Pensieri

Trovo che vicario sia una parola molto interessante, soprattutto perché descrive il comportamento di un numero enorme di persone.

Vivere la vita vicariamente significa viverla non in prima persona, direttamente, bensì in maniera partecipata: tramite qualcun altro. Alle esperienze di vita di questo “qualcun altro” il vicario partecipa tenendosi qualche passo indietro -a distanza di sicurezza- ma comunque abbastanza vicino da poterne osservare le avventure.

Un esempio straordinariamente diffuso sono i genitori che vivono la vita vicariamente tramite i propri figli. E’ facilissimo individuarli sui social network perché spesso come foto del profilo personale impostano -anziché una foto di se stessi- una foto di se stessi assieme ai figli, o addirittura dei figli soltanto. Non vedono nemmeno più se stessi come entità separate: si identificano completamente con i figli. Se in una conversazione chiedi loro “come va” o “ci sono novità”, passano velocemente a raccontarti di come stanno i figli, o di cosa stanno facendo i figli. Le gioie, le preoccupazioni, le esperienze più significative della vita riguardano i figli, dai quali vengono ricavate tutte le soddisfazioni e le insoddisfazioni.

Questo comportamento, cioè al momento in cui si fanno figli trasferire su di essi ogni progetto e contemporaneamente smettere di provare a realizzare qualunque progetto proprio, è talmente diffuso che è quasi considerato “normale”. Ma purtroppo questa concezione della genitorialità, come parassitaggio della vita dei figli, è la ricetta perfetta per l’infelicità: sia dei figli che dei genitori.

Un secondo esempio di comportamento vicario estremamente rilevante è dato da chi guarda molti film e serie televisive. Creare situazioni interessanti nella vita vera spesso richiede una certa dose di lavoro, per cui si preferisce provare l’eccitazione di una caccia al tesoro dal comfort di una sala cinematografica, o partecipare al flirt tra due attori attraenti dal divano di casa, magari senza doversi preoccupare troppo di tenersi in forma.

L’approccio e la motivazione sono esattamente gli stessi del caso precedente: i genitori vicari mandano avanti i figli per poi farne da spettatori, in questo caso si mandano avanti gli attori e di questi, ancora più propriamente, si fa da spettatori.


Ci ho messo un po’ ad avere chiaro perché molti adepti dello sviluppo personale -sia i “guru” che i “praticanti”- non mi convincono, e questo nonostante le idee che discutono spesso sono effettivamente molto valide.

Il motivo è che mi sembra che si concentrino troppo sui metodi, ad esempio “come stare in forma” o “come generare reddito passivo”, così tanto da perdere di vista che questi metodi servono soltanto a creare i mezzi per raggiungere uno scopo, ma non sono essi stessi lo scopo.

Mentre molti appassionati di sviluppo personale si concentrano in eterno su come stare in forma, come raggiungere l’indipendenza economica, come sviluppare la creatività, c’è gente che i metodi per stare in forma, avere libertà economica, sviluppare la creatività li applica già in modalità “pilota automatico”, senza né discuterne tanto né quasi ricordarsene, ma poi fa anche il passo successivo: utilizza lo stare in forma, la libertà economica e la creatività per produrre cose nel lavoro che fa.

Ad esempio, spulciando la pagina Wikipedia di molte persone di successo, attori, atleti, musicisti, imprenditori, saltano spesso fuori certe informazioni ricorrenti: prestano molta attenzione alla dieta, fanno esercizio fisico regolarmente, praticano yoga o meditazione, non spendono 40 ore in ufficio in cambio di uno stipendio ma al contrario, anche se lavorano in settori particolari (ad esempio gli attori), spesso hanno attività imprenditoriali “di lato”, e via dicendo.

Eppure raramente nelle interviste perdono troppo tempo a parlare di queste pratiche, per loro non rappresentano altro che routine necessarie, che fanno per mettersi nelle condizioni di fare un buon lavoro -in qualunque settore essi lavorino-.

Questo per dire che anche se apprezzo molto l’attitudine e le idee di parecchie persone nel settore dello sviluppo personale (settore in cui io “sguazzo” parecchio) più vado avanti e più tendo a prendere come riferimento non loro, bensì direttamente quelle persone di successo che già canalizzano i risultati del loro sviluppo personale nel lavoro. Quindi non tanto il guru della forma fisica, quanto l’atleta che usa la forma fisica nello sport. Non tanto il guru che “parla” di creatività, quanto il regista che la creatività la mette nei suoi film. E così via.


