiasmi.

L’elite che detiene il potere ha capito una cosa: è facile manipolare il pubblico attraverso i vecchi media monodirezionali, come la televisione. Con la televisione la propaganda viene propinata agli spettatori, senza che questi possano fare molto più che assorbirla. Ma è molto più difficile tenere sotto controllo internet. Non solo esiste una varietà enorme di siti di opposizione che diffondono contenuti “scomodi”, ma quegli stessi siti di opposizione permettono uno scambio bidirezionale: gli utenti possono commentare gli articoli, discutere tra di loro, mettersi in contatto. E tutto ciò è estremamente pericoloso per chi detiene il potere.

La tecnica più efficace che hanno trovato per manipolare le persone quindi -anche su internet- è quella di inondare questi siti di trolls. Trolls che, non appena viene pubblicato un nuovo articolo dai contenuti potenzialmente “pericolosi”, si mettono all’opera e lo riempiono di commenti carichi di scetticismo, pessimismo, sarcasmo, o in cui semplicemente insultano gli altri utenti reali creando dei flame, così che se non altro distolgono l’attenzione dal tema originale che veniva discusso nell’articolo.

I trolls sono difficili da identificare, soprattutto perché grazie all’anonimato tipico di internet possono apparire con nomi diversi, e sembrare numericamente molti più di quanti sono in realtà. L’efficacia del loro lavoro si gioca sul fatto che molte persone hanno una tendenza naturale a lasciare che la propria opinione si allinei all’opinione collettiva (o almeno che percepiscono come l’opinione collettiva).

Nonostante ciò, con un po’ di esercizio svilupperete abbastanza fiuto da riuscire a smascherarli con agilità, e a quel punto vi accorgerete anche di quali sono i siti che fanno vera opposizione al sistema, perché solitamente sono proprio quelli in cui l’infestazione dei trolls è più grave.

4. Distrarre il pubblico con i diritti

tecniche-di-manipolazione-mediatica-pinkwashing2I media utilizzano diverse strategie per distrarre il pubblico, portando l’attenzione generale via da tematiche importanti e riposizionandola su tematiche minori. Un buon esempio è il grande risalto che danno ai “diritti”, e di questi un caso popolarissimo sono i diritti delle donne e degli omosessuali.

Una parola che spiega estremamente bene questa tecnica è il pinkwashing, cioè il lavaggio del cervello “rosa” che viene effettuato sul pubblico ad opera di governi e corporazioni. I media sono pieni di esempi di pinkwashing: prodotti alimentari che sponsorizzano la ricerca per il cancro al seno, interviste a politici che ripetono come un mantra l’importanza dei matrimoni gay, paesi che promuovono il turismo LGBT e facilitano eventi come il gay pride.

Tutte ottime cause naturalmente… se non fosse che questi governi e corporazioni spesso sono così tanto amichevoli nei confronti delle donne e degli omosessuali più che altro per convenienza (dopotutto è una strategia che costa poco e che dà ottimi risultati in termini di reputazione), ma soprattutto se non fosse che mentre come facciata sono così sensibili ai problemi delle categorie interessante, dietro le quinte adoperano delle pratiche orrende, che vanno dal “poco etico” al “criminale”.

Infatti, da una parte una corporazione alimentare sottolinea l’importanza della prevenzione nella salute delle donne, dall’altra dietro le quinte riempie i propri snack di additivi chimici che danno assuefazione (spesso cancerogeni tra l’altro…) e utilizza modelli di mercato distruttivi per l’ambiente. Da una parte un governo trasmette in televisione frequenti spot pro-gay e in nome dell’uguaglianza, dall’altra dietro le quinte colonizza territori stranieri e pratica la segregazione razziale. E così via.

C’è una forte componente emozionale, quella di donne e omosessuali, che viene sfruttata per manipolare il pubblico. Tra le persone che appartengono a queste categorie, che spesso storicamente sono state svantaggiate, e che più frequentemente sono state vittime di abusi, c’è un forte desiderio di validazione. E chi controlla i media l’ha capito bene: fornisce questa validazione battendo in continuazione il tasto dei loro diritti, per poi poter calpestare i diritti di molte altre categorie senza troppe interferenze.

