Viaggio negli Stati Uniti, 2017

Da non molto sono tornato dagli Stati Uniti, dove ho trascorso un periodo di due mesi e mezzo, ed ecco quindi alcune impressioni che ho avuto da questo viaggio.

Ho passato gran parte del tempo sulla costa ovest, soprattutto nell’area di Los Angeles (California), ma ho visitato anche Las Vegas (Nevada), New Orleans (Louisiana), e ci è scappato anche qualche giorno in Baja California, che fa parte del Messico.

Prima di scrivere in dettaglio dei vari posti ci tengo a fare una considerazione generale, e cioè che ancora una volta mi sono reso conto di quanto viaggiare per il mondo sia infinitamente più educativo che andare a scuola o all’università! Ho visto così tanti posti nuovi, parlato con tante persone nuove che ragionano e si comportano in maniera “differente”, e ogni volta pensavo “davvero interessante” e “scoprire tutto questo è incredibilmente più utile del mare di inutilità studiate sui banchi per anni e anni!”.

Inevitabilmente metterò a confronto quello ho visto con il mondo a cui sono abituato, cioè l’Italia (soprattutto) e la Spagna, che sono i due paesi in cui vivo la maggior parte del tempo.

California

Dell’area di Los Angeles ho avuto davvero una prospettiva fortunata, essendo stato in parte ospite di un amico che vive fuori città, sulle montagne dietro Santa Monica, e in parte ospite di un’amica che vive in città, nel quartiere Sherman Oaks. Iniziamo con le montagne.

Santa Monica mountains. Un po’ a sorpresa, considerando quelle che avrebbero potuto essere le aspettative per un viaggio a Los Angeles, il carattere principale e più bello di questo periodo è stata sicuramente la natura. Ho vissuto immerso in un parco naturale, in una posizione davvero unica a un’ora dal centro città, a venti minuti dalla famosa spiaggia di Malibu, e soprattutto a due minuti di cammino da una quantità incredibile di animali selvatici.

Essendo cresciuto parzialmente in campagna di animali ne ho visto tanti nella mia vita, per cui non è facile impressionarmi. Eppure qui parliamo proprio di un altro ordine di grandezza. La mattina uscivo presto per una passeggiata tra i sentieri, e tempo pochi minuti dopo aver lasciato casa iniziavo a vedere un numero straordinario di animali. Mi ha fatto venire in mente quanto ho sentito dire da alcune persone anziane, cioè che “un tempo” si vedevano molti più animali nei giardini e nelle campagne: probabilmente era così che doveva essere un po’ dappertutto a quei tempi, pensavo camminando.

Oltre ad essere tanti, gli animali mi hanno affascinato per il tipo: avevano forme e colori che non avevo mai visto prima. Anche gli animali più comuni erano comunque un po’ diversi rispetto a quelli delle mie zone. Ad esempio le lucertole “semplici”: in California tendono ad essere più grandi, più scure, con squame pronunciate. Poi naturalmente c’erano le lucertole ben meno “semplici”: ne ho vista una con la coda azzurra (!) e più volte ho avvistato la simpaticissima lucertola cornuta, che si è meritata un video personale:

Tra gli animali selvatici che ho incontrato sulle montagne di Santa Monica ci sono: conigli (tantissimi), rane, tartarughe, serpenti, procioni, quaglie, aironi, nitticore, picchio, coyote, scoiattoli “normali” e di terra, anatre “normali” e dal becco azzurro, folaghe, grackle, colibrì, lince, cervo, banchi di centinaia di baby-pesci gatto, nuvole di farfalle. Nella mia passeggiata tipica tra i sentieri vedevo una selezione di animali appartenenti a 5/6 di queste specie, più molti altri mai visti prima a cui non so associare un nome, a meno di usare una lunga descrizione (soprattutto per gli uccelli e gli insetti).

Ecco un mini-documentario che ho prodotto in questo periodo:

Nel video sono riuscito a inserire solo una parte degli animali che ho visto. Molti altri avrei voluto inserirli ma erano troppo difficili da filmare, o perché troppo mobili (ad esempio il colibrì che si spostava in continuazione) o perché troppo timidi e scappavano velocemente. Questa “timidezza” in realtà l’ho notata in tutti gli animali della zona, e immagino dipenda dal fatto che l’ambiente fosse estremamente competitivo (tradotto: stai sempre in guardia o verrai mangiato).

Dal video si vede anche un po’ com’è la vegetazione della zona: pochissimi alberi alti o boschi, ci sono invece quasi esclusivamente arbusti bassi e adatti al clima secco. Tantissime le piante di salvia (che mi piaceva annusare continuamente durante le mie passeggiate).

Malibu. Prima di arrivare a Los Angeles città, qualche nota su Malibu. Questa è l’area costiera famosa per essere la residenza di tantissime celebrità di Hollywood, dove le case costano (tanti) milioni di dollari. In teoria questa dovrebbe essere una delle aree con più alta domanda non solo di Los Angeles, ma al mondo.

Per questo motivo mi è sembrato strano che, almeno nelle volte in cui ho camminato sulla spiaggia, buona parte di quelle case favolose sembrassero vuote. Pulite e in ordine, ma vuote. Terrazze con nessuno a prendere il sole, al massimo solo una domestica a fare le pulizie. Anche sulla spiaggia antistante c’erano relativamente poche persone a camminare o a fare il bagno. L’oceano era praticamente deserto, senza navi. Strano. Dov’erano gli yacht, i milionari a discutere di affari davanti a un drink, le mogli plastificate in spiaggia a discutere di gossip e a ridere di quanto siano fessi i poveri, i figli privilegiati a farsi i selfie con gli amici, le attrici a spasso coi micro-cani ridicoli?

Possibile che tutte quelle celebrità abbiano una tale etica lavorativa da non concedersi di oziare nelle loro residenze, al contrario di me, sfaccendato in mezzo alla settimana a passeggiare per Malibu? La spiegazione che ho trovato è che in realtà, seppure incredibile da pensare, forse quelle case favolose non siano altro che seconde case per i proprietari super ricchi. Proprietari che non erano lì semplicemente perché stavano in altre delle loro case, o magari erano in viaggio per il mondo.

Un’altro motivo comunque potrebbe essere che la spiaggia di Malibu è brutta. Questa potrebbe sembrare un’affermazione un po’ forte, eppure è proprio l’impressione che ho avuto. Non solo Malibu, estendo questa valutazione a tutte le aree costiere e le spiagge intorno Los Angeles che ho visto: l’oceano non era affatto attraente. L’acqua non era azzurra, ma ovunque un po’ torbida e poco trasparente. Spesso nell’aria c’era una foschia che rendeva l’atmosfera grigia. Quasi mai sono riuscito a vedere in lontananza la linea di separazione netta tra oceano e cielo: era sempre un passaggio sfumato e grigiastro.

Le spiagge non rivelavano tracce di vita: non ho visto pesci nell’acqua (a parte delfini in lontananza). Zero conchiglie sulla sabbia. Davvero uno strano contrasto rispetto al gran numero di animali sulle montagne, a poca distanza. Nessuna struttura dove comprare qualcosa, nemmeno un chiosco minuscolo per comprare almeno da bere. L’oceano come scritto sopra non da certo l’impressione di essere “animato”: pochissime le barche a vela o i motoscafi. Non pervenuti affatto pescherecci, navi da crociera o grosse navi da cargo. Gli unici a cui ho visto “usare” l’oceano sono i surfisti -quelli si- ma anche loro addensati solo in specifiche aree (ad esempio intorno Adamson House).

Una persona del posto mi ha spiegato che questo clima grigio e nebbioso delle spiagge dipende dalla geografia della costa pacifica ed è limitato allo specifico periodo in cui l’ho vista io (aprile – maggio – giugno). Secondo lui grigiore e foschia spariscono subito dopo, e in estate la spiaggia è molto più piacevole per prendere il sole e nuotare. Forse è così.

Los Angeles. La mia impressione di Los Angeles è probabilmente condizionata dall’aver speso più tempo nelle aree migliori, eppure una cosa è certa: il livello generale di ricchezza è enorme. Si vede dalle case lussuose, dalle automobili giganti, dall’aspetto delle persone: ben vestite, ben rasate, ben curate. Nella mia visita al quartiere Beverly Hills ero certo (e divertito) di essere sul podio dei peggio vestiti dell’intera strada. Nel quartiere Venice ho visto un manifesto con una promessa di ricompensa di 20.000 dollari per un gatto smarrito, e credo che non fosse uno scherzo.

Su cosa si basa l’economia di Los Angeles? Oltre alla ovvia quantità di persone legate all’intrattenimento e a Hollywood, ho trovato che un numero sorprendente di persone lavora nel settore immobiliare. Praticamente tutti quelli a cui ho chiesto “cosa fai” mi hanno risposto agente immobiliare, o qualcosa relativo alla compravendita di case. A quanto pare il mercato delle case in città scotta: ho sentito che una proprietà messa sul mercato viene venduta spesso nel giro di una settimana, e questo nonostante i prezzi siano sempre nell’ordine dei milioni.

Che tipo di negozi popolano le strade? A confermare la ricchezza della città si vedono in effetti saloni benessere e palestre per yoga. C’è una selva pazzesca di ristoranti di ogni tipo, in competizione feroce tra loro. Curiosamente ho notato diversi negozi di servizi “psichici”, qualcosa che certo non si vede in Europa, dove invece ci pensano le molte più chiese a catalizzare il desiderio di spiritualità delle persone. Una cosa peculiare (e comica) sono i tantissimi cartelloni stradali con foto di avvocati dallo sguardo risoluto, che offrono assistenza per casi di incidenti stradali o infortuni vari. Sembra proprio che gli Stati Uniti siano sovraffollati da legali a caccia di casi facili, per ottenere risarcimenti di ogni tipo.

Credo comunque che proprio a Los Angeles viva un numero particolarmente alto di imprenditori, autonomi, investitori, aspiranti attori, artisti, o gente che non lavora affatto. In queste categorie rientrano infatti quasi tutte le persone con cui ho chiacchierato. Nelle strade della città le uniche persone che si notano a fare un lavoro “visibile” sono gli operai messicani, che quà e la curano i giardini dei ricchi o fanno ristrutturazioni edilizie. In effetti non ho visto un solo operaio in giro che non fosse messicano.

Proprio il fatto che molte persone non abbiano un lavoro impiegatizio rende un mistero il traffico pazzesco sulle strade della città, per cui Los Angeles ho scoperto essere “famosa”. Io stesso sono rimasto bloccato nell’ingorgo per ore e ore. Però guardavo quel fiume di macchine intorno a me e mi chiedevo: dove sta andando tutta questa gente? Perché si spostano? La congestione è perenne e spesso anche in orari inspiegabili, come in tarda mattinata.

Un paio di note sulle persone di Los Angeles e dintorni, visto proprio che in quest’area ho chiacchierato più spesso con la gente del posto, ed è qui che ho speso gran parte del tempo.

Forse sono stato fortunato, ma ho conosciuto parecchie persone dalle storie interessanti e piacevoli con cui conversare. Naturalmente vivere nella ricchezza rende più facile essere rilassati e bendisposti, eppure mi ha colpito come la gente in generale sembrasse ben adattata alla società. Vedere la gente muoversi così agevolmente tra belle case, bei quartieri e bei negozi mi è sembrato quasi… strano. Dov’era il tormento? Dov’erano le facce preoccupate del mio paesino d’origine in Italia? Dov’era la disfunzione? Quasi chiunque mi salutava con parole gentili e sembrava genuinamente bendisposto. Quando conversavo con le persone, non rilevavo tutto quel pessimismo cronico e quella negatività che invece rilevo spesso parlando con le persone del mio paesino.