Ho notato che per molti adulti imparare a oltranza cose nuove, senza uno progetto preciso, costituisce una scappatoia rispetto a fare.

Me ne accorsi la prima volta al termine dell’università, notando tra i colleghi studenti -che come me si erano appena laureati- la tendenza a insistere, a voler studiare ancora. Dottorato, master, esami di stato, corsi di specializzazione. Alcuni addirittura ricominciavano tutto, per prendere una seconda laurea. Mi sembrava che solo pochi di quei ragazzi lo facessero seguendo una strategia precisa, per diventare docenti accademici. Gli altri parevano semplicemente voler mantenere lo status di “studenti” il più a lungo possibile, rimandando il momento del fare.

Sono passati molti anni, eppure questa tendenza a voler restare “studenti” la vedo ancora tra moltissimi adulti: coetani 35 enni, ma anche adulti ben sopra i 40 e 50 anni.

Un caso molto comune che noto oggi, ad esempio, è quello di imparare una lingua straniera. Mi vengono in mente diversi amici e conoscenti adulti che in questo periodo stanno studiando chi il francese, chi lo spagnolo, chi il cinese, chi il tedesco. Quasi nessuno di loro ha effettivamente un progetto a riguardo: “studio il francese perché voglio esportare prodotti in Francia”, ma ha la vaga motivazione “è pur sempre una conoscenza in più” e “non si sa mai potrebbe tornare utile”.

Questa filosofia mi sembra insensata -visto che per studiare si spendono risorse (tempo e impegno) che senso ha spenderle per sapere qualcosa che probabilmente non avrà mai effetti pratici sulla vita?- e soprattutto mi sembra sospetta: temo che si utilizzi l’imparare a oltranza, da adulti, come scappatoia per raccontarsi che si stiano facendo dei progressi nella vita… mentre in realtà si resta fermi nello stesso punto. Imparare è una scappatoia facile, perché è un’attività che gode di una buona reputazione nella società, è generalmente vista come importante e raccomandabile.

Io credo che arrivi il momento, da adulti, in cui è ora di “invertire il flusso”: smettere di concentrarsi ad assorbire continuamente nozioni nuove, decidere cosa si vuole fare nella vita, e farlo.

Farlo spesso significa ben altre cose che trastullarsi a imparare nozioni. Significa mettere in pratica quello che si sa già. Significa trovare il coraggio di lasciare il lavoro che si odia per iniziare a fare l’altro che si sa essere quello giusto. Per uno scrittore può significare la disciplina di mettersi ogni giorno al computer tot ore a lavorare, senza distrarsi coi social network. Per un atleta può significare la disciplina di allenarsi in palestra quotidianamente, e ripetere ogni giorno la scelta di rinunciare al cibo processato a favore di quello salutare.

In effetti forse sono solo queste due, le cose che davvero ci farebbe bene imparare da adulti: il coraggio e la disciplina.


Ci ho messo tanto tempo a capire in cosa consiste la meditazione, ma finalmente credo di esserci arrivato.

In effetti penso che sull’argomento ci sia molta confusione, cosicché molte persone “credono” di meditare, mentre in realtà stanno facendo altro. Dopo aver fatto anch’io parecchi tentativi maldestri in passato, oggi credo di averne capito abbastanza da poter fornire la mia interpretazione.

Meditare significa essere qui e adesso, un concetto che ormai è piuttosto famoso. Il problema con il qui e adesso è che è uno stato dannatamente difficile da sostenere. Lo vedevo nei miei tentativi di meditazione in passato. Sgombravo la mente da pensieri inutili e finalmente iniziavo ad assorbire la realtà intorno: il verde delle piante, il rumore dell’insetto che volava dietro di me, il rombo di un’automobile lontana. Ma tempo pochi secondi e mi ero già perso nei pensieri un’altra volta: che cosa mangio stasera a cena? …domani devo scrivere al commercialista… E così via.

Ogni volta, quando ritornavo qui e adesso accorgendomi che mi ero appena perso a fare una scampagnata tra i pensieri, la prendevo come una sconfitta, e lasciavo perdere per la frustrazione. Finché ho capito che invece è proprio questo il meccanismo pratico della meditazione.

Perdersi spesso nei pensieri è inevitabile per una mente poco allenata. E la mente è sempre all’opera a proeittarci pensieri inutili: ruminamenti di eventi passati, anticipazioni di eventi futuri, appiccicare etichette a qualunque cosa vediamo.