5. Distrarre il pubblico con problemi insignificanti

test-doggyUna seconda tecnica che i media usano per distrarre il pubblico è discutere problemi insignificanti, e tra questi un caso che mi piace citare spesso è quello dell’abbandono dei cani.

In Italia è un grande classico, che viene riproposto a ogni estate. Stando allo spazio riservato a questo “problema” nei notiziari nazionali, sembrerebbe che ogni anno le autostrade del paese siano percorse su e giù da migliaia di persone crudeli, a caccia di un palo a cui legare il proprio animale. L’idea è ridicola, ma purtroppo funziona molto bene perché sfrutta la componente emozionale di molti appassionati di animali domestici.

Naturalmente, siamo tutti d’accordo che abbandonare un animale domestico è una pratica odiosa, ma dare tanto risalto a questo tema, che numericamente è irrilevante, significa togliere spazio alla possibilità di mostrare problemi veri, ben più impattanti la vita delle persone.

Purtroppo il metodo funziona, e il risultato è tragico e comico allo tesso tempo: mentre il sistema bancario parassitico causa disoccupazione e debiti, mentre in medio oriente migliaia di persone vengono brutalmente torturate e uccise, mentre esiste un’epidemia di problemi legati allo stile di vita, come depressione e intolleranze alimentari… gli spettatori di notiziari e i lettori di giornali si arrabbiano e si commuovono per l’abbandono dei cuccioli.

6. Demonizzare la vera opposizione

tecniche-di-manipolazione-mediatica-demonizzare-vera-opposizioneLe istituzioni che detengono il potere si servono dei media mainstream per neutralizzare i veri oppositori, quelli che denunciano gli abusi e che iniziano a guadagnare abbastanza consenso da rappresentare una seria minaccia, usando una strategia semplice ma certamente efficace: dargli poco spazio, e quando gli si dà spazio, buttargli fango addosso.

Poco importa che un politico, attivista, giornalista, filosofo, abbia un passato irreprensibile. Se viene identificato dal sistema come persona scomoda, ci sono mille modi diversi di dipingerlo nei media facendolo apparire come estremista, disonesto, immorale, pazzo.

Basta riprendere un lungo discorso tenuto dall’oppositore, magari della durata di ore, e da quel discorso estrarre una singola frase che può essere equivocata, per poi sbatterla su tutti i giornali e discuterla in tutti i notiziari. E in termini semplicemente di immagini, l’oppositore può partecipare a un evento pubblico e parlare quasi sempre con espressione rilassata, ma dalle registrazioni di quell’intervento i media possono comunque estrarre un singolo fotogramma in cui l’oppositore ha fatto una smorfia, o un’espressione corrucciata, e piazzarla in prima pagina con un titolo insinuante.

Naturalmente, se il personaggio in questione non ha un passato irreprensibile diventa tutto più facile. Non mi stupirei affatto di scoprire che alcuni governi, o vari gruppi di potere, abbiano messo su degli interi uffici dediti a cercare errori fiscali degli oppositori, a tentare di intercettarli telefonicamente, e in generale a scavare a caccia delle loro magagne. Se hanno fatto il minimo errore, quasi sicuramente prima o poi verrà fuori e verrà sbandierato nei media.

7. Dare spazio alla finta opposizione

tecniche-di-manipolazione-mediatica-finta-opposizioneChi controlla i media sa bene che di opposizione c’è bisogno, almeno una.

Molte persone “nella massa” spesso non riescono a vedere le cause principali di molti dei loro problemi (es. la natura parassitica del sistema bancario, le corporazioni che incoraggiano il consumismo, il governo che lavora per sé stesso e le lobbies anziché per i cittadini), ma questo non toglie che riescano a sentire il dolore conseguente a queste cause: la frustrazione dovuta alla mancanza di tempo libero, la noia/stress dovuti a lavori insignificanti, l’infelicità dovuta a troppi oggetti e a troppe poche relazioni umane.

L’elite che detiene il potere capisce bene che questo sentimento negativo ha bisogno di una valvola di sfogo, altrimenti ci sarebbe davvero una rivoluzione che cambierebbe il sistema. E allora gliela fornisce, mettendo però in piedi un’opposizione fasulla.