Sono sicuro che anche a Los Angeles, in fondo, le persone hanno i loro rodimenti e i loro problemi, eppure in generale ho notato davvero un’ottima interfaccia sociale nella gente. La mia idea in effetti è che “i ricchi” spesso non siano ricchi per caso, ma lo siano proprio per la mentalità che hanno e per il modo di fare le cose. Invece di lamentarsi soltanto usando la tipica formula italiana (“fa tutto schifo – sono tutti corrotti – non ti lasciano fare niente”), a Los Angeles credo che la formula sia invece “vediamo un po’ che tipo di business potrebbe funzionare oggi”. C’è certamente una mentalità più possibilistica e molto più spirito di iniziativa che in Italia.

La crisi di Hollywood. Non è certo un mistero che Hollywood stia attraversando una crisi fortissima, di ricavi ma soprattutto di idee. Di questo in effetti me ne ero accorto già a casa, visto che ormai da anni molti film che arrivano nelle sale sono spazzatura totale: cliché visti e rivisti, vecchi film “rifatti” e riproposti come nuovi, film senza nessuna trama riempiti solo con ammazzamenti e paure, film trascinati in avanti con i “sequel” o indietro con i “prequel”. Produrre qualcosa di nuovo… proprio no eh?

In effetti io ho smesso quasi del tutto di andare al cinema: troppe volte mi sono sentito insultato dal dover pagare sia per vedere film così brutti, sia per dovermi sorbire 20 minuti di pubblicità prima del film stesso. Capita solo raramente che ancora che finisca in una sala, se la proposta parte da qualche amico, e in tal caso il mio approccio è diffidente ma possibilistico: “mah diamo un’occhiata, magari è il caso di riaggiornare la mia valutazione su Hollywood…”. No, ogni volta la valutazione si rinnova: i film che arrivano nelle sale sono ancora spazzatura. Ultima conferma dal film Life con gli attori Jake Gyllenhaal e Ryan Reynolds, che ho avuto il dispiacere di vedere: se fossi un attore famoso nessuna cifra potrebbe convincermi a prendere parte a una simile porcheria.

Comunque tornando a Los Angeles, ero curioso di cercare tracce della crisi proprio nella patria stessa del cinema, e le ho viste. A confermare la completa mancanza di idee, sui manifesti della città venivano pubblicizzati: il film degli emoticon (sul serio?), il film dei puffi (un cartone animato che guardavo da bambino 30 anni fa), l’ennesimo episodio dei Pirati dei Caraibi con la faccia stanca di Johnny Depp, il secondo episodio dei Guardiani della Galassia, e soprattutto molte pubblicità non più di film ma di serie di fiction on-demand, che la gente guarda privatamente a casa, anziché nei cinema.

Non è capitato in questo mio viaggio, ma sarei stato dannatamente curioso di chiacchierare con qualche produttore o attore di Hollywood, per scoprire se confermavano la mia impressione: cioè che i produttori cinematografici a questo punto sono diventati estremamente selettivi nello scegliere quali film produrre, visto che molti film ormai guadagnano briciole rispetto a un tempo, e anzi parecchi causano proprio delle perdite (i cosiddetti “box office bombs”). Per cui non investono più in rischiose novità, ma si fidano solo a riciclare cose che già hanno funzionato in passato. Un esempio è il martellamento continuo sui film con supereroi.

C’è poi un secondo grosso dubbio con cui sono arrivato in California, sperando trovare lumi, ma che invece mi sono riportato a casa perché nessuno mi ha dato una spiegazione convincente. Il dubbio riguarda la reazione così estrema e avversa che Hollywood ha verso l’attuale presidente Donald Trump. Che la California e Hollywood in particolare siano di orientamento liberale lo capisco, eppure questo secondo me non basta a spiegare il livello di oltraggio così alto, proprio nello specifico di Hollywood. Quasi tutti gli attori fanno fiamme contro Trump nelle interviste, sui social media. Un livello di avversione troppo forte per essere spiegato solo dal fatto che “Hollywood è liberale”. Ci deve essere qualche aspetto che mi sfugge, economico o chissà, che probabilmente una persona che sta dentro Hollywood potrebbe spiegarmi meglio.

In realtà in questo periodo a Los Angeles mi è capitato di avvistare un paio di attori famosi, ma non li ho disturbati. Questo è successo nel caffè Starbucks del quartiere Sherman Oaks, dove mi piaceva andare a prendere il caffè la mattina. Il piacere derivava dalla passeggiata che facevo per arrivarci e per l’occasione di studiare la clientela, non certo per il caffè stesso. Ecco infatti a seguire alcuni miei pensieri sul caffè.

Caffè. Gli americani non hanno la minima idea di cosa “caffè” significhi. Cioè la filosofia stessa del caffè che hanno, da italiano non posso che definirla sbagliata e da combattere con tutte le forze! 🙂

In Italia se entri in un bar e chiedi “un caffè” la transazione è semplice e efficiente: il barista ti mette davanti un espresso senza troppe domande, e tu paghi circa 1 euro. Facile. A Los Angeles quando chiedevo “un caffè” negli Starbucks mi facevano strane domande: se volessi la miscela calda o fredda, che livello di tostatura, quanti “shot” ci volevo, se era da portare via. Ogni volta non ci capivamo e finivo per ottenere un caffè diverso a un prezzo diverso (sempre troppo alto). Il fatto è che Starbucks ha dozzine di opzioni sul menù, apparentemente tutte che hanno qualcosa a che fare col caffè, ma nessuna decente. Sono tutti intrugli di caffeina, additivi chimici e zucchero.

C’è comunque una situazione interessante proprio riguardo questa famosa catena di caffetterie, che spiega perché ha avuto tanto successo: ha semplicemente trovato una gigantesca nicchia di mercato scoperta. Una voragine. Strano a pensarci, ma in molte aree degli Stati Uniti praticamente non esistevano i bar prima di Starbucks. C’erano cioè pochissimi locali che corrispondessero (seppure vagamente) a quello che è il bar italiano, ossia un posto dove andare di giorno semplicemente per un caffè, per socializzare o per leggere il giornale. Prima negli Stati Uniti c’erano più che altro solo ristoranti, locali dove fare pasti completi come pranzo e cena. Questa spiegazione me l’ha fornita l’amico di Santa Monica e mi è sembrata molto valida.

Certo Starbucks il concetto di bar l’ha reinterpretato un po’ a modo suo, producendo una “creatura” di cui alcuni aspetti sono sicuramente discutibili (il caffè stesso appunto), ma evidentemente ha trovato una formula che negli Stati Uniti funziona bene, e non solo lì. C’è tra l’altro un paio di differenze positive rispetto ai bar italiani, cioè non vengono vendute né sigarette né lotterie. Proprio il fatto che le sigarette non siano così facili da trovare ovunque nei bar, come invece avviene in Italia, contribuisce al fatto che un numero straordinariamente ridotto di persone fumino negli Stati Uniti. Questo in aggiunta, immagino, a una campagna di demonizzazione del fumo che probabilmente è andata avanti negli ultimi anni.

Naturalmente, oltre a Starbucks per le strade ci sono anche bar indipendenti, che non appartengono alla catena. Sono stato in diversi sia a Los Angeles che nelle altre tappe di questo viaggio. La cosa strana però è che molti di questi indipendenti non mi sono sembrati granché interessati a competere col colosso. Mi è capitato di entrare in bar che non avevano il caffè (“non ce l’abbiamo, lo facciamo solo in inverno”… eh?) o che l’avevano già “finito” dopo pranzo (), o che chiudevano completamente -i bar stessi- alle tre del pomeriggio, cioè proprio quando uno vuole barare con la caffeina contro l’abbiocco pomeridiano. Davvero bizzarro.

Ancora oggi comunque, tra i tanti Starbucks e i bar indipendenti sparsi qua e là, mi è sembrato che ci siano ancora grosse aree del paese scoperte. Più di una volta con i miei amici abbiamo dovuto guidare per un bel pezzo, consultando la mappa sul telefono, a caccia di un bar dove fare una pausa caffè.

Cibo. Per quanto riguarda i supermercati. Naturalmente non speravo di trovare cibo con l’alto livello di qualità e freschezza che si trova in molti supermercati italiani, però ho trovato che tutto sommato spendendo tanti soldi a Los Angeles si riesce a portare a casa una spesa discreta. Il che rientra bene nel quadro di questa città, in cui gli abitanti sono più ricchi e più attenti alla salute che nella media degli Stati Uniti.

Frutta e verdura di buona qualità si trovano abbastanza facilmente, anche biologici. Il problema però c’è ed è nei cibi di origine animale, cioè formaggi, pesce e carne: quasi niente è fresco. Un po’ di pesce si vede ma sembra sempre di qualche giorno. Tra i formaggi la scelta è molto limitata, e quelli di qualità migliore sono tutti importati e davvero costosi. Il pane fresco, quello che per noi italiani è il “filone”, non esiste proprio, solo scaffali di pane confezionato e spesso con additivi chimici. Tra le particolarità dei supermercati, al confronto con quelli italiani e spagnoli, ho notato sezioni enormi di integratori alimentari e pillole di ogni tipo, e cassieri più gentili e professionali. Naturalmente la gentilezza dei cassieri fa parte dell’interfaccia lavorativa, ma è comunque piacevole da trovare.

Per quanto riguarda i ristoranti invece, dove in questo periodo sono andato molto più spesso del solito (che è quasi mai). Come detto a Los Angeles ci sono ristoranti con cucine di tutto il mondo. Ho provato alcuni nuovi piatti interessanti, soprattutto della cucina asiatica. Però ho anche realizzato che, più che in Europa, nel cibo dei ristoranti ci possano essere additivi pericolosi e della cui presenza è difficile sapere, visto che non ci sono etichette dettagliate da consultare.

Ad esempio, una volta sul menu di un ristorante ho visto l’indicazione “senza glutammato di sodio” su un piatto, che mi ha fatto chiedere: ma quindi in tutti gli altri cibi in cui questa indicazione non c’è… il glutammato qui ce lo possono mettere tranquillamente? Dopo questo episodio ho alzato il livello di guardia, eppure nonostante ciò, più avanti in questo viaggio (quando ero in Louisiana in realtà) mi sono distratto comunque e ho commesso un grave errore: ho condito il mio cibo con una salsa di cui solo successivamente mi è venuto in mente di controllare l’etichetta. Tra i vari “ingredienti” che avevo mandato giù c’era l’alluminio…

Una differenza netta con i ristoranti italiani e spagnoli: il servizio è molto veloce ovunque. Quasi sempre ti siedi a un tavolo, e subito arriva il cameriere con i menu e per prendere gli ordini delle bevande. Pochi minuti per consultare il menu, e il cameriere è già di ritorno con le bevande e per prendere gli ordini del cibo. Tutto si svolge così rapidamente che spesso ho dovuto chiedere tempo supplementare per scegliere, più di una volta. La meccanica è esattamente opposta a quella di Italia e Spagna, dove invece nei ristoranti spesso ci vuole un’eternità prima di essere serviti.

Una cosa strana che succede nei ristoranti americani è che i camerieri passano in continuazione durante il pasto per chiedere se “va tutto bene?”. Una volta o due sarebbe anche ok, un segno di premura gradito, ma a volte è successo anche 4-5 volte durante lo stesso pranzo e la scena si è fatta francamente ridicola. Mi chiedo se negli Stati Uniti i ristoranti, che come scrivevo sopra sono in un settore ferocemente competitivo, dipendano moltissimo dalla reputazione online costruita con le recensioni dei clienti, per cui hanno sviluppato quasi una sorta di terrore di ricevere giudizi negativi.