Ma il gioco è proprio, una volta che ci si è persi in questi pensieri, accorgersene e ritornare qui e adesso. Perdersi e ritornare qui e adesso. Perdersi e ritornare qui e adesso. Perdersi e ritornare qui e adesso. Tante volte, in modo simile a quando alleniamo i muscoli in palestra. Ho sentito fare questo paragone al giornalista Dan Harris, e mi è sembrato azzeccatissimo.

In palestra alleniamo i muscoli, facendo tot ripezioni sollevando i pesi. Nella meditazione alleniamo la mente, ritornando tot volte qui e adesso dopo esserci persi nei pensieri. Io oggi la meditazione la intendo e la pratico così, con lo stesso spirito con cui vado in palestra.


Sempre a proposito di mente, qualche tempo fa discutevo di temi “spirituali” con un amico, al quale ho fatto la seguente domanda: secondo te qual’è la differenza tra coscienza e mente?

Anche se in quel periodo cominciavo ad essere abbastanza familiare con i due concetti, tendevo ancora a confonderli, per questo gli chiesi un parere. La sua risposta fu semplice: secondo lui la mente è una creazione della coscienza. Su queste sue parole ho poi riflettuto diverse volte, e in effetti adesso mi sembra ovvio che sia proprio questa la differenza.

Secondo questa concezione quindi, la coscienza è un concetto “più grande” e la mente un concetto “più piccolo”. La coscienza ha creato la mente come uno strumento che ci ha messo a disposizione, un po’ come il corpo fisico, con la differenza però che la mente è impalpabile.

Anche se forse per molti questa rivelazione è una banalità, credo che per me sia stato molto utile vedere questa struttura triangolare: coscienza sopra, corpo e mente sotto, come strumenti “parimerito” a disposizione.

Mi è molto utile soprattutto per quanto riguarda la mente, della cui presenza mi sono spesso scordato in passato (e mi scordo ancora): sia per il fatto che è impalpabile, sia per il tipo di educazione che ho ricevuto, sia per il tipo di società in cui vivo.

Ricordandomi che la mente c’è mi ha fatto venire voglia di studiarla e informarmi su di essa, e questo mi ha fatto arrivare a concetti interessanti, ad esempio l’idea che esista una mente individuale ma anche una mente collettiva. All’atto pratico invece mi ha fatto venire voglia di allenarla, da qui appunto l’avvicinamento alla meditazione.

Manco a dirlo, dopo una certa quantità di allenamento, ad oggi la mia mente è ancora un bel casino (ho il sospetto che lo sia per molti però), ma sono fiducioso che anche lei metterà su qualche addominale prima o poi.


Note: Il libro da leggere per capire il concetto di qui e adesso è Il potere di adesso di Eckhart Tolle.

Spiders in San Procolo

After living for months in the city (Barcelona), I am finally back to the countryside for summer, and I’m super happy about it. I’m enjoying wonderful sunsets, having fun with gardening, and of course I’m meeting many fascinating animals. Here are some cool spiders that I photographed in the past two days/nights:

1-wolf-spiderThis is a wolf spider that I found at night, while I was exploring the surroundings of my house with a torch light and the camera. It was walking on the ground, but immobilized as soon as I went close. I’ve always seen this type of spiders walk around to hunt, instead of being on webs. Maybe they don’t make webs at all.

2-orb-weaver-spiderThis is an orb weaver, and in this period there are so many in the garden. I walk just few meters near the bushes and see like 7-8 orb weavers, each one waiting for preys at the center of its web. This is probably the most common spider in the area.

The next pictures are all about an old acquaintance: cellar spiders. It seems like, also this year, I arrived in the countryside in the middle of the reproductive period. There are several spider mums busy with eggs and spiderlings. Could these mothers be the generation that was born last year, from those eggs that I saw?

3-cellar-spider-eggsIn the picture above is a first cellar spider mother, holding her ball of eggs. She’s in a corner of the ceiling, in the kitchen.

4-cellar-spider-babiesThis is a full spider kindergarten, in the attic. The spiderlings have already hatched out, and form a constellation around the mother. They’re all under a shelf, not far from my bed! I guess I should move them out or do something soon…

5-cellar-spider-eggs-and-babies-1And here is another different spider mother. She’s near the staircase. Interestingly, part of her eggs are still closed, but some spiderlings have already hatched out. They’re still attached to the egg ball though.

6-cellar-spider-eggs-and-babies-2The same spider of the previous picture, one the day later. The spiderlings moved away from the mother a little bit, and now are at a 2-5 cms distance. The mother (in the background) continues to hold the other eggs that are still closed.