Il che non richiede certo un gran lavoro: esistono molti personaggi che spontaneamente calzano bene il ruolo dei finti oppositori, basta tenerli frequentemente sotto gli obiettivi delle telecamere. Politici che nelle interviste si dichiarano contrari all’operato del governo (e poi dietro le quinte ci fanno accordi) o politici che davvero sono contrari all’operato del governo, ma hanno delle personalità e idee talmente bizzarre che quasi riescono a far riconsiderare i partiti principali di governo come “il male minore”.

8. Dare nomi positivi alle schifezze

tecniche-di-manipolazione-mediatica-giochi-linguisticiUn’altra classica tecnica di manipolazione, usata tantissimo nei media, è tutta basata sul linguaggio: si utilizzano nomi a cui istintivamente la gente associa una connotazione “positiva” per chiamare dalle gran schifezze fatte dalle corporazioni e dal governo.

Un semplice esempio, di cui ci si può accorgere più facilmente, sono gli spot commerciali in televisione (nota, per capire se un prodotto/servizio è spazzatura potete applicare questo criterio semplice ma praticamente infallibile: se lo pubblicizzano in televisione allora è spazzatura). Esiste una varietà enorme di snack pieni di coloranti, conservanti, e rifiuti tossici vari, i cui nomi contengono le parole special, happy, diet, light, natural.

Però ci sono altri esempi di manipolazione di più alto livello, tra cui molte manovre fatte dal governo, che non sono altrettanto evidenti per il pubblico. Azioni di guerra in paesi stranieri e occupazione militare diventano missioni di pace. Aumenti delle tasse vengono inclusi in piani per la ripresa o decreti sblocca-Italia. L’istituto per il monitoraggio fiscale viene chiamato equitàlia. E soprattutto c’è lei, la parola insensata che intasa i notiziari e viene ripetuta ovunque nei media come fosse un mantra: la crescita.

Leader politici e di corporazioni continuano ripetere ovunque l’importanza di avere crescita economica, e il pubblico spesso non si accorge di cosa davvero si nasconde dietro questo messaggio, proprio perché spesso alla parola crescita si associa qualcosa di buono.

La realtà è che perseguire la crescita infinita -dell’economia, della produzione, della popolazione- su un pianeta con risorse finite è insensato e pericoloso. Sarebbe più sensato, secondo me, parlare di sviluppo, ma questa parola nei media non si sente quasi mai. Il motivo per cui i leader della politica e delle corporazioni insistono invece con la crescita economica è che la crescita genera tasse, e le tasse pagano appunto lo stipendio ai politici stessi (che poi ridistribuiscono a cascata i soldi alle corporazioni “amiche”), e gli permettono di fare quello che vogliono fare.


Lascia che le tue opinioni siano davvero le tue

Si possono discutere parecchie altre tecniche, ma queste che ho appena descritto in questo breve elenco sono sicuramente tra quelle che io “sento” di più, e contro cui considero più utile tenere alta la soglia dell’attenzione.

A me sembra di scorgere gli effetti della manipolazione mediatica in molte persone, in cui appunto noto l’abitudine a parlare rigurgitando opinioni altrui, piuttosto che dando voce all’opinione propria.

manipolazione-mediatica-rigurgitare-opinioni-altruiIl metodo migliore per non cascarci, e per non lasciar cadere la propria opinione nel solco pre-confezionato e pre-scavato dai media è applicare il pensiero critico. Non credere a una storia o una notizia semplicemente perché ci credono tutti, o perché la fonte è una autorità. Rendersi conto che molti media sono perennemente a caccia di attenzione (“attention whores“), e che di conseguenza pubblicano intenzionalmente molte notizie che suscitano reazioni forti -rabbia, indignazione, eccitazione- proprio con l’obiettivo di catturare il pubblico.

E naturalmente chiedersi sempre, ogni volta che si ascolta un notiziario o si legge un giornale, se l’intenzione di chi sta diffondendo quella notizia è davvero mostrare dei fatti inalterati per informare il pubblico… o se invece l’intenzione è manipolarlo, per motivi di comodo.