Ultima nota, che è un fatto risaputo: le mance. Ogni volta che si mangia in un ristorante bisogna stare a perdere tempo per calcolare le percentuali. Un meccanismo davvero inefficiente che hanno negli Stati Uniti, e che fortunatamente non è diffuso in Italia e Spagna. Certo teoricamente le mance incoraggiano un miglior servizio, ma questo non giustifica davvero la perdita di tempo. Oltretutto a contribuire a rallentare la fase del pagamento, ho fatto caso che le banconote americane hanno tutte un colore simile (un beige/giallo smorto), per cui è difficile distinguere un pezzo da 1, 5 o 10 dollari senza analizzarle. Strano che ogni pezzo non abbia un colore diverso.

Agricoltura. La California mi è sembrata avere un clima davvero favorevole per l’agricoltura, ma questo potenziale l’ho visto sfruttato solo minimamente: pochissimi i campi coltivati e pochissimi gli orti vicino le case. Ho visto parecchie viti, il vino lo fanno senz’altro, ma ad esempio non ho visto quasi per niente gli ulivi, che a occhio direi crescerebbero bene da queste parti.

Mi è sembrato comunque che molti californiani siano concentrati a fare “landscaping” nei loro giardini ma solo per motivi estetici, piantando in effetti molti bei fiori ed alberi ornamentali, ma che invece non siano affatto concentrati a piantare frutta e verdura vicino casa, che preferiscono comprare nei supermercati, a caro prezzo e di importazione. Davanti le case ho notato che spesso non piantano nemmeno il minimo indispensabile, come almeno un vaso con le erbe per cucinare.

Nevada

Las Vegas. Las Vegas è come uno se la aspetterebbe: la folla, le luci, i casinò. Decisamente interessante da vedere una volta nella vita, ma certo non l’agitazione in mezzo a cui vorrei vivere a lungo termine. Questo vale per il centro comunque, ci sono aree periferiche e residenziali della città in cui sono sicuro che si possa fare una vita più “normale”. Arrivando in macchina, già dalle prime occhiate ho visto che il livello di ricchezza generale di Las Vegas è certamente più basso di quello di Los Angeles.

La cosa più interessante dei casinò è stato notare come tutto sia studiato scientificamente per mungere al massimo i visitatori. Il tipico casinò (io sono stato all’Excalibur) non è una struttura a sè stante bensì una combinazione: un grattacielo al cui piano terra c’è l’effettivo casinò e ai cui piani superiori c’è l’hotel. Per cui gli ospiti dell’hotel sono costretti ad attraversare le sale da gioco per entrare o uscire dall’hotel.

Il piano terra dove si gioca è grande, labirintico e volutamente carente di indicazioni, perdersi è facile e si finisce sempre a spendere più tempo tra le slot machines e i tavoli da gioco. Non ci sono orologi alle pareti a ricordarti che il tempo passa. Se ti siedi a un tavolo da gioco (io l’ho fatto a un tavolo di blackjack dove ho perso 20 dollari) passano periodicamente delle cameriere a offrirti drink gratuiti. Naturalmente essere un po’ alticci fa perdere le inibizioni e aiuta a scommettere un po’ di più.

Un’altro fatto che ho notato è che l’hotel in cui sono stato aveva decisamente un prezzo basso considerato l’ottimo livello delle camere. Anche qui ci ho visto una furbizia: attraggono i visitatori rendendo abbordabile la permamenza in albergo, perché sanno che poi i soldi veri gli ospiti li lasceranno nel casinò, dove avviene la parte effettiva della mungitura.

Sia nei casinò che per le strade di Las Vegas, ho notato una differenza nell’aspetto delle persone rispetto a Los Angeles. Qui ho cominciato a vedere più persone con pance, qua e là obese, e in generale non più così ben curate. Come mi aveva anticipato uno dei miei amici, con cui avevo commentato la buona forma delle persone a Los Angeles: “non ti preoccupare, a Las Vegas vedrai persone molto più tipicamente americane”. Nonostante questo, anche a Las Vegas continuava a valere il fatto meraviglioso visto nell’area di Los Angeles: quasi nessuno fumava sigarette.

Steve Pavlina. Durante la mia visita a Las Vegas ho avuto la fortuna di incontrare Steve Pavlina, un blogger che risiede proprio in questa città e che ha accettato il mio invito per un caffè e una chiacchierata. Il caffè in realtà l’ho bevuto solo io e gli amici che erano con me, Steve aveva iniziato da pochi giorni un digiuno di sola acqua, che ha poi protratto fino a 40 giorni (!).

Per me è stata davvero un’occasione speciale, Steve è un uomo brillante e il suo lavoro mi è stato utilissimo negli anni, infatti l’ho ringraziato sentitamente. Lui è senz’altro una delle persone che più hanno influenzato la mia filosofia di vita, e in effetti il fatto stesso di essere lì, di potermi permettere di viaggiare negli Stati Uniti per un periodo lungo mesi, è venuto anche dall’aver messo in pratica le sue idee sul reddito passivo. Il suo popolare articolo “10 ragioni per non avere un lavoro” è stato un contributo fondamentale a farmi realizzare che il mio lavoro impiegatizio di qualche anno fa era una totale pagliacciata, e in effetti ormai non passa giorno che non benedica la decisione di averlo silurato.

Ci sono anche un altro paio di aspetti che mi hanno reso felice di questa chiacchierata. Il primo è che ero assolutamente a mio agio nella conversazione, una conquista considerato che questo è proprio il tipo di eventi che a volte mi rendono ansioso, fino addirittura ad avere uno dei miei proverbiali attacchi di panico. Il secondo è che anche un altro degli amici seduti al tavolo apparteneva a quel “club” di persone per me speciali, che mi hanno ispirato e aiutato molto nella vita. Sapete il detto “circondati di persone più intelligenti di te”? Ecco seduto al tavolo con questi due, che avevo riunito io stesso, ho pensato sorridendo: “è proprio quello che sto facendo adesso, si sto facendo le cose bene!”.

Louisiana

New Orleans. Davvero interessante vedere New Orleans e la Louisiana dopo aver speso parecchio tempo a Los Angeles. Il contrasto è stato forte: sono passato da una delle aree più ricche del paese a una delle più povere.

Le caratteristiche per cui New Orleans è famosa le ignoravo (quasi sempre viaggio verso destinazioni su cui mi informo pochissimo in precedenza) e le ho scoperte solo una volta arrivato sul posto: ad esempio che la città è rinomata per la musica dal vivo, l’arte, la cucina creola, l’architettura particolare. Non sapevo nemmeno che una percentuale così alta degli abitanti fosse composta da neri. Immagino che molti siano discendenti degli schiavi che un tempo lavoravano nelle piantagioni di canna da zucchero. Le piantagioni esistono ancora e le ho viste attraversando la Louisiana in macchina.

Varie cose mi hanno colpito. Decisamente un cambio drastico nell’aspetto della gente. Molte più persone seriamente obese, e purtroppo un numero impressionante di persone con problemi fisici, storture, zoppicanti o su sedia a rotelle, soprattutto tra i neri. Un bel po’ di persone ubriache in strada e dall’aspetto per niente lucido. Credo che sia facile a New Orleans “farsi prendere” dal tema dei pub, dei ristoranti, la musica jazz da ascoltare con una birra davanti, le parate, la vita “da artista” tatuato che fuma e usa qualche droga, e molti finiscano per subirne gli effetti sulla salute fisica e mentale. Un altro fattore comunque è sicuramente la dieta.

La Lousiana è uno degli stati più ciccioni degli Stati Uniti e si vede. Un paio di volte ho preso nota che dentro il ristorante io e i miei amici eravamo gli unici clienti non grassi. In effetti la cucina della Louisiana sarà famosa, ma con me francamente è stata un disastro. La riassumerei così: tutto fritto. C’è il pesce ma è soprattutto pesce di bassa qualità: gamberi che sospetto provenire quasi tutti da allevamenti, crawfish (simili ai gamberi) che oltre a generarmi lo stesso sospetto quando li mangi devi buttare via il 90% del corpo, il pesce gatto che è un pesce di fondale. Per un quasi-vegetariano come me c’è la combinazione “riso bianco e fagioli”, non proprio qualcosa che andrei a chiedere al ristorante ma che avrebbe almeno potuto riempirmi, però ho scoperto presto che i fagioli venivano cucinati in stufati “gumbo” con carni di chissà quale provenienza. Certo poi c’è altro: la “Jambalaya” che è un misto stracotto di riso verdure e carne, una polenta chiamata “grits”, e per i turisti il panino con l’alligatore. Niente comunque che sembrasse non dannoso per la salute. Tra le poche eccezioni forse le ostriche.

Anche i supermercati mi hanno dato parecchie indicazioni. Innanzitutto sembravano davvero pochi: interi quartieri ne erano del tutto privi. Tra quelli che ho visto molti contenevano la parola “dollar” nel nome: family dollar, dollar general, dollar tree, a segnalare chiaramente l’intenzione di rivolgersi a una clientela che di dollari non ne ha molti da spendere. Tra gli scaffali una tristezza: prodotti confezionati, impacchettati, additivi chimici, quasi niente fresco. Frutta e verdura biologiche un lontano miraggio, almeno a Los Angeles spendendo una fortuna si trovavano. Mi sono ritrovato a comprare acqua confezionata venduta in quei flaconi di plastica alla cui forma noi italiani associamo la candeggina e i detersivi. E il sapore stesso dell’acqua era cattivo. Davvero.

Sono un po’ critico anche per quanto riguarda la scena musicale e artistica di New Orleans. La mia impressione è che il jazz sia nato da queste parti, ma poi si sia un po’ perso per strada. Molta della musica dal vivo mi è sembrata appunto il risultato di alcol, fumo e fritti: poca ispirazione e parecchio rumore. Molte band per strada non suonavano altro che “cover” di canzoni già esistenti, peggiorate rispetto all’originale (anche qui, produrre qualcosa di nuovo… proprio no eh?). La reputazione artistica della città si riferisce più che altro a mercatini di antiquariato, oggetti di decorazione, scelte di abbigliamento meno convenzionali delle persone. Sicuramente è interessante da vedere, ma non risuona troppo con il mio concetto di “arte”.

Una cosa che ho apprezzato di New Orleans però è l’architettura, molti quartieri sono davvero carini. La tipica casa è una casa “shotgun”, lunga e stretta, di legno, con tinte pastello. Sotto i tetti ci sono dei capitelli di legno con ricci e motivi floreali (“brackets”), e già solo quelli abbelliscono le case di tantissimo. Parecchi edifici comunque sembravano aver bisogno di una sistemata, soprattutto di una tinteggiatura. Questo è un business che credo funzionerebbe bene a New Orleans, dove in generale ho notato un numero particolarmente basso di negozi o attività commerciali di qualunque tipo (a meno dei negozi legati al turismo in centro).

Sono stato anche nella zona colpita dall’uragano Katrina nel 2005, ma non ho visto segni evidenti del passaggio dell’uragano. C’erano però parecchi lotti di terreno vuoti. Immagino che ormai dopo tanti anni le macerie che c’erano da rimuovere siano state rimosse, e molta gente si sia spostata.

Altre zone. Ho avuto l’occasione di vedere anche altre zone della Louisiana, spostandomi in macchina. Il paesaggio è senz’altro particolare: tutto piatto, con una costa molto frastagliata, paludi, sotto un sole cocente e con una forte umidità. In effetti il mio livello di energia fisica nelle due settimane di permanenza è precipitato rispetto al normale.