Edit July 31, 2016: While hunting a mosquito tonight, I saw a new spider with eggs on the ceiling of my room. She was in an comfortable position for me to take good pictures, so here she is. Very photogenic.

7-cellar-spider-eggs


Notes: I rotated 180° the 4th, 5th and 6th picture, cellar spiders usually hang upside-down from the ceiling.

Inside an intensive pig farm

Few days ago I visited an intensive pig farm in the region of Catalunya, Spain. I’ve had the desire to go inside one of these farms for awhile, and for a series of coincidences it finally happened. As many people I had seen the videos in internet, showing animals that live in horrible conditions, but I really wanted to see with my eyes.

I made this short video, hopefully it will contribute to raise awareness about what’s behind the production of the meat available in the supermarkets.

What is your work ethic?

Would you work for a company that produces weapons? You’re there assembling guns and rifles, that will be used in wars to kill soldiers but probably also many civilians, and many kids. The salary is good and the workplace comfortable though.

work-ethic-frontMaybe no, but would you work for that company just as an accountant instead? You’re not there assembling guns physically, but working on a computer in one of their offices, with excel files and stuff like that. Your labor still contributes to the cause of a company that kills people for business, but you never touch the weapons personally.

Still no? Ok, then what about cigarettes? Would you work for a company that produces cigarettes? They also offer you a good salary and a comfortable workplace. You’re still working for a company that kills people for business: just very very slowly, and in a way which is socially accepted. Maybe it’s not the creative job you dreamed about… but if the salary is good… maybe you wouldn’t mind, would you?

What about gambling? Would you accept a job where you produce video poker machines? This is much easier to say yes to: your company is not even damaging anyone’s health in this case, it’s just taking advantage of people who are unaware of how the statistics of those machines works. Would a good salary make you be OK with providing your labor to such a company?

Next: would you say yes to a job in the public administration? Here you would work in a typical lazy government office: the job is very stable and a good salary is always granted, whether you work hard or barely. Occasionally you may even have the impression that you’re being productive, but most of the time you realize that your entire office is not doing anything for the society (other than keeping a dozen of employees busy shuffling papers).

The penultimate proposal is working for a restaurant that serves high quality food: tasty, healthy and produced sustainably. You’re back to the private sector, but this time not only your company is not harmful or unproductive, it’s even producing some value for the society (the high quality food). In this case however the salary is only mediocre, and you have to work a lot. How do you feel about this proposal? Does it attract you more or less than the previous ones?

And final question: would you work for a nonprofit organization for no salary? No salary means that probably you have to use your extra time to generate income some other way. The organization helps people in need and the environment, but for you individually this means hard work and plenty of difficult situations to face.

Individual action VS global action

As you examined the previous proposals, considering which jobs you would or wouldn’t accept, you noticed that I formulated the questions in a specific way: I didn’t mention only the individual work that you would do (e.g. assembling guns) or the individual conditions that you would get (e.g. good salary), I also remarked the global action that your company would do in the society, thanks also to the contribution of your labor.

This is an important point of view that is rarely considered. When it comes to evaluating a job, often we are educated to adopt a restricted perspective: we only look at the office we are in, and at the colleagues we have around. And if in this small bubble our personal conditions (salary, workplace) are good, then the job is “good”. But we rarely include in our evaluations the entire entity: the company we work for. If we give our labor to it… what are we helping it doing? What kind of impact does our company have in the world?

I’m sure that many of us would be averse if proposed directly to assemble guns (especially knowing that they will be used to kill kids), however my impression is that at the same time we’re often in a situation that is similar to the situation of the accountant: we are in a work environment that apparently is professional and inoffensive, so we don’t realize that indirectly we’re helping some larger entity have a negative impact in the world.

Broadening the perspective and considering the larger entity is necessary to determine our work ethic, because it’s the starting point to decide how much we are willing to compromise in order to maintain personal benefits.

Personally, as an example, my work ethic tells me not to give my labor to companies whose global action results in the production of unconsciousness. Interestingly, this principle wipes out most of the jobs that exist today, that in my opinion lower both the individual consciousness of the worker and the global consciousness of the environment.

My work ethic also tells me not to give my labor to companies that are unproductive and inefficient, the type of companies that would make me work many hours to produce very little. Knowing how many resources the universe employed for me to be here (food, education… and of course millions of years of evolution 🙂 ) I would feel very bad to use them doing nothing in a lazy office. This second principle wipes out another large number of modern jobs, that seem to me definitely unproductive.