Note:

Relativi: Che cos’è il “sistema”?, Come liberarti dal sistema

Come il tuo corpo usa i diversi nutrienti

Ecco come il tuo corpo usa i macronutrienti (quelli necessari in quantità maggiori):

Proteine: sono usate per costruire le strutture, come muscoli, unghie, capelli. Queste strutture danno una “forma” al tuo corpo, questo è il motivo per cui molti bodybuilders sottolineano l’importanza di mangiare cibi proteici. Alcune fonti salutari di proteine sono: legumi, quinoa, pesce, uova, tempeh, yogurt intero non zuccherato, carne non processata.
Carboidrati: sono usati per l’energia, che permette al tuo corpo di muoversi. È una buona strategia assumere carboidrati nei pasti che precedono l’esercizio fisico (pensa agli atleti che mangiano un pezzo di frutta mezz’ora prima di gareggiare). Alcune fonti salutari di carboidrati sono: riso integrale, frutta e verdura, miele crudo, amaranto, patate dolci.
Grassi: sono usati per costruire strati protettivi intorno agli organi, per digerire vitamine lipo-solubili, e come energia immagazzinata. È un vecchio mito che “i grassi ti fanno ingrassare”: è il cibo spazzatura industriale che ti fa ingrassare, invece. I grassi sono vitali per il tuo corpo. Alcune fonti salutari di grassi sono: olio d’olia extra-vergine, olio di cocco, avocado, noci, nocciole, mandorle, noccioline.

Ed ecco come il tuo corpo usa i micronutrienti (quelli necessari in quantità minori -ma comunque necessari-):

Vitamine: sono usate per molte funzioni vitali, aiutano il metabolismo, funzionano da antiossidanti, regolano la crescita di cellule e tessuti. È importante notare che molte vitamine sono sensibili al calore, quindi le persone che sistematicamente cucinano i loro pasti ad alte temperature (bollendo, friggendo…) “uccidono” le vitamine e si ritrovano con una dieta deficiente di vitamine.
Minerali: sono usati per costruire quella parte del tuo corpo che è effettivamente minerale, come ossa e denti, che sono fatti di calcio. Sono anche impiegati in molti altri processi importanti, per esempio il magnesio supporta la sintesi delle proteine, il sodio controlla la contrazione dei muscoli e le funzioni dei nervi, il ferro produce l’emoglobina nei globuli rossi che trasportano ossigeno nel corpo.

Infine, anche se a volte non sono tecnicamente etichettati come nutrienti o non inclusi nei gruppi precedenti, ecco come il tuo corpo usa altri tre elementi della tua dieta di vitale importanza:

Fibra: è la parte delle piante che non è digerita nel tuo corpo, -quindi effettivamente sopravvive all’intero transito nell’intestino-, ma è usata per rendere le feci più ariose, morbide, così che passino nell’intestino facilmente. La fibra previene stitichezza e diarrea, ed è particolarmente abbondante nella pelle di molta frutta e verdura, e nella crusca dei cereali integrali.
Fitochimici, i composti nei frutti e verdure che sono responsabili delle loro proprietà organolettiche (come colore e odore), potrebbero avere un enorme numero di effetti benefici. Molti studi sono ancora cauti, ma io “scommetto” che in futuro mostreranno chiaramente una forte correlazione tra fitochimici e buona salute / prevenzione delle malattie. I fitochimici sono molto abbondanti nella frutta e verdura dai colori accesi.
Acqua: costituisce una frazione significativa del corpo umano (variabile dal 55% al 75%), ed ha un numero di funzioni importanti, per esempio: regola la temperatura del corpo nella sudorazione e respirazione, lubrifica le giunture, scarica i rifiuti nell’urina, mantiene umide le membrane, forma la saliva, funziona da mezzo di trasporto per distribuire nutrienti essenziali alle cellule.

Note: Per semplicità ho riunito i minerali insieme nel gruppo dei micronutrienti, nonostante ciò a volte viene fatta una separazione tra microminerali (o “microelementi”) e macrominerali.