Nelle campagne e sulla costa le case presentavano una novità rispetto a quelle di New Orleans città: parecchie erano sopraelevate, su palafitte alte anche parecchi metri. Chiaramente per evitare le inondazioni. Molte comunque sembravano inutilizzate. Ho visto le antiche case padronali delle piantagioni, ormai quasi tutte trasformate in musei. L’agricoltura dello stato sembra continuare a consistere solo e esclusivamente in canna da zucchero: non ho visto altro piantato da nessuna parte. Dovrebbero esserci risaie da qualche parte, considerato sia il territorio favorevole che la forte presenza di riso nella cucina locale, ma io non le ho viste. Qua e la ho notato dei grossi stabilimenti industriali, credo che fossero raffinerie di petrolio.

Una delle cose più interessanti è stata vedere le paludi, un altro scenario naturale molto diverso sia da quello di casa, sia da quello visto in California e Nevada. Nelle paludi ho visto per la prima volta gli alligatori liberi, immobili sui tronchi o sul bagnasciuga, in attesa di prede. Strano in effetti ritrovarmi con questi animali, “teoricamente” pericolosi, mischiati così con naturalezza nel mio stesso paesaggio. Quelli che ho visto comunque erano relativamente piccoli, ho avvistato anche dei baby alligatori molto carini. Credo però che sott’acqua potessero esserci stati alligatori grandi, lunghi qualche metro, di quelli che una persona tutto sommato se la mangerebbero pure. Non mi sono tuffato per verificare.

In auto con i miei amici abbiamo guidato lungo la costa verso est, fino a vedere anche un pezzetto dello stato di Mississippi. Anche da queste parti l’oceano (in questo caso l’affaccio è sul Golfo del Messico) mi è sembrato francamente “brutto” e un po’ triste, seppure aveva un certo fascino malinconico. Solo una distesa di sabbia bianca sotto il sole cocente, niente arbusti, niente conchiglie, niente pesci, niente barche. Quasi nessuna persona in spiaggia. Strano.

Baja California

Per pochi giorni ho sperimentato anche un pezzettino di Messico, cioè la penisola di Baja California che sta poco sotto Los Angeles. Decisamente un altro gran bel contrasto.

Avevo in mente questa sciocca immagine del paesetto messicano in collina, i signori coi baffoni a suonare la chitarra, altri abbioccati sotto il cappello sombrero a fare la siesta, le ragazze more con le gonne colorate, i bambini che giocano, i sorrisi, i cactus. Non è proprio quello che ho visto. Naturalmente mi aspettavo che il Messico non stesse “ben messo” come gli Stati Uniti, ma non pensavo che se la passassero male come ho visto. Francamente, pensavo stessero un po’ meglio.

Tijuana. Sicuramente a contribuire a questa impressione è stata Tijuana, la prima città messicana che si incontra subito appena varcato il confine. Solo pochi chilometri sopra c’è San Diego, che fa ancora parte degli Stati Uniti e appare ricca e ordinata, pochi chilometri sotto c’è Tijuana, che fa già parte del Messico, e si presenta come un intrico di baracche, favelas, traffico disordinato, macchine scassate, mendicanti. Il cambio di scenario è davvero drastico e improvviso.

La mia visione di Tijuana comunque è avvenuta solo di passaggio, dalla macchina. Non ci siamo fermati, anche perché chiunque in California era stato concorde nel dire che “non è sicura. Magari ci vai e non ci sono problemi, ma meglio soggiornare da altre parti”. Non credo comunque che Tijuana rappresenti la tipica cittadina messicana, probabilmente è un po’ “peggio” per la posizione geografica, proprio al confine con gli Stati Uniti, che immagino l’abbia resa un crocevia per traffici di vario tipo, tra cui sicuramente la droga.

Ensenada. Questo è un paesino costiero dove ho passato tre giorni, e già Ensenada mi è sembrata decisamente un posto tranquillo e sicuro. Ha una certa vocazione turistica, considerati i negozi di souvenir e i ristoranti, anche se in effetti di turisti americani non ne ho visti molti. Considerati i prezzi bassi, la costa non male, e che è a portata di mano per i californiani, potrebbero essercene di più, ma forse effettivamente non si fidano comunque a venire neanche qui.

A Ensenada ho visto e mangiato un po’ di pesce fresco (anche se persino quello al mercato sul porto non sembrava proprio freschissimo, almeno non come quello che vedo nei mercati di Italia e Spagna). Nel porto c’erano moltissime navi di pescatori attraccate, però la mattina ne vedevo uscire per mare solo due o tre, le altre tutte ferme. La “scena” culinaria non mi è sembrata sensazionale, anche se è proprio a Ensenada che ho avuto sia il miglior caffè che la migliore cena di tutti i due mesi e mezzo di questo viaggio. Per pura casualità, il caffè era in un bar italiano e la cena era in un ristorante italiano.

Per le strade ho notato alcune particolarità, la prima piuttosto curiosa è che molte farmacie pubblicizzavano con una certa enfasi che vendevano Viagra. Mi chiedo se è perché gli uomini da queste parti sono particolarmente concentrati sul sesso, o se la vendita si rivolge ai turisti americani che magari possono comprare il farmaco a prezzi più bassi. Ho notato anche un numero grande e decisamente inusuale di cartelli “cercasi personale”, da parte di negozietti sia nella cittadina che nei dintorni. L’ho trovato strano considerato che l’economia della zona è visibilmente tutt’altro che “in fermento”. Mi viene da pensare che si tratti di lavori in cui pagano una tale miseria, che per molte persone del posto sia praticamente indifferente averli o meno.

Tra le cose che ho scoperto in questo viaggio ci sono gli show televisivi messicani. Sono davvero… degni di nota! Qualcosa che mi ha lasciato a bocca aperta davanti alla tv: affascinato e inorridito allo stesso tempo. Le parole “trash” e “agghiaccianti” non riescono nemmeno a rendere l’idea di cosa trasmettono da queste parti.

Apparentemente il concetto di intrattenimento negli show messicani è un gruppone di persone buttate dentro uno studio televisivo, con travestimenti grotteschi, che ballano, si fanno sgambetti, si danno pizzichi sulle braccia, si mettono elastici sulla faccia mentre fanno il karaoke, ammiccano, ondeggiano, con la telecamera che si sposta da una persona all’altra, sul sottofondo di musica allegra. In effetti uno dei miei amici mi ha fatto notare che uno dei personaggi del cartone i Simpson, l’uomo-ape, è proprio la caricatura di uno dei personaggi di questi show messicani. Sono rimasto comunque abbastanza sconvolto: giuro che non mi lamenterò più degli show spazzatura italiani, il peggiore dei quali trasmette comunque altissima filosofia rispetto a quelli messicani!


Note: Qualche tempo fa l’articolo “10 ragioni per non avere un lavoro” l’ho rielaborato in forma personale, producendo una versione in italiano che si trova a questo link.

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Il lavoro nel futuro: umani o robot?

Una questione affascinante su cui riflettere è: chi lavorerà nel futuro, umani o robot?

I robot prenderanno in carico quasi tutti i lavori? E in questo caso, che cos’altro faranno gli umani durante il giorno, con tutto il tempo libero a disposizione? Oppure lo scenario non cambierà granché: seppure in una società più robotizzata gli umani continueranno comunque a lavorare gran parte del tempo?

Ai due diversi scenari corrisponde il cambiamento, o il mantenimento, del concetto stesso di lavoro e di alcune strutture, soprattutto il sistema del denaro e la produzione di energia. Facile capire che se cade la necessità di guadagnare denaro, e se cade la necessità di pagare l’energia, più facilmente cade anche la necessità di lavorare.

Voglio provare ad analizzare le due possibilità. Sulla prima posso offrire un punto di vista personale, considerando che mi ritrovo già a viverla: non ho un lavoro e ho tantissimo tempo libero. In questo caso c’è da valutare cosa succederà se la percentuale di persone che vivono come me, oggi una minoranza, aumenterà in futuro. Preferisco però partire dallo scenario più familiare e quindi semplice da immaginare: quello in cui gli umani continueranno a lavorare gran parte del tempo.

Gli umani continueranno a lavorare

Che la tecnologia continuerà comunque a svilupparsi mi sembra ovvio, per cui inevitabilmente continuerà la tendenza che va avanti ormai da un po’: cioè gli umani continueranno ad essere sostituiti progressivamente dai robot nel lavoro, visto che i robot in gran parte dei casi sono più precisi ed efficienti.

Per molte persone che hanno provato a prevedere il futuro, questo argomento è significato automaticamente che arriverà il giorno in cui l’umanità sarà liberata dal lavoro. Ma io non sono certo di condivire questo ottimismo. Mi sembra invece da non sottovalutare la possibilità che, man mano che i lavori umani passeranno di mano ai robot, sempre più lavori falsi verranno inventati per tenere occupati gli umani.

Con lavori falsi intendo lavori improduttivi, che non generano risorse concrete, o lavori superflui, che generano risorse in eccesso che poi vengono buttate via. In effetti tanti lavori di entrambe le tipologie esistono già adesso, e tengono occupata l’umanità già adesso. Per cui quello di cui sto parlando non è altro che una continuazione del fenomeno già in corso, che potrebbe sopravvivere e amplificarsi.

Oggi esempi molto evidenti di lavori improduttivi si vedono nel settore bancario e politico, mentre dei lavori superflui ne è diventato testimonianza internet, che ormai è decisamente ultra-saturo, perché inondato ogni giorno da nuovi contenuti creati da plotoni di giornalisti e autori, contenuti che però raggiungono un pubblico sempre più microscopico. Anche molte scuole odierne sono fabbriche di lavori superflui, dedicati a fornire agli studenti tante conoscenze che non useranno mai -quindi le butteranno via– in età adulta.

È plausibile che il futuro presenterà un quadro in cui, seppure nel contesto di una grande abbondanza di risorse generata da robot ancora più avanzati ed efficienti di quelli attuali, gli umani continueranno comunque ad avere pochissimo tempo libero, perché molto occupati in lavori inventati… appunto allo scopo di tenerli occupati.

Ci si può chiedere: lavori inventati da chi? Un complottista probabilmente risponderebbe “dal sistema”, e non c’è certo dubbio che il sistema trae beneficio dall’avere la maggioranza delle persone impegnata a lavorare, con poco tempo libero. In questo modo si ha una massa più ignorante e stanca, facile da manipolare. Io però credo che per lo più siano le persone stesse a tendere verso questi lavori inutili, senza troppa necessità di una qualche “agenda segreta” che ce li spinga.

Per capirne il motivo basta osservare come si comportano le persone quando hanno tempo libero: la maggior parte, in effetti, non è per niente a suo agio con il tempo libero.

Il tempo libero è interruttore che può causare un aumentato livello di coscienza, e un alto livello di coscienza spesso è difficile da sostenere: nascono domande a cui è durissimo rispondere, nascono tante incertezze. È per questo motivo che spesso le persone, quando non lavorano, fanno un lavoro sistematico proprio per abbassare il livello di coscienza: mangiando cibo spazzatura, guardando la televisione, facendo shopping, bevendo alcool.

In aggiunta a questa tendenza spontanea, come anticipato sopra, due fattori determinanti sono il denaro e l’energia. Se perdura un sistema finanziario simile a quello attuale, molti umani continueranno a trovarsi in una situazione di grande abbondanza di risorse (abbondanza che probabilmente si estremizzerà grazie ai robot), ma a tali risorse continueranno a poter accedere solo tramite il denaro, che quindi cercheranno di guadagnare lavorando. Similmente per l’energia: se non diventerà abbondante e di facile accesso per tutti, gli umani continueranno a lavorare per pagarla.