Few examples of jobs that I would very hardly accept because misaligned with these principles would be working for: a bank (parasitic institution that adds zero value to the society), a fast food restaurant (I wouldn’t want to contribute to make people sick), a pharmacy (I prefer to educate people to avoid disease, rather than curing the disease once people have it), a retail store like Zara and H&M (too much focus on appearance, and I really dislike the egotistical attitude that their models wear in the ads), a football stadium (sports like football tend to become mass magnets for unconsciousness), the news on television (propaganda).

And of course I would not work for companies that produce weapons, cigarettes, video poker machines, and I would rather stay away from unproductive government jobs. I may accept one of these jobs only if desperately in need… or maybe if they offered me such a huge salary that I’d feel I could use that salary to contrast these companies more than I would help them with my labor.

Even if definitely a minority, fortunately still many “survivor” jobs exist that pass the test of my work ethic. For example I am generally OK with jobs related to housekeeping, gardening, personal care, farming, tourism, education and art (hopefully at condition that these jobs don’t serve unconsciousness-producing entities as well). Actually I even do some of these jobs occasionally, even if I prefer to focus on other jobs that are my forte AND that produce passive income.

Unethical jobs

I find it rather amusing that today, when someone says that he doesn’t eat meat for ethical reasons, people understand it and are fine with it, but when I say that I don’t have a job for ethical reasons, people look at me weird.

But that’s really one of my main reasons: I would feel really bad having one of the many jobs that are common in the job market today, because no matter how stable the position and how comfortable the workplace, at higher level most of these jobs serve entities like banks, governments, corporations, and these entities create many problems for the society. I don’t want to contribute to create problems.

Even with commerce in general, a large sector that employs the labor of many people, I tend to feel resistance. In my view most shops that exist (physically in the streets, or virtually on internet) sell an impressive amount of unnecessary objects, so working in any of those shops would mean participating to their “bad” cause: materialism. And I really see materialism, a.k.a. the excessive focus on possessing objects, as a big source of unhappiness for people and unconsciousness in general.

Your ethic VS the ethic of your colleagues

A popular Jim Rohn quote is: you are the average of the 5 people you spend the most time with. It makes a lot of sense to me.

If you spend many hours per week in a workplace, can you recognize that you are inevitably influenced by your colleagues? And if your colleagues have -on average- a very different ethic from yours, what are the consequences on you?

I personally experienced a lot of struggle in a previous corporate job for this. It took me awhile to realize that there was a problematic difference between the values that typically circulated in that work environment and my own values. For example, in the relationships with customers, managers and peers, I frequently used to detect a lack of authenticity that bothered me.

Especially in meetings, people were hardly saying what they were really thinking, and lies were a standard practice, for example to avoid admitting responsibilities with delays in completing projects. In those situations, sometimes I would “rebel” and say what I was really thinking anyway, but most times I would get carried in the flow and tell many lies too, to avoid constant arguing. Unfortunately this was influencing also my personal life, in fact I recognized that the number of lies that I was telling in my private sphere was increasing as well, because I was getting used to it.

I think that in general it’s very difficult to maintain integrity and stay loyal to your principles if in your workplace if you see everybody around constantly going against those principles. For example, again in the specific case of authenticity, you can try to be as authentic as you want in your work, but the problem is at the higher level: the type of job itself, the sector in which you are. Some workplaces are inevitably doomed to be pervaded by inauthenticity because they belong to an estabilishment that is inherently based on a lie.

That’s the case, for example, of the entire banking estabilishment, that sits on the lie that paper money is backed up by anything. This lie at the root inevitably reaches all the levels of the estabilishment, from the meetings at the top of the elite bankers, to the relationships among “simple” bank employees at lower levels: in general they will all be more prone to lie than, for example, people who work in farming.

Similarities exist in other sectors: politics (sits on the lie that most politicians work to serve the citizens instead of themselves), mass media news (sits on the lie that they’re produced to inform the audience), advertising (lies are the foundation of the whole business), and so on.

Some sectors in general have a bad karma, so if you work in those sectors -at any level- you put yourself in a situation where your values are constantly challenged. How are you supposed to maintain a strong work ethic there? Wouldn’t it be easier to just migrate to another sector with better karma?

Last questions

I want to end this article just as I started it, with some questions.

What are you available to do for a salary?

If you do have a job, whether you’re working as an employee or as an entrepreneur, what does your company do? What kind of impact does it have in the world: positive, negative, irrelevant? Does your company promote materialism and consumerism, making society more miserable? Does it promote science and art, making society happier?