Relativi: Densità di nutrienti

La funzione del lavoro

La funzione del lavoro è cambiata profondamente negli ultimi tempi: oggi non è più quella di produrre risorse, bensì quella di controllare l’accesso alle risorse. Incredibilmente, sembra che molti ancora non se ne siano accorti.

funzione-del-lavoro-copertinaLavoro improduttivo

Ogni giorno un fiume di impiegati si riversa nel traffico, e poi si chiude 8 e più ore in ufficio… però non sta producendo praticamente nulla. Una minima parte di questi lavoratori, certo, produce davvero risorse utili. Magari crea applicazioni tecnologiche innovative, o fa ricerche in campo scientifico o alimentare.

Ma sfortunatamente questa minima parte è sovrastata, schiacciata da un’enorme massa di impiegati che, in ore di fuffa davanti ai computer, non produce alcun valore concreto per la società. Di questa massa ho fatto parte anch’io, e fanno attualmente parte molti miei parenti e amici, per cui la sensazione frustrante di “non aver prodotto niente” alla fine di una giornata in ufficio la conosco bene.

Perché succede questo? La causa sono i lavoratori, che sono troppo pigri e demotivati, e che quindi in tante ore di lavoro non producono niente degno di nota? In realtà, solo in minima parte. La causa principale dell’ improduttività non sono i lavoratori, la causa è proprio il lavoro stesso: è concepito male, e soprattutto non serve.

Il lavoro è concepito male

Sul fatto che il lavoro moderno sia concepito male ho già scritto, per cui qui sarò molto breve.

Il problema è che insistiamo a usare un modello di lavoro dell’epoca industriale, obsoleto, che poteva andar bene un tempo, in cui un operaio messo al tornio per 8 ore a muovere la manovella, passava effettivamente 8 ore a muovere la manovella. Ma questo modello si continua ad utilizzare oggi, e applicato al lavoro intellettuale, di concetto, non funziona. Non ripeterò mai abbastanza che l’idea di portare avanti un lavoro intellettuale per 8 e più ore al giorno è irrealistico.

C’è l’ostinazione a vincolare il lavoro al tempo che il lavoratore passa effettivamente a lavorare, come se ai clienti che comprano un bene/servizio importasse qualcosa di quante ore è stato necessario lavorare per produrlo. Questo vincolo non ha molto senso, per un numero sempre crescente di lavori. Quello che ha senso, invece, è vincolare il lavoro al valore che viene creato e distribuito ai clienti.

Il lavoro non serve più

Ma c’è qualcosa di ancora più interessante: il fatto che il lavoro sia improduttivo, in realtà, non è un problema. So che questa affermazione sembra controintuitiva, eppure bisogna considerare che siamo arrivati a un punto, nella storia, in cui non abbiamo bisogno di aumentare la produzione di risorse, perché le risorse ci sono già per tutti. Anzi, ce ne sono decisamente troppe.

Ad esempio in termini di cibo. Attualmente siamo oltre 7 miliardi di persone sul pianeta, ma produciamo cibo per sfamarne 12 miliardi. Quindi produciamo troppo cibo e lo buttiamo via, riuscendo comunque, nel frattempo, a far morire di fame milioni di persone (in Africa e altri paesi poveri). Lo spreco della risorsa cibo è stato messo in numeri da uno studio di qualche anno fa, che ha evidenziato come una percentuale tra il 30 e il 50% del cibo prodotto sul pianeta non raggiunga mai uno stomaco umano. E senza dover consultare i numeri, lo vediamo bene “a occhio” nelle nostre case e nei supermercati: si butta tanto, si butta troppo.

E che dire del cibo per la mente? Anche di questo ce n’è tantissimo, infinitamente di più di quanto la società attuale sembra desiderare. Gli scaffali delle librerie contengono tantissimi libri grandiosi, ma di questi libri gran parte delle persone non ne leggerà nessuno, o al massimo solo una manciata, in una vita intera. Ci sono molti più documentari e film interessanti di quanti la persona media vedrà mai, e il mondo è pieno di posti meravigliosi (con bellezze naturali e artistiche da togliere il fiato), ma di questi posti la persona media non ne vedrà che una frazione microscopica in tutta una vita.

Il mio recente articolo “Roma vs Barcellona” infatti, è nato dal mio stupore nel constatare come la mia città, Roma, sia piena di posti straordinari, eppure gran parte delle persone che conosco -molte delle quali residenti a Roma stessa e dintorni-, non li ha mai visti, e anzi nemmeno sa che esistono. Passano gran parte del loro tempo a lavorare (improduttivamente) e di conseguenza non hanno molto tempo residuo per “consumare” le risorse artistiche della città.