Inoltre potrebbe nascere tutta una serie di nuovi bisogni artificiali, a cui risponderebbero tanti nuovi lavori artificiali. Qui si può immaginare un numero di scenari più o meno distopici, ad esempio un pianeta in cui nonostante i robot avranno risolto completamente il problema di produrre le risorse essenziali, gli umani saranno comunque assorbiti da una gigantesca industria di intrattenimento, fatta di realtà virtuali e videogiochi, all’interno della quale continueranno a lavorare molte ore a settimana.

L’idea suona abbastanza inquietante, ma in effetti non sarebbe altro che l’acutizzazione di quello che succede oggi. In questo senso si potrebbe dire che il futuro è già adesso. L’unica differenza sarebbe che, se oggi la percentuale lavori reali vs lavori artificiali è qualcosa come 30% vs 70%, in futuro potrebbe sbilanciarsi ancora di più verso i lavori artificiali, e diventare qualcosa come 5% vs 95%. All’interno della piccola percentuale di lavori reali che sopravviveranno in futuro, probabilmente esisteranno quasi esclusivamente i lavori in cui il “fattore umano” (immaginazione, creatività, emozioni) è un vantaggio non sfidabile dall’efficienza robotica.

Riassumento brevemente quindi, in questo primo scenario molti umani continuerebbero a lavorare anche nel futuro, sia per sfuggire al tempo libero o sia perché continuerebbero a credere di dover lavorare. Questo implica che seguirebbero ad adottare il concetto di lavoro che esiste adesso (è “lavoro” se viene retribuito con denaro), e implica che seguirebbero a non accorgersi che lavorare per denaro, in un sistema finanziario simile a quello attuale, è come giocare a un tavolo di poker truccato a proprio sfavore.

Si tratta dello scenario che mi attrae di meno, perché prevede un’umanità futura molto inconsapevole, ma conserva comunque alcuni aspetti positivi, soprattutto per quella minoranza di persone che decideranno di non lavorare. Infatti visto che tutti gli altri saranno occupati a lavorare, per chi avrà più tempo libero ci saranno più opportunità disponibili, meno competizione, meno traffico, meno file, e così via.

Gli umani smetteranno di lavorare

La seconda possibilità consegue a una trasformazione più radicale della coscienza, e credo anche che corrisponda allo scenario più probabile. In effetti, tendo anch’io a dare per scontato che si andrà verso questo scenario nel futuro, se non fosse che la domanda “ma allora perché non è già successo?” mi fa essere cauto. La mia impressione è che una trasformazione avverrà, ma molto più lentamente di quanto prevedono alcuni.

In questa visione, le persone abbandoneranno in massa quello che oggi viene considerato lavoro. Volenti o nolenti, la disoccupazione arriverà per quasi tutti: alcuni abbandoneranno il lavoro consapevolmente e volontariamente, altri invece verranno spinti nella disoccupazione dai robot, da cambiamenti profondi del denaro (magari da fiat a criptovaluta), dagli imprenditori che renderanno l’energia abbondante e accessibile, da governi più piccoli ed efficienti.

Quelli che verso la disoccupazione ci verranno spinti, probabilmente, cercheranno più degli altri di tenere in vita un mercato di lavori falsi, che difficilmente sparirà del tutto. Gli altri però si saranno finalmente arresi all’evidenza: in un mondo altamente tecnologico e abbondante di beni e servizi, prodotti facilmente dai robot e accessibili a tutti, il vecchio concetto di lavoro non ha più senso: la sua motivazione di esistere, semplicemente, è sparita.

Tutte queste persone dunque si ritroveranno di fronte alla stessa questione che io ho già affrontato qualche anno fa, quando ho abbandonato il mio impiego: che cosa faccio durante il giorno? Fino ad oggi, per molte persone questa domanda probabilmente suonerebbe addirittura come minacciosa: la collegherebbero immediatamente alla domanda come farei a evitare la noia?. È da qui infatti che parte la ricerca di distrazioni, di attività che “tengano occupati” (quali sono ormai molti lavori esistenti).

Che succederà però nel futuro, se le persone ci guarderanno dentro a questa noia, anziché cercare di evitarla con l’intrattenimento? In effetti, se i lavori falsi avranno perso qualunque credibilità come opzione di riempi-tempo parziale, estendere le finzioni televisive e i videogiochi a tutto il tempo potrebbe farsi sentire come insoddisfacente per molte persone. Anche viaggiare nel mondo reale, un’attività che molti fantasticano di fare “se non fosse per il lavoro”, se fatto continuamente potrebbe non riuscire a scacciare la sensazione di mancanza di scopo.

Che cosa faccio con il mio tempo? è una questione difficile -persino esistenziale– visto che inevitabilmente fa nascere altre domande in catena: che cosa faccio con la mia vita? e quindi qual’è il senso della vita? In faccia a quest’ultima domanda potrebbero ritrovarsi a guardare in tantissimi nel futuro, molti più di oggi. E dalla gran varietà di risposte che giungeranno, il pianeta e la società potranno davvero trasformarsi in modi imprevedibili.

È possibile che, dopo svariate riflessioni, molte persone giungeranno a una conclusione simile a quella a cui sono giunto io: a meno di vivere la vita aspettando che si manifesti una qualche “divinità” o “autorità superiore” a rivelarci un senso della vita universale, che vale per tutta l’umanità (cosa che forse, probabilmente, non avverrà mai) è bene che ce lo assegnamo da soli, individualmente, un senso alla nostra vita. Il senso che scegliamo è proprio il senso della vita, quello “giusto”.

Tale scelta sarà cruciale per decidere se anche nel futuro noi umani continueremo a fare qualcosa durante il giorno, piuttosto che diventare una specie quasi del tutto inattiva, imboccata dai robot. Chi si sarà preso il tempo per decidere come usare la propria vita, avrà la motivazione per svolgere delle azioni.

A questo punto però, tali azioni faranno parte di un concetto di lavoro del tutto nuovo, profondamente diverso dal precedente, proprio perché profondamente diversa sarà la motivazione che lo genera. La motivazione non sarà più ottenere i “vecchi” beni e servizi, ormai in esubero e poco interessanti, ma sarà un impulso proveniente soprattutto dall’interno, e non più dall’esterno.

A un cambio così sostanziale nella motivazione che genererà il lavoro, conseguirà probabilmente un cambio sostanziale nei campi verso cui tale lavoro si indirizzerà. Difficile immaginare, in effetti, che in uno scenario in cui il lavoro sarà altamente facoltativo e gli umani decideranno di farlo a seguito di un processo di introspezione, gli sforzi verranno impiegati per produrre souvenir o educazione irrilevante. Possibilmente a ricevere una forte spinta saranno campi nuovi come la sperimentazione genetica, l’esplorazione spaziale, e soprattutto la ricerca sul funzionamento della mente.

Questo che descrivo qui, quindi, è uno scenario in cui gli umani smetterebbero di lavorare -ma per quello che è il vecchio concetto di lavoro-. Molti però potrebbero rimanere attivi adottando una nuova filosofia, ed è proprio secondo questa che potrebbero cominciare più spesso a sentire di voler “lavorare”.

Il mio percorso

Io alla questione che cosa faccio con il mio tempo? ho avuto la fortuna di arrivarci ben preparato. La disoccupazione è qualcosa che ho cercato e voluto fortemente. Il motivo della mia determinazione è venuto proprio dall’essermi preso del tempo per decidere quale fosse il senso della vita, per che cosa volessi usare la mia.

La risposta che ho trovato, che comunque si è raffinata col tempo e che continua a raffinarsi, è che il senso della vita è l’amore: l’amore che diamo e l’amore che riceviamo. In seconda battuta, il senso della vita consiste anche in esplorare e capire meglio l’universo, godere delle cose belle che esistono, e produrre nuove cose belle.

Questo tipo visione di questo tipo ha avuto effetti in tante aree della mia vita, e ovviamente anche sul mio concetto pratico di lavoro. Il concetto che avevo prima è diventato obsoleto e ormai non più proponibile. Lavoro è diventato aggiungere qualcosa di bello al mondo, e di alta qualità. Favorire la qualità rispetto alla quantità mi sembra imprescindibile a questo punto, visto appunto il grado di saturazione a cui è giunta la produzione umana in moltissime aree, sia di prodotti materiali che immateriali.

Trovo che per me funziona bene, tenere in mente questo principio generale: infatti qualunque sia il progetto specifico a cui decido di dedicarmi (che sia scrivere un articolo, produrre un documentario, costruire una casa…), mi ricorda sempre perché lo sto facendo e come farlo. Il che non comporta certezza di buoni risultati, ma trovo che mi motiva ad agire. È un principio che ha creato e crea con naturalezza attività da inserire nel mio tempo, quando sento di voler “lavorare”. In effetti è difficile ormai etichettarlo come tempo lavorativo o tempo libero, visto che il confine tra i due è irrimediabilmente diventato molto sfumato.

Raccogliere una cartaccia per strada è lavoro? Curare il giardino è lavoro? Anche quando le persone mi chiedono che lavoro fai? non sono proprio sicuro di cosa rispondere, anche se ultimamente me la cavo spesso con un rapido ed elegante “imprenditore”.

Riguardo a quanto lavorare, in questi ultimi anni ho sentito di lavorare sui miei progetti solo qualche ora al giorno, una quantità di tempo piccola che comunque mi ha fatto ottenere diversi risultati che mi sembrano buoni. I motivi per cui non ho lavorato di più sono essenzialmente due: il primo è che, effettivamente, non voglio perdermi tutto il bello che c’è “la fuori” nell’universo (e ce n’è tantissimo) lavorando gran parte del tempo.

Il secondo motivo viene da uno dei miei più grandi conflitti interni, spiegato bene dal famoso mito della caverna di Platone. Detto in breve, ho l’impressione che alcune delle cose più di valore che ho da dare al mondo (ad es. le informazioni utili che ho trovato) spesso al mondo in effetti non interessino granché, per cui spendere tantissime ore a lavorarci intorno forse non ha senso. Allo stesso tempo, non sono sicuro di voler lavorare tanto su qualcosa per cui c’è più interesse, ma che io non “sento” essere il mio forte. Questo è un dubbio che ancora non ho risolto, ma credo comunque che appartenga anche a molte altre persone, per cui non mi sento solo nel conflitto 🙂

In effetti, credo che è attraverso questo tipo di “percorsi” interni (introspezione, come ho scritto sopra) che potrebbe passare la ridefinizione del lavoro nel futuro. Se i lavori sopravviveranno assumendo una forma nuova, abbandonando quella corrente -spesso grottesca- di lavori falsi, tale forma potrebbe essere influita proprio da processi come quello di disidentificazione da parte degli umani con il ruolo lavorativo. Si parla insomma di “rivedere” la relazione con l’ego, una relazione niente affatto… facile.


Note: Seppure affascinante, questo argomento è a dir poco teorico e filosofico. L’articolo potrebbe avere qualche contraddizione, ma credo comunque che contenga diversi spunti utili.

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Trollati dai Balcani

Ho passato buona parte degli ultimi due mesi in viaggio, di cui alcune settimane nei Balcani, che ho deciso di raccontare in questo articolo. A me e ai due amici con cui viaggiavo incuriosiva questa parte di Europa, che ci aspettavamo essere la più autentica e “diversa” rispetto all’ Europa con cui siamo familiari.

Non siamo certo rimasti insoddisfatti: il risultato è stato un viaggio molto interessante, anche se francamente ho visto alcuni tra i posti più assurdi della mia vita. In effetti spesso durante il viaggio scherzavamo dicendo di subire continuamente un trolling da parte dei Balcani, che ci presentavano davanti agli occhi degli scenari così strani e inspiegabili che rimanevamo incerti e con la sensazione “che cosa cavolo stiamo vedendo?”.