In which direction is your company pushing, and so in which direction are you also pushing by giving your labor to it? If you’re working inside a comfortable bubble but that bubble is included in a larger bad bubble, is that OK for you? Is it in line with your work ethic?

Does your company add value to the world, subtract value from the world, or maybe it’s not doing anything significant, so whether you and your colleagues go to work each day or not… the outside society wouldn’t even notice the difference?

And those people who accept challenging jobs for nonprofit organizations -without even getting paid-, what is their motivation?


Related: The function of labor, How to earn money without working, What is the utility of the bank?

Qual’è la tua etica lavorativa?

Lavoreresti per una compagnia che produce armi? Sei lì ad assemblare pistole e fucili, che verranno usate in guerre per uccidere soldati ma probabilmente anche molti civili, e molti bambini. Lo stipendio è buono e l’ambiente di lavoro confortevole comunque.

etica-lavorativa-fronteForse no, ma lavoreresti per quella compagnia solo come contabile invece? Non sei lì ad assemblare pistole fisicamente, ma a lavorare su un computer in uno dei loro uffici, con file excel e roba simile. Il tuo lavoro contribuisce ancora alla causa di una compagnia che uccide persone per affari, ma tu non tocchi mai le armi personalmente.

Ancora no? Ok, allora che ne dici delle sigarette? Lavoreresti per una compagnia che produce sigarette? Anche loro ti offrono un buono stipendio e un ambiente di lavoro confortevole. Stai ancora lavorando per una compagnia che uccide persone per affari: solo molto molto lentamente, e in un modo che è socialmente accettato. Forse non è il lavoro creativo che avevi sognato… ma se lo stipendio è buono… forse non ti dispiacerebbe, non è così?

Che ne dici del gioco d’azzardo? Accetteresti un lavoro in cui produci macchine per il video poker? A questo è molto più facile dire di si: la tua compagnia non sta nemmeno danneggiando la salute di nessuno in questo caso, si sta solo approfittando di persone che non sono coscienti di come funziona la statistica di quelle macchine. Un buono stipendio ti farebbe sentire OK col fatto di fornire il tuo lavoro a tale compagnia?

Prossimo: diresti di si a un lavoro nella pubblica amministrazione? Qui lavoreresti in un tipico ufficio pigro del governo: il lavoro è molto stabile e un buono stipendio è sempre garantito: sia che tu lavori duramente o a malapena. Occasionalmente puoi anche avere l’impressione di essere produttivo, ma gran parte del tempo realizzi che il tuo intero ufficio non sta facendo nulla per la società (a parte tenere una dozzina di impiegati occupati a mischiare carte).

La penultima proposta è lavorare per un ristorante che serve cibo di alta qualità: gustoso, salutare e prodotto sostenibilmente. Sei tornato al settore privato, ma questa volta non solo la tua compagnia non è dannosa o improduttiva, sta persino producendo del valore per la società (il cibo di alta qualità). In questo caso però lo stipendio è solo mediocre, e devi lavorare tanto. Come ti senti rispetto a questa proposta? Ti attrae più o meno delle precedenti?

E domanda finale: lavoreresti per un’organizzazione noprofit senza nessuno stipendio? Nessuno stipendio significa che probabilmente devi usare il tuo tempo extra per generare reddito in qualche altro modo. L’organizzazione aiuta le persone che hanno bisogno e l’ambiente, ma per te individualmente questo significa lavoro duro e parecchie situazioni difficili da affrontare.

Azione individuale VS azione globale

Mentre esaminavi le proposte precedenti, considerando quali lavori accetteresti e quali no, hai notato che ho formulato le domande in una maniera specifica: non ho menzionato solo il lavoro individuale che faresti (es. assemblare pistole) o le condizioni individuali che otterresti (es. buono stipendio), ho sottolineato anche l’azione globale che la tua compagnia farebbe nella società, grazie anche al contributo del tuo lavoro.

Questo è un punto di vista importante che raramente viene considerato. Quando si tratta di valutare un lavoro, spesso veniamo educati ad adottare una prospettiva ristretta: guardiamo solo l’ufficio in cui ci troviamo, e i colleghi che abbiamo intorno. E se in questa piccola bolla le nostre condizioni personali (stipendio, ambiente di lavoro) sono buone, allora il lavoro è “buono”. Ma raramente includiamo nelle notre valutazioni l’intera entità: la compagnia per cui lavoriamo. Se le diamo il nostro lavoro… che cosa la stiamo aiutando a fare? Che tipo di impatto ha la nostra compagnia nel mondo?