Un altro esempio è quella della risorsa casa. Spesso si discute dei problemi di chi la casa non ce l’ha, e che si ritrova a vivere in strada, o delle famiglie numerose che vivono ammassate in un paio di stanze. Eppure raramente si fa notare che nelle città e nei paesi ci sono tantissime case vuote, inutilizzate. Case in cui non abita nessuno, e che non vengono nemmeno messe in affitto dai proprietari.

Questi sono pochi esempi, eppure già dovrebbero rendere evidente una cosa: la verità è che oggi esiste una sproporzione tra la quantità enorme di risorse che l’umanità ha a disposizione (cibo, case, arte, conoscenza, forme di intrattenimento…), e la quantità di queste risorse che viene effettivamente consumata: ne viene consumata solo una parte, a volte solo una parte ridicolmente piccola.

Per questo motivo i mantra ripetuti spesso da politici e media, “bisogna produrre di più” e “bisogna crescere”, sono una sciocchezza. Perché preoccuparsi di produrre più risorse, se l’umanità già adesso ha a disposizione un patrimonio immenso di risorse, di vario genere, che non usa?

Non ha molto senso questo fiume di lavoratori che corre ogni giorno tra il traffico e l’ufficio. Non solo il loro lavoro è condannato già dalla partenza ad essere improduttivo, proprio perché come ho accennato sopra segue un modello obsoleto e assurdo, ma addirittura non ha nemmeno bisogno di esserlo, produttivo, perché l’umanità non ha bisogno di più risorse.

Tutto questo lavoro non serve più. Non a produrre almeno, visto che la funzione originaria del lavoro è ormai decaduta.

Eppure si continua a lavorare

Già, eppure si continua a lavorare, e anche tanto. Il serpentone si attiva tutte le mattine. Sveglia, un caffè bevuto di corsa, i nervi per il tempo trascorso nel traffico, e poi ore e ore chiusi in ufficio, di cui solo una parte a produrre qualcosa di utile, e l’altra a perdere tempo in attività insignificanti. Tutto questo “qualcosa” dovrà pur fare. Una qualche funzione, tutto questo lavoro, dovrà pur averla. E infatti ce l’ha.

La funzione è diventata quella di controllare l’accesso alle risorse.

funzione-del-lavoro-controllo-accesso-alle-risorseIl fatto che le risorse esistano in grande abbondanza, infatti, non è certo garanzia che tutti riescano ad accedervi, tutt’altro. Oggi ad esempio moltissime persone non possono permettersi di mangiare cibo sano, di possedere una casa, di aumentare le proprie conoscenze tramite libri e documentari, di esplorare il mondo. E se non possono permetterselo è perché c’è qualcosa che glielo vieta: è proprio il loro lavoro.

È a causa del lavoro che le persone tornano la sera stanche a casa, e non hanno energia mentale per leggere un libro o guardare un documentario, per cui finiscono a guardare i telequiz in televisione.

È a causa del lavoro che le persone non hanno tempo e voglia di cucinare cibo salutare, che di solito richiede più tempo per essere reperito e preparato, per cui finiscono a mangiare cibi confezionati industriali, altamente processati.

È a causa del lavoro che le persone “non hanno le ferie” per potersi allontanare dalla propria città per viaggiare qualche mese per il mondo, per cui finiscono a doversi accontentare di 2-3 settimane di libertà all’anno, d’estate, in cui ovviamente tutto è più costoso: voli aerei, pernottamenti in hotel, intrattenimenti vari.

È a causa del lavoro che le persone restano disinformate, troppo svuotate fisicamente e mentalmente la sera da aver voglia di cercare informazioni alternative a quelle dalla televisione mainstream, e non vedono che sono proprio i politici e i capi delle corporazioni a decidere che le risorse vengano buttate, piuttosto che rese accessibli a chi ne ha bisogno.