Questo è il video che ho prodotto, che contiene alcune delle cose viste nei paesi in cui sono stato: Albania, Grecia, Macedonia, Serbia, Kosovo, Montenegro, Bosnia-Erzegovina, Croazia.

Impressioni generali avute durante il viaggio

C’è una quantità impressionante di terreni inutilizzati in questi paesi, che non vengono coltivati né dati al pascolo. È sorprendente pensare che molte persone si uccidono per vivere in aree aride del medio oriente, mentre qui nei Balcani c’è così tanta terra fertile che nessuno utilizza. La poca agricoltura e pastorizia spesso si traducono in cibo di qualità che va da “ok” a “agghiacciante”.

Ho percepito una vibrazione generale di oblio e assopimento, mischiati a un certo disinteresse per l’ambiente e le persone intorno, che specie nei Balcani dell’entroterra producono quartieri pazzescamente disordinati, traffico caotico, file venditori di strada e di negozi che offrono tutti gli stessi prodotti (vuoti, e che non so come vadano avanti).

Nonostante qua e là ci siano delle chiese dalle proporzioni deliziose, alcune delle quali appaiono in questo video, manca tantissimo il senso dell’ estetica e dell’arte. La differenza, per me che vengo dall’Italia, è davvero drammatica. Ho visto intere città in cui l’idea di abbellire un quartiere con una fontana o un giardino sembra non essere mai stata presa in considerazione.

In compenso le persone mi sono sembrate ovunque piuttosto amichevoli, e tutti questi paesi mi hanno dato l’impressione di essere sicuri, in cui crimini di strada e rapine sono eventi poco comuni. Inoltre, anche se attualmente proprio non vorrei viverci stabilmente, nei Balcani ci ho visto tanto potenziale: chissà come si trasformeranno in futuro?

Impressioni specifiche sui singoli paesi

Albania: un paese tanto, ma tanto strano. La cosa più inspiegabile sono le migliaia (tante migliaia) di edifici incompiuti sparsi ovunque, costruiti senza alcun criterio. Non credo esista il concetto di piano regolatore in Albania. Vedi un grattacielo di trenta piani senza finestre -abbandonato- accanto a un distributore di benzina -abbandonato- accanto a cinque palazzetti multicolor a schiera diroccati -abbandonati-, accanto a una villa stile impero romano senza finestre -abbandonata-.

Ci sono moschee sparse qua e là nelle aree industriali, nelle campagne, sui monti, che è difficile immaginare che vengano mai raggiunte da qualcuno. Nelle campagne vedi bunker di cemento, scheletri di case che potrebbero essere abitate, ma con pupazzi di stoffa impiccati a una corda e penzolanti dai balconi. Nelle aree rurali si utilizzano molto gli asini per trasportare i materiali, di taglia piccola, come mini-asini. Nelle città, a sorpresa, le automobili sono piuttosto di alto livello, credo infatti di aver visto molti più suv a Durazzo e Tirana che a Roma.

Tra i migliori troll subiti dall’Albania: vedere due uomini giocare a carte su un tavolino improvvisato, vicino al bordo di un’autostrada e sotto il sole, nel mezzo assoluto del nulla e lontanissimi da qualunque paese o città, che ti chiedi: a) come hanno fatto ad arrivare lì che non sembrano avere la macchina b) ma perché sono lì c) perché stanno giocando a carte a un metro dal bordo strada, a rischio di essere travolti da un camion. Almeno mettetevi un po’ più scostati e all’ombra!

Grecia: in questo viaggio abbiamo visitato solo la parte nord della Grecia, che mi è sembrata depopolata e con un paesaggio piuttosto asciutto. Le città in cui sono stato, ad esempio Ioannina e Kastoria, mi hanno lasciato l’impressione di assopimento di cui scrivevo sopra, di non possedere carisma. Salonicco, molto più grande, è senz’altro più animata, ma troppo turistica e caotica per i miei gusti.

Una cosa che mi ha un po’ sorpreso è che dovunque, soprattutto nei paesini meno conosciuti e più isolati, non sembrano esserci edifici antichi. Io sono abituato ai paesini pittoreschi dell’Italia, pieni di castelli, torri, costruzioni in pietra e dall’aspetto medievale. Nel nord della Grecia invece non ho visto nessun paese che tradisse una lunga storia. Molti piccoli paesi sono semplicemente gruppi di case dall’aspetto che definirei “normale”: con facciate in cemento, costruiti di recente. E le case antiche dove sono andate a finire?

Sorprendentemente, almeno per quanto mi aspettavo considerando i precedenti viaggi ad Atene, non è stato facile trovare cibo di qualità nel nord della Grecia. Nei supermercati c’era una predominanza di alimenti processati, e poco pesce fresco. Anche trovare un ristorante dove consumare un vero pasto è stato difficile. Ad Ioannina ad esempio sembra esserci solo una marea di caffè-bar, dove servono bevande e snack, ma pochissimi ristoranti.

Misteri: nelle campagne abbiamo notato qua e là piccoli campi di tabacco e di cotone. Che senso ha avere produzioni così piccole? Il tabacco magari viene rivenduto di contrabbando, ma il cotone? Un altro mistero è il numero esagerato di farmacie. In un paesino con piccolissima popolazione ne abbiamo contate cinque, quasi una accanto all’altra.

Macedonia: dopo l’intervallo di “normalità” nel nord della Grecia, che è comunque vicina all’Europa con cui sono familiare, il trolling è entrato nel vivo in Macedonia. È qui che ho visto alcune tra le scene più strane dei Balcani.

La maniera assurda di indirizzare i cavi elettrici negli edifici, di cui avevo comunque avuto già un assaggio in Albania: grossi grumi di cavi appesi in cima ai pali, da cui partono ragnatele in tutte le direzioni. Mi chiedo: se c’è un guasto ad uno dei cavi, come fa l’operaio a individuarlo in quel casino? Di nuovo ho visto tanti edifici incompiuti ed inutilizzati (ma non tanti quanti in Albania) e un’architettura dallo stile incredibilmente disomogeneo.

Una cosa curiosa è che più volte ho osservato le persone cercando di individuare quali fossero i tratti tipici della gente della Macedonia, e non ci sono riuscito affatto. In Albania, ad esempio, avevo trovato un certo schema ricorrente nelle strutture facciali. In Macedonia invece sono stato in un paio di città in cui, per quanto mi sforzassi, non c’è stato verso, finché mi sono dovuto arrendere all’evidenza: tutti sembravano avere tratti completamente diversi da tutti.

In Macedonia ho visto uno dei livelli più alti di oblio rispetto all’estetica (rimarrà alla storia la visita in una galleria d’arte contenente poster “artistici” che ho commentato -pure con arroganza- di poter scarabocchiare anch’io con la penna, magari mentre sono al telefono a chiacchierare) e al “concetto” di cibo. La qualità di frutta e verdura mi è sembrata ok, il problema è stato reperire le proteine: mancanza di pesce fresco ovunque (comunque giustificabile per un paese dell’entroterra) e soprattutto di carne di buona qualità (c’è tantissima carne processata e prevalentemente di maiale). Non ho mai notato cibo biologico nei supermercati in cui sono entrato.

Serbia: della Serbia ho visto pochissimo, abbiamo appena fatto un’incursione di qualche ora in macchina, nel sud, incontrando qualche villaggio piccolissimo sulla strada e fino a raggiungere la cittadina di Vranje, che ha molto vagamente l’aspetto di una cittadina di montagna del nord Italia. Non ho visto abbastanza comunque per poter notare particolari differenze rispetto ai paesi confinanti dei Balcani.

Kosovo: siamo entrati dal sud del paese e abbiamo guidato lungo tutto lo stradone che conduce alla capitale, Pristina. Inizialmente il Kosovo ci ha illusi con un paesaggio pieno di verde e natura, ma lo scenario si è velocemente trasformato: i bordi della strada hanno cominciato a popolarsi di negozi di grandi dimensioni: rivenditori di automobili, rivenditori di materiale edile, ristoranti. Una catena ininterrotta di attività commerciali, fino alla capitale, che rallenta decisamente il traffico. Tutti questi negozi mi davano comunque l’idea di non avere assolutamente clienti, eppure erano lì: aperti.

La scena si è ripetuta in città, a Pristina: una quantità impressionante di negozi di qualunque tipo, da centri estetici a rivenditori di elettronica, che sembravano sempre e per la maggior parte senza clienti. Non mi spiegavo perché li avessero aperti e come andassero avanti.

Pristina stessa ha un’architettura selvaggia: grattacieli mischiati a moschee mischiate a caserme di cemento. Anche qui i grumi di cavi elettrici campeggiano ovunque. È stato interessante scoprire che il centro è pattugliato da soldati americani, per lo più ragazzi ventenni inconsapevoli e con l’attitudine “stiamo salvando il mondo”. In realtà, dal poco che so della storia del paese, deduco che vengano tenuti lì a passeggiare dall’America come monito, dopo che il Kosovo è stato sottratto alla Serbia.

Da segnalare, ancora riguardo le attività commerciali, una particolare ossessione per gli autolavaggi, visti ovunque, anche nelle campagne più sperdute, ma di cui molti abbandonati da tempo. Anche in Kosovo ho visto molti edifici incompiuti e inutilizzati. Situazione cibo simile alla Macedonia: frutta e verdura ok ed economiche, ma tantissimo cibo processato, zero pesce fresco e carne per lo più industriale. Livello di trolling generale, comunque: altissimo.

Montenegro: secondo le statistiche la popolazione del Montenegro è tra le più alte del mondo. Curiosamente, appena arrivati nel primo paesino della zona più interna e montagnosa, abbiamo constatato subito che davvero tutti sembravano più alti. Ne abbiamo avuto conferma anche in seguito, guardandoci intorno nella capitale (Podgorica) e nelle zone costiere: per qualche motivo la popolazione montenegrina è decisamente alta.

Dopo il trolling estremo subito da Albania, Macedonia e Kosovo, la sensazione che ho avuto entrando in Montenegro è stata di un -parziale- ritorno alla normalità. Anche se in effetti avrei potuto sospettarlo dal nome, o fare un minimo di ricerca prima, ho scoperto che il Montenegro è quasi totalmente montagnoso, e montagne anche molto alte. È gia sulle montagne che la qualità del cibo ha fatto un piccolo passo avanti: nei supermercati si cominciavano a trovare prodotti salutari, fino ad arrivare alle coste dove è finalmente apparso un po’ di pesce fresco (seppure meno di frequente e meno economico di quanto si sperava).

Ci sono dei bei posti sulla costa, ovviamente non quelli ormai già rovinati dal turismo di massa come Cattaro e Budua, ma in generale mi hanno dato la sensazione di mancare carattere e di essere un po’ “spenti”. Il Montenegro è un’altro di quei posti che mi ha trasmesso una vibrazione generale di assopimento.

Bosnia-Erzegovina: anche in questo paese abbiamo fatto solo un’incursione in macchina di qualche ora. L’area che abbiamo attraversato è proprio una di quelle che maggiormente mi ha fatto venire il pensiero “guarda quanta terra libera”. Ho visto interi altipiani senza la minima traccia di presenza umana.

Fuori dalle cittadine, ancora una volta, ho notato la quasi totale assenza di agricoltura e pastorizia. Nei pochi campi coltivati ho visto più che altro il tabacco, che avevo notato spesso anche in Grecia.

Croazia: la Croazia era diventata una destinazione turistica molto popolare circa venti anni fa, perché economica e con un mare molto bello. L’impressione che ho avuto in questo viaggio è che la situazione sia un po’ cambiata: la costa è ancora bellissima, ma temo che il turismo abbia eroso il fascino di diversi posti.