Sono sicuro che molti di noi sarebbero avversi alla proposta diretta di assemblare pistole (specialmente sapendo che verranno usate per uccidere bambini), però la mia impressione è che allo stesso tempo siamo spesso in una situazione che è simile alla situazione del contabile: ci troviamo in un ambiente di lavoro che apparentemente è professionale e inoffensivo, quindi non realizziamo che indirettamente stiamo aiutando qualche entità più grande ad avere un impatto negativo nel mondo.

Ampliare la prospettiva e considerare l’entità più grande è necessario per determinare qual’è la nostra etica lavorativa, perché è il punto di partenza per decidere quanto siamo disposti a scendere a compromessi per mantenere benefici personali.

Personalmente, come esempio, la mia etica lavorativa mi dice di non dare il mio lavoro a compagnie la cui azione globale risulta nella produzione di incoscienza. Conseguenza interessante, questo principio spazza via gran parte dei lavori che esistono oggi, che in mia opinione abbassano sia la coscienza individuale del lavoratore che la coscienza globale dell’ambiente.

La mia etica lavorativa mi dice anche di non dare il mio lavoro a compagnie che sono improduttive e inefficienti, il tipo di compagnie che mi farebbero lavorare molte ore per produrre molto poco. Sapendo quante risorse l’universo ha impiegato affinché io sia qui (cibo, educazione… e naturalmente milioni di anni di evoluzione 🙂 ) mi sentirei davvero male a utilizzarle a non fare niente in un ufficio pigro. Questo secondo principio spazza via un altro grande numero di lavori moderni, che a me sembrano decisamente improduttivi.

Alcuni esempi di lavori che molto difficilmente accetterei perché disallineati con questi principi sarebbero lavorare per: una banca (istituzione parassitica che aggiunge zero valore alla società), un ristorante fast food (non vorrei contribuire a far star male la gente), una farmacia (preferisco educare la gente a evitare le malattie, piuttosto che a curarle quando le malattie le hanno già), un negozio di vestiti come Zara e H&M (troppa attenzione all’apparenza, e davvero non mi piace l’attitudine egotistica che le loro modelle indossano nei manifesti), uno stadio di calcio (sport come il calcio tendono a diventare calamite di massa per l’incoscienza), i notiziari in televisione (propaganda).

E ovviamente non lavorerei per compagnie che producono armi, sigarette, macchine di video poker, e preferisco stare lontano da lavori governativi improduttivi. Potrei accettare uno di questi lavori solo se in stato di bisogno disperato… o forse se mi offrissero uno stipendio talmente enorme che sentirei di poter usare tale stipendio per contrastare queste compagnie più di quanto le aiuterei col mio lavoro.

Anche se decisamente una minoranza, fortunatamente ci sono ancora molti lavori “sopravvissuti” che passano il test della mia etica lavorativa. Per esempio sono generalmente OK con lavori relativi alle faccende domestiche, giardinaggio, assistenza personale, agricoltura, turismo, educazione e arte (speratamente a condizione che questi lavori non servano entità produttrici di incoscienza anch’essi). In effetti faccio anche alcuni di questi lavori occasionalmente, anche se preferisco focalizzarmi su altri lavori che sono il mio forte E che producono reddito passivo.

Lavori non etici

Trovo piuttosto divertente che oggi, quando qualcuno dice che non mangia carne per motivi etici, la gente capisce ed è a proprio agio con la cosa, ma quando io dico che non ho un lavoro per motivi etici, la gente mi guarda stranamente.

Ma questa è davvero una delle mie ragioni principali: mi sentirei davvero male ad avere uno dei tanti lavori che sono comuni sul mercato del lavoro oggi, perché poco importa quanto stabile è la posizione e quanto confortevole è l’ambiente di lavoro, a livello più alto gran parte di questi lavori servono entità come banche, governi, corporazioni, e queste entità creano molti problemi per la società. Io non voglio contribuire a creare problemi.

Anche con il commercio in generale, un grande settore che impiega il lavoro di molte persone, tendo a sentire resistenza. Secondo me molti negozi che esistono (fisicamente nelle strade, o virtualmente su internet) vendono una quantità impressionante di oggetti non necessari, quindi lavorare per uno di questi negozi  significherebbe partecipare alla loro “cattiva” causa: il materialismo. E io vedo davvero il materialismo, in altri termini l’eccessivo focalizzarsi a possedere oggetti, come una grande fonte di infelicità per le persone e di incoscienza in generale.