Ad esempio, il motivo per cui molti proprietari di case preferiscono tenere le loro abitazioni chiuse e non affittate, piuttosto che metterle a disposizione, è che il governo rende sconveniente affittarle. Tra le tasse altissime e il nessun supporto in caso di infrazioni da parte degli inquilini, si è creato un sistema in cui è spesso preferibile lasciare la risorsa casa inutilizzata, piuttosto che metterla sul mercato.

Questa non è che una delle tante situazioni paradossali moderne, eppure di queste situazioni moltissimi lavoratori nemmeno se ne accorgono, proprio perché troppo assorbiti dal lavoro per farsi qualche domanda sulla realtà che li circonda.

Tenere occupate e distratte le persone, questa è diventata ormai la funzione predominante del lavoro, visto che la vecchia funzione produttiva si è praticamente estinta. Siamo arrivati a un grado di sviluppo in cui le risorse essenziali, quelle di cui la gente ha concretamente bisogno (cibo, casa, vestiti, medicinali e poco altro) vengono già prodotte da una piccola frazione della popolazione mondiale per tutti gli altri, in grande abbondanza, grazie al supporto delle macchine.

Tutto il resto dei lavoratori invece, il serpentone che tutti i giorni corre tra traffico e ufficio, è per lo più dedito a lavori superflui, poco produttivi, utili ad auto-alimentare il serpentone stesso. Dall’industria bancaria, all’industria farmaceutica (in gran parte), alle corporazioni alimentari del cibo processato, ai vari uffici pubblici, non è certo sorprendente che i lavoratori tornino a casa la sera non riuscendo a reprimere la sensazione di “non aver concluso niente”: il fatto è che non c’era proprio nulla da concludere!

Tutto quello che c’era da fare in realtà, era tenersi occupati e distratti. E a questo il loro lavoro ci ha pensato egregiamente.

I vantaggi della disoccupazione

Se aprite gli occhi, vi accorgerete che oggi le persone che hanno più difficoltà ad accedere alle risorse, quelle che ad esempio faticano di più a comprarsi una casa, o semplicemente a mantenere uno stile di vita salutare, sono proprio le persone che passano più tempo nel serpentone. Quelle che si tengono stretto il posto di lavoro, e che lavorano molte ore.

A queste persone viene ripetuto che “il lavoro è la soluzione” dei loro problemi, che lavorando di più si avvicineranno di più alle risorse che desiderano. E invece è vero esattamente il contrario: è proprio il loro lavoro che le tiene lontane dalle risorse. Il lavoro è il problema. Ad esempio, sono proprio tutte quelle ore di lavoro che tolgono alle persone la voglia di scoprire che cos’è il denaro, come viene prodotto, da chi, come funziona, togliendo loro di conseguenza la possibilità di imparare a guadagnarne di più.

Nonostante si continui a ripetere ovunque, senza applicare un ragionamento critico, che “c’è bisogno di lavoro” e che “bisogna aumentare l’occupazione”, io credo che oggi la società intera trarrebbe dei grossi benefici se aumentasse, di parecchio, la disoccupazione. Poiché moltissimi lavori che vengono svolti sono improduttivi e sterili, o magari lo sono, produttivi, ma producono comunque un eccesso di risorse che viene poi buttato, non ci sarebbero certamente danni se questi lavori sparissero.

Ci sarebbero invece molti vantaggi: le persone avrebbero più occasioni di guardarsi intorno, informarsi, avere una visione più completa della realtà in cui vivono. Potrebbero prevenire le malattie grazie a un’alimentazione naturale e uno stile di vita poco stressante, anziché curare le malattie dopo che si sono manifestate. Potrebbero dedicarsi alla ricerca, all’arte, allo studio. Tutte attività, queste, che accelererebbero lo sviluppo della società, piuttosto che la sua “crescita”.

Perché, è importante sottolinearlo, è lo sviluppo che fa bene a una società, non la “crescita”. La crescita infinita, su un pianeta con risorse finite, non ha senso. È solo uno slogan vuoto che ripetono i politici per mandare avanti questo sistema basato sul lavoro improduttivo, dei cui effetti (la generale disinformazione della popolazione) beneficiano solo loro stessi e pochi altri appartenenti ad elite di corporazioni e media.