È a Ragusa, nonostante il bellissimo panorama che ho ripreso nel mio video, che ho visto la fase finale, e più estrema, degli effetti del turismo di massa: file di club, ristoranti “per turisti”, negozi di souvenir, e turisti sonnambuli a girovagare nel mezzo. Ben distante dal mio desiderio di vedere luoghi autentici, ma decisamente interessante da vedere dal punto di vista “antropologico”, come ha commentato uno dei miei amici.

Dai pochi giorni che ci ho trascorso in questo viaggio, la Croazia mi ha trasmesso una vibrazione simile a quella del Montenegro: bella, bellissima in alcuni punti, ma al netto del ronzio turistico un pochino spenta, e carente carisma.


Note: ho appreso che i pupazzi appesi ai balconi dell’Albania sono dei “dordolec” (spaventapasseri), che secondo la credenza popolare servono a proteggere la casa, la famiglia e gli animali dal malocchio e dall’invidia.

Pensieri

Trovo che vicario sia una parola molto interessante, soprattutto perché descrive il comportamento di un numero enorme di persone.

Vivere la vita vicariamente significa viverla non in prima persona, direttamente, bensì in maniera partecipata: tramite qualcun altro. Alle esperienze di vita di questo “qualcun altro” il vicario partecipa tenendosi qualche passo indietro -a distanza di sicurezza- ma comunque abbastanza vicino da poterne osservare le avventure.

Un esempio straordinariamente diffuso sono i genitori che vivono la vita vicariamente tramite i propri figli. E’ facilissimo individuarli sui social network perché spesso come foto del profilo personale impostano -anziché una foto di se stessi- una foto di se stessi assieme ai figli, o addirittura dei figli soltanto. Non vedono nemmeno più se stessi come entità separate: si identificano completamente con i figli. Se in una conversazione chiedi loro “come va” o “ci sono novità”, passano velocemente a raccontarti di come stanno i figli, o di cosa stanno facendo i figli. Le gioie, le preoccupazioni, le esperienze più significative della vita riguardano i figli, dai quali vengono ricavate tutte le soddisfazioni e le insoddisfazioni.

Questo comportamento, cioè al momento in cui si fanno figli trasferire su di essi ogni progetto e contemporaneamente smettere di provare a realizzare qualunque progetto proprio, è talmente diffuso che è quasi considerato “normale”. Ma purtroppo questa concezione della genitorialità, come parassitaggio della vita dei figli, è la ricetta perfetta per l’infelicità: sia dei figli che dei genitori.

Un secondo esempio di comportamento vicario estremamente rilevante è dato da chi guarda molti film e serie televisive. Creare situazioni interessanti nella vita vera spesso richiede una certa dose di lavoro, per cui si preferisce provare l’eccitazione di una caccia al tesoro dal comfort di una sala cinematografica, o partecipare al flirt tra due attori attraenti dal divano di casa, magari senza doversi preoccupare troppo di tenersi in forma.

L’approccio e la motivazione sono esattamente gli stessi del caso precedente: i genitori vicari mandano avanti i figli per poi farne da spettatori, in questo caso si mandano avanti gli attori e di questi, ancora più propriamente, si fa da spettatori.


Ci ho messo un po’ ad avere chiaro perché molti adepti dello sviluppo personale -sia i “guru” che i “praticanti”- non mi convincono, e questo nonostante le idee che discutono spesso sono effettivamente molto valide.

Il motivo è che mi sembra che si concentrino troppo sui metodi, ad esempio “come stare in forma” o “come generare reddito passivo”, così tanto da perdere di vista che questi metodi servono soltanto a creare i mezzi per raggiungere uno scopo, ma non sono essi stessi lo scopo.

Mentre molti appassionati di sviluppo personale si concentrano in eterno su come stare in forma, come raggiungere l’indipendenza economica, come sviluppare la creatività, c’è gente che i metodi per stare in forma, avere libertà economica, sviluppare la creatività li applica già in modalità “pilota automatico”, senza né discuterne tanto né quasi ricordarsene, ma poi fa anche il passo successivo: utilizza lo stare in forma, la libertà economica e la creatività per produrre cose nel lavoro che fa.

Ad esempio, spulciando la pagina Wikipedia di molte persone di successo, attori, atleti, musicisti, imprenditori, saltano spesso fuori certe informazioni ricorrenti: prestano molta attenzione alla dieta, fanno esercizio fisico regolarmente, praticano yoga o meditazione, non spendono 40 ore in ufficio in cambio di uno stipendio ma al contrario, anche se lavorano in settori particolari (ad esempio gli attori), spesso hanno attività imprenditoriali “di lato”, e via dicendo.

Eppure raramente nelle interviste perdono troppo tempo a parlare di queste pratiche, per loro non rappresentano altro che routine necessarie, che fanno per mettersi nelle condizioni di fare un buon lavoro -in qualunque settore essi lavorino-.

Questo per dire che anche se apprezzo molto l’attitudine e le idee di parecchie persone nel settore dello sviluppo personale (settore in cui io “sguazzo” parecchio) più vado avanti e più tendo a prendere come riferimento non loro, bensì direttamente quelle persone di successo che già canalizzano i risultati del loro sviluppo personale nel lavoro. Quindi non tanto il guru della forma fisica, quanto l’atleta che usa la forma fisica nello sport. Non tanto il guru che “parla” di creatività, quanto il regista che la creatività la mette nei suoi film. E così via.


Ho notato che per molti adulti imparare a oltranza cose nuove, senza uno progetto preciso, costituisce una scappatoia rispetto a fare.

Me ne accorsi la prima volta al termine dell’università, notando tra i colleghi studenti -che come me si erano appena laureati- la tendenza a insistere, a voler studiare ancora. Dottorato, master, esami di stato, corsi di specializzazione. Alcuni addirittura ricominciavano tutto, per prendere una seconda laurea. Mi sembrava che solo pochi di quei ragazzi lo facessero seguendo una strategia precisa, per diventare docenti accademici. Gli altri parevano semplicemente voler mantenere lo status di “studenti” il più a lungo possibile, rimandando il momento del fare.

Sono passati molti anni, eppure questa tendenza a voler restare “studenti” la vedo ancora tra moltissimi adulti: coetani 35 enni, ma anche adulti ben sopra i 40 e 50 anni.

Un caso molto comune che noto oggi, ad esempio, è quello di imparare una lingua straniera. Mi vengono in mente diversi amici e conoscenti adulti che in questo periodo stanno studiando chi il francese, chi lo spagnolo, chi il cinese, chi il tedesco. Quasi nessuno di loro ha effettivamente un progetto a riguardo: “studio il francese perché voglio esportare prodotti in Francia”, ma ha la vaga motivazione “è pur sempre una conoscenza in più” e “non si sa mai potrebbe tornare utile”.

Questa filosofia mi sembra insensata -visto che per studiare si spendono risorse (tempo e impegno) che senso ha spenderle per sapere qualcosa che probabilmente non avrà mai effetti pratici sulla vita?- e soprattutto mi sembra sospetta: temo che si utilizzi l’imparare a oltranza, da adulti, come scappatoia per raccontarsi che si stiano facendo dei progressi nella vita… mentre in realtà si resta fermi nello stesso punto. Imparare è una scappatoia facile, perché è un’attività che gode di una buona reputazione nella società, è generalmente vista come importante e raccomandabile.

Io credo che arrivi il momento, da adulti, in cui è ora di “invertire il flusso”: smettere di concentrarsi ad assorbire continuamente nozioni nuove, decidere cosa si vuole fare nella vita, e farlo.

Farlo spesso significa ben altre cose che trastullarsi a imparare nozioni. Significa mettere in pratica quello che si sa già. Significa trovare il coraggio di lasciare il lavoro che si odia per iniziare a fare l’altro che si sa essere quello giusto. Per uno scrittore può significare la disciplina di mettersi ogni giorno al computer tot ore a lavorare, senza distrarsi coi social network. Per un atleta può significare la disciplina di allenarsi in palestra quotidianamente, e ripetere ogni giorno la scelta di rinunciare al cibo processato a favore di quello salutare.

In effetti forse sono solo queste due, le cose che davvero ci farebbe bene imparare da adulti: il coraggio e la disciplina.


Ci ho messo tanto tempo a capire in cosa consiste la meditazione, ma finalmente credo di esserci arrivato.

In effetti penso che sull’argomento ci sia molta confusione, cosicché molte persone “credono” di meditare, mentre in realtà stanno facendo altro. Dopo aver fatto anch’io parecchi tentativi maldestri in passato, oggi credo di averne capito abbastanza da poter fornire la mia interpretazione.

Meditare significa essere qui e adesso, un concetto che ormai è piuttosto famoso. Il problema con il qui e adesso è che è uno stato dannatamente difficile da sostenere. Lo vedevo nei miei tentativi di meditazione in passato. Sgombravo la mente da pensieri inutili e finalmente iniziavo ad assorbire la realtà intorno: il verde delle piante, il rumore dell’insetto che volava dietro di me, il rombo di un’automobile lontana. Ma tempo pochi secondi e mi ero già perso nei pensieri un’altra volta: che cosa mangio stasera a cena? …domani devo scrivere al commercialista… E così via.

Ogni volta, quando ritornavo qui e adesso accorgendomi che mi ero appena perso a fare una scampagnata tra i pensieri, la prendevo come una sconfitta, e lasciavo perdere per la frustrazione. Finché ho capito che invece è proprio questo il meccanismo pratico della meditazione.

Perdersi spesso nei pensieri è inevitabile per una mente poco allenata. E la mente è sempre all’opera a proeittarci pensieri inutili: ruminamenti di eventi passati, anticipazioni di eventi futuri, appiccicare etichette a qualunque cosa vediamo.

Ma il gioco è proprio, una volta che ci si è persi in questi pensieri, accorgersene e ritornare qui e adesso. Perdersi e ritornare qui e adesso. Perdersi e ritornare qui e adesso. Perdersi e ritornare qui e adesso. Tante volte, in modo simile a quando alleniamo i muscoli in palestra. Ho sentito fare questo paragone al giornalista Dan Harris, e mi è sembrato azzeccatissimo.

In palestra alleniamo i muscoli, facendo tot ripezioni sollevando i pesi. Nella meditazione alleniamo la mente, ritornando tot volte qui e adesso dopo esserci persi nei pensieri. Io oggi la meditazione la intendo e la pratico così, con lo stesso spirito con cui vado in palestra.


Sempre a proposito di mente, qualche tempo fa discutevo di temi “spirituali” con un amico, al quale ho fatto la seguente domanda: secondo te qual’è la differenza tra coscienza e mente?

Anche se in quel periodo cominciavo ad essere abbastanza familiare con i due concetti, tendevo ancora a confonderli, per questo gli chiesi un parere. La sua risposta fu semplice: secondo lui la mente è una creazione della coscienza. Su queste sue parole ho poi riflettuto diverse volte, e in effetti adesso mi sembra ovvio che sia proprio questa la differenza.

Secondo questa concezione quindi, la coscienza è un concetto “più grande” e la mente un concetto “più piccolo”. La coscienza ha creato la mente come uno strumento che ci ha messo a disposizione, un po’ come il corpo fisico, con la differenza però che la mente è impalpabile.

Anche se forse per molti questa rivelazione è una banalità, credo che per me sia stato molto utile vedere questa struttura triangolare: coscienza sopra, corpo e mente sotto, come strumenti “parimerito” a disposizione.

Mi è molto utile soprattutto per quanto riguarda la mente, della cui presenza mi sono spesso scordato in passato (e mi scordo ancora): sia per il fatto che è impalpabile, sia per il tipo di educazione che ho ricevuto, sia per il tipo di società in cui vivo.