La tua etica VS l’etica dei tuoi colleghi

Una citazione popolare di Jim Rohn è: sei la media delle 5 persone con cui spendi gran parte del tempo. Mi sembra che abbia molto senso.

Se spendi molte ore a settimana in un posto di lavoro, riesci a riconoscere che sei inevitabilmente influenzato dai tuoi colleghi? E se i tuoi colleghi hanno -in media- un’etica che è molto diversa dalla tua, quali sono le conseguenze su di te?

Io personalmente ho sperimentato grosse difficoltà in un precedente lavoro corporativo. Mi ci è voluto del tempo a realizzare che c’era una differenza problematica tra i valori che tipicamente circolavano in quell’ambiente lavorativo e i miei propri valori. Per esempio, nelle relazioni con clienti, manager e colleghi, frequentemente rilevavo una mancanza di autenticità che mi infastidiva.

Specialmente nelle riunioni, le persone difficilmente dicevano quello che stavano veramente pensando, e le bugie erano una pratica standard, per esempio per evitare di ammettere responsabilità nei ritardi a completare i progetti. In quelle situazioni, a volte mi “ribellavo” e dicevo comunque quello che stavo pensando, ma il più delle volte mi facevo trascinare dal flusso e dicevo anch’io molte bugie, per evitare discussioni continue. Sfortunatamente questo stava influenzando anche la mia vita personale, infatti mi accorsi che il numero di bugie che dicevo anche nella mia sfera privata stava aumentando, perché mi ci stavo abituando.

Penso che in generale sia molto difficile mantenere l’integrità e rimanere leale ai tuoi principi se nel tuo posto di lavoro vedi tutti gli altri andare costantemente contro quei principi. Per esempio, ancora nel caso specifico dell’autenticità, puoi provare ad essere autentico quanto vuoi nel tuo lavoro, ma il problema è a più alto livello: il tipo di lavoro stesso, il settore in cui ti trovi. Alcuni posti di lavoro sono inevitabilmente condannati ad essere pervasi da non autenticità perché appartengono a uno stabilimento che è inerentemente basato su una bugia.

Questo è il caso, ad esempio, dell’intero stabilimento bancario, che siede sulla bugia che il denaro cartaceo sia garantito da qualche valore. Questa bugia alla radice inevitabilmente raggiunge tutti i livelli dello stabilimento, dalle riunioni al vertice dei banchieri d’elite, alle relazioni tra “semplici” impiegati di banca ai livelli più bassi: in generale saranno tutti più proni a mentire rispetto, per esempio, alle persone che lavorano nell’agricoltura.

Similarità esistono in altri settori: la politica (siede sulla bugia che gran parte dei politici lavorino per servire i cittadini piuttosto che se stessi), i notiziani dei mass media (siedono sulla bugia che siano prodotti per informare il pubblico), la pubblicità (le bugie sono la fondazione dell’intero business), e così via.

Alcuni settori in generale hanno un cattivo karma, quindi se lavori in quei settori -a qualunque livello- metti te stesso in una situazione i cui i tuoi valori vengono costantemente messi alla prova. Come si suppone che tu mantenga una forte etica lavorativa lì dentro? Non sarebbe più facile semplicemente migrare a un altro settore con un karma migliore?

Ultime domande

Voglio finire questo articolo proprio come l’ho iniziato, con alcune domande.

Cosa sei disposto a fare in cambio di uno stipendio?

Se hai un lavoro, sia che tua stia lavorando come impiegato che come imprenditore, che cosa fa la tua compagnia? Che tipo di impatto ha nel mondo: positivo, negativo, irrilevante? La tua compagnia promuove il materialismo e il consumismo, rendendo la società più miserabile? Promuove scienza e arte, rendendo la società più felice?

In che direzione sta spingendo la tua compagnia, e di conseguenza in che direzione stai spingendo anche tu dandole il tuo lavoro? Se stai lavorando dentro una bolla confortevole ma quella bolla è inclusa in una grande cattiva bolla, questo è OK per te? È in linea con la tua etica lavorativa?

La tua compagnia aggiunge valore al mondo, sottrae valore dal mondo, o forse non sta facendo niente di significativo, cosicché se tu e i tuoi colleghi andate a lavoro ogni giorno o no… la società fuori non noterebbe nemmeno la differenza?

E quelle persone che accettano lavori difficili per organizzazioni noprofit -senza nemmeno venire pagati-, qual’ è la loro motivazione?


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