Il futuro è della disoccupazione

Voglio cercare di rispondere a una domanda interessante: come evolverà il lavoro in futuro? Si lavorerà tante ore come oggi?

robot-cassiere-in-un-barLascio che a rispondere sia questa foto, che ho fatto di recente nell’aereoporto di Barcellona. È uno dei bar che vendono bevande e panini ai viaggiatori. Alla cassa non c’è piu solamente la cassiera umana che gestisce il pagamento da parte dei clienti. No: tra la cassiera umana e il cliente si è inserito un robot, bello corpulento tra l’altro. Il cliente quindi non paga più direttamente alla cassiera umana, ma mette i soldi dentro l’intermediario robot, e dal robot stesso riceve il resto.

Ho trovato buffo come la cassiera umana fosse quasi sepolta dietro l’ingombrante robot, e mi sono chiesto quanto tempo passerà prima che sparirà del tutto da lì dietro, lasciando che sia il robot da solo a gestire la transazione, in maniera completamente indipendente. Non molto, probabilmente.

Infatti, anche se il lavoro di cassiere oggi è ancora svolto per la maggior parte dalle persone, non è certo azzardato prevedere che in futuro sarà svolto quasi esclusivamente dalle macchine. La tendenza è già evidente adesso nei supermercati, dove c’è una frazione sempre crescente di casse automatiche che sostituiscono le casse dotate di operatore umano.

Per quanti tipi di lavori umani è in atto la stessa tendenza? Moltissimi: essenzialmente tutti quelli manuali, o che richiedono solo una capacità logica minima, come è fare i conti. Per altri lavori invece il passaggio di consegne deve ancora cominciare. Nel settore dell’edilizia, ad esempio, attualmente gli edifici si costruiscono ancora con molto lavoro umano da parte dei muratori, ma non è difficile immaginare che a breve anche il lavoro del muratore sparirà, e che le case verranno “stampate” con tecnologie come quella delle stampanti 3D.

Nel passato abbiamo visto l’estinzione progressiva di molti lavori umani, a ritmo continuo, e credo che questo ritmo continuerà naturalmente in futuro. I lavori che maggiormente spariranno saranno qualli manuali, mentre quelli con più alta probabilità di sopravvivenza saranno i lavori creativi e artistici, in cui l’umano ha un incolmabile vantaggio sulle macchine. Ed è proprio in questi tipi di lavori che quello che conta è il valore: le idee, gli spunti, l’ispirazione, la passione. Tutte cose che hanno poco a che fare con le ore passate dentro un ufficio.

Nonostante molte persone che svolgono lavori non creativi tendono ad avere paura del cambiamento, opponendosi all’idea che il loro lavoro non serva più (perché svolto in maniera più efficiente e produttiva dalle macchine), l’aumento della disoccupazione è naturale e fisiologico. Ha perfettamente senso che in futuro le persone lavoreranno per molte meno ore a settimana di quanto si faccia adesso.

Uno scenario futuro, verso cui possiamo dirigerci, è quello in cui ancora di più le macchine si occuperanno di produrre le risorse essenziali per le persone, mentre le persone si concentreranno su attività mirate allo sviluppo, come arte, scienza e ricerca. Uno scenario in cui il vincolo lavoro-reddito sia molto debole, e in cui ovviamente chi vorrà potrà lavorare anche tantissime ore a settimana, ma lo farà per passione, e non perché costretto dal sistema finanziario.

Verso questo scenario ci stiamo già dirigendo, ma in maniera incredibilmente dolorosa, a costo dell’enorme stress che moltissimi lavoratori immersi nel serpentone provano ogni giorno, e a costo del loro non poter accedere alle risorse proprio perché troppo occupati a lavorare (improduttivamente) per potervi accedere.

Capire che tutto questo lavoro, ormai, ha quasi esclusivamente la funzione di controllo sociale, di regolare l’accesso a risorse già esistenti in abbondanza, è un passo essenziale per facilitare il percorso. Aver letto questo articolo dovrebbe averti dato una mano a farlo.


Note: Lo studio citato sullo spreco di cibo è “Global food – Waste not, want not” condotto da imeche.org.

Relativi: Come guadagnare senza lavorare, Roma vs Barcellona, Come liberarti dal sistema