Ricordandomi che la mente c’è mi ha fatto venire voglia di studiarla e informarmi su di essa, e questo mi ha fatto arrivare a concetti interessanti, ad esempio l’idea che esista una mente individuale ma anche una mente collettiva. All’atto pratico invece mi ha fatto venire voglia di allenarla, da qui appunto l’avvicinamento alla meditazione.

Manco a dirlo, dopo una certa quantità di allenamento, ad oggi la mia mente è ancora un bel casino (ho il sospetto che lo sia per molti però), ma sono fiducioso che anche lei metterà su qualche addominale prima o poi.


Note: Il libro da leggere per capire il concetto di qui e adesso è Il potere di adesso di Eckhart Tolle.

Qual’è la tua etica lavorativa?

Lavoreresti per una compagnia che produce armi? Sei lì ad assemblare pistole e fucili, che verranno usate in guerre per uccidere soldati ma probabilmente anche molti civili, e molti bambini. Lo stipendio è buono e l’ambiente di lavoro confortevole comunque.

etica-lavorativa-fronteForse no, ma lavoreresti per quella compagnia solo come contabile invece? Non sei lì ad assemblare pistole fisicamente, ma a lavorare su un computer in uno dei loro uffici, con file excel e roba simile. Il tuo lavoro contribuisce ancora alla causa di una compagnia che uccide persone per affari, ma tu non tocchi mai le armi personalmente.

Ancora no? Ok, allora che ne dici delle sigarette? Lavoreresti per una compagnia che produce sigarette? Anche loro ti offrono un buono stipendio e un ambiente di lavoro confortevole. Stai ancora lavorando per una compagnia che uccide persone per affari: solo molto molto lentamente, e in un modo che è socialmente accettato. Forse non è il lavoro creativo che avevi sognato… ma se lo stipendio è buono… forse non ti dispiacerebbe, non è così?

Che ne dici del gioco d’azzardo? Accetteresti un lavoro in cui produci macchine per il video poker? A questo è molto più facile dire di si: la tua compagnia non sta nemmeno danneggiando la salute di nessuno in questo caso, si sta solo approfittando di persone che non sono coscienti di come funziona la statistica di quelle macchine. Un buono stipendio ti farebbe sentire OK col fatto di fornire il tuo lavoro a tale compagnia?

Prossimo: diresti di si a un lavoro nella pubblica amministrazione? Qui lavoreresti in un tipico ufficio pigro del governo: il lavoro è molto stabile e un buono stipendio è sempre garantito: sia che tu lavori duramente o a malapena. Occasionalmente puoi anche avere l’impressione di essere produttivo, ma gran parte del tempo realizzi che il tuo intero ufficio non sta facendo nulla per la società (a parte tenere una dozzina di impiegati occupati a mischiare carte).

La penultima proposta è lavorare per un ristorante che serve cibo di alta qualità: gustoso, salutare e prodotto sostenibilmente. Sei tornato al settore privato, ma questa volta non solo la tua compagnia non è dannosa o improduttiva, sta persino producendo del valore per la società (il cibo di alta qualità). In questo caso però lo stipendio è solo mediocre, e devi lavorare tanto. Come ti senti rispetto a questa proposta? Ti attrae più o meno delle precedenti?

E domanda finale: lavoreresti per un’organizzazione noprofit senza nessuno stipendio? Nessuno stipendio significa che probabilmente devi usare il tuo tempo extra per generare reddito in qualche altro modo. L’organizzazione aiuta le persone che hanno bisogno e l’ambiente, ma per te individualmente questo significa lavoro duro e parecchie situazioni difficili da affrontare.

Azione individuale VS azione globale

Mentre esaminavi le proposte precedenti, considerando quali lavori accetteresti e quali no, hai notato che ho formulato le domande in una maniera specifica: non ho menzionato solo il lavoro individuale che faresti (es. assemblare pistole) o le condizioni individuali che otterresti (es. buono stipendio), ho sottolineato anche l’azione globale che la tua compagnia farebbe nella società, grazie anche al contributo del tuo lavoro.

Questo è un punto di vista importante che raramente viene considerato. Quando si tratta di valutare un lavoro, spesso veniamo educati ad adottare una prospettiva ristretta: guardiamo solo l’ufficio in cui ci troviamo, e i colleghi che abbiamo intorno. E se in questa piccola bolla le nostre condizioni personali (stipendio, ambiente di lavoro) sono buone, allora il lavoro è “buono”. Ma raramente includiamo nelle notre valutazioni l’intera entità: la compagnia per cui lavoriamo. Se le diamo il nostro lavoro… che cosa la stiamo aiutando a fare? Che tipo di impatto ha la nostra compagnia nel mondo?

Sono sicuro che molti di noi sarebbero avversi alla proposta diretta di assemblare pistole (specialmente sapendo che verranno usate per uccidere bambini), però la mia impressione è che allo stesso tempo siamo spesso in una situazione che è simile alla situazione del contabile: ci troviamo in un ambiente di lavoro che apparentemente è professionale e inoffensivo, quindi non realizziamo che indirettamente stiamo aiutando qualche entità più grande ad avere un impatto negativo nel mondo.

Ampliare la prospettiva e considerare l’entità più grande è necessario per determinare qual’è la nostra etica lavorativa, perché è il punto di partenza per decidere quanto siamo disposti a scendere a compromessi per mantenere benefici personali.

Personalmente, come esempio, la mia etica lavorativa mi dice di non dare il mio lavoro a compagnie la cui azione globale risulta nella produzione di incoscienza. Conseguenza interessante, questo principio spazza via gran parte dei lavori che esistono oggi, che in mia opinione abbassano sia la coscienza individuale del lavoratore che la coscienza globale dell’ambiente.

La mia etica lavorativa mi dice anche di non dare il mio lavoro a compagnie che sono improduttive e inefficienti, il tipo di compagnie che mi farebbero lavorare molte ore per produrre molto poco. Sapendo quante risorse l’universo ha impiegato affinché io sia qui (cibo, educazione… e naturalmente milioni di anni di evoluzione 🙂 ) mi sentirei davvero male a utilizzarle a non fare niente in un ufficio pigro. Questo secondo principio spazza via un altro grande numero di lavori moderni, che a me sembrano decisamente improduttivi.

Alcuni esempi di lavori che molto difficilmente accetterei perché disallineati con questi principi sarebbero lavorare per: una banca (istituzione parassitica che aggiunge zero valore alla società), un ristorante fast food (non vorrei contribuire a far star male la gente), una farmacia (preferisco educare la gente a evitare le malattie, piuttosto che a curarle quando le malattie le hanno già), un negozio di vestiti come Zara e H&M (troppa attenzione all’apparenza, e davvero non mi piace l’attitudine egotistica che le loro modelle indossano nei manifesti), uno stadio di calcio (sport come il calcio tendono a diventare calamite di massa per l’incoscienza), i notiziari in televisione (propaganda).

E ovviamente non lavorerei per compagnie che producono armi, sigarette, macchine di video poker, e preferisco stare lontano da lavori governativi improduttivi. Potrei accettare uno di questi lavori solo se in stato di bisogno disperato… o forse se mi offrissero uno stipendio talmente enorme che sentirei di poter usare tale stipendio per contrastare queste compagnie più di quanto le aiuterei col mio lavoro.

Anche se decisamente una minoranza, fortunatamente ci sono ancora molti lavori “sopravvissuti” che passano il test della mia etica lavorativa. Per esempio sono generalmente OK con lavori relativi alle faccende domestiche, giardinaggio, assistenza personale, agricoltura, turismo, educazione e arte (speratamente a condizione che questi lavori non servano entità produttrici di incoscienza anch’essi). In effetti faccio anche alcuni di questi lavori occasionalmente, anche se preferisco focalizzarmi su altri lavori che sono il mio forte E che producono reddito passivo.

Lavori non etici

Trovo piuttosto divertente che oggi, quando qualcuno dice che non mangia carne per motivi etici, la gente capisce ed è a proprio agio con la cosa, ma quando io dico che non ho un lavoro per motivi etici, la gente mi guarda stranamente.

Ma questa è davvero una delle mie ragioni principali: mi sentirei davvero male ad avere uno dei tanti lavori che sono comuni sul mercato del lavoro oggi, perché poco importa quanto stabile è la posizione e quanto confortevole è l’ambiente di lavoro, a livello più alto gran parte di questi lavori servono entità come banche, governi, corporazioni, e queste entità creano molti problemi per la società. Io non voglio contribuire a creare problemi.

Anche con il commercio in generale, un grande settore che impiega il lavoro di molte persone, tendo a sentire resistenza. Secondo me molti negozi che esistono (fisicamente nelle strade, o virtualmente su internet) vendono una quantità impressionante di oggetti non necessari, quindi lavorare per uno di questi negozi  significherebbe partecipare alla loro “cattiva” causa: il materialismo. E io vedo davvero il materialismo, in altri termini l’eccessivo focalizzarsi a possedere oggetti, come una grande fonte di infelicità per le persone e di incoscienza in generale.

La tua etica VS l’etica dei tuoi colleghi

Una citazione popolare di Jim Rohn è: sei la media delle 5 persone con cui spendi gran parte del tempo. Mi sembra che abbia molto senso.

Se spendi molte ore a settimana in un posto di lavoro, riesci a riconoscere che sei inevitabilmente influenzato dai tuoi colleghi? E se i tuoi colleghi hanno -in media- un’etica che è molto diversa dalla tua, quali sono le conseguenze su di te?

Io personalmente ho sperimentato grosse difficoltà in un precedente lavoro corporativo. Mi ci è voluto del tempo a realizzare che c’era una differenza problematica tra i valori che tipicamente circolavano in quell’ambiente lavorativo e i miei propri valori. Per esempio, nelle relazioni con clienti, manager e colleghi, frequentemente rilevavo una mancanza di autenticità che mi infastidiva.

Specialmente nelle riunioni, le persone difficilmente dicevano quello che stavano veramente pensando, e le bugie erano una pratica standard, per esempio per evitare di ammettere responsabilità nei ritardi a completare i progetti. In quelle situazioni, a volte mi “ribellavo” e dicevo comunque quello che stavo pensando, ma il più delle volte mi facevo trascinare dal flusso e dicevo anch’io molte bugie, per evitare discussioni continue. Sfortunatamente questo stava influenzando anche la mia vita personale, infatti mi accorsi che il numero di bugie che dicevo anche nella mia sfera privata stava aumentando, perché mi ci stavo abituando.

Penso che in generale sia molto difficile mantenere l’integrità e rimanere leale ai tuoi principi se nel tuo posto di lavoro vedi tutti gli altri andare costantemente contro quei principi. Per esempio, ancora nel caso specifico dell’autenticità, puoi provare ad essere autentico quanto vuoi nel tuo lavoro, ma il problema è a più alto livello: il tipo di lavoro stesso, il settore in cui ti trovi. Alcuni posti di lavoro sono inevitabilmente condannati ad essere pervasi da non autenticità perché appartengono a uno stabilimento che è inerentemente basato su una bugia.

Questo è il caso, ad esempio, dell’intero stabilimento bancario, che siede sulla bugia che il denaro cartaceo sia garantito da qualche valore. Questa bugia alla radice inevitabilmente raggiunge tutti i livelli dello stabilimento, dalle riunioni al vertice dei banchieri d’elite, alle relazioni tra “semplici” impiegati di banca ai livelli più bassi: in generale saranno tutti più proni a mentire rispetto, per esempio, alle persone che lavorano nell’agricoltura.

Similarità esistono in altri settori: la politica (siede sulla bugia che gran parte dei politici lavorino per servire i cittadini piuttosto che se stessi), i notiziani dei mass media (siedono sulla bugia che siano prodotti per informare il pubblico), la pubblicità (le bugie sono la fondazione dell’intero business), e così via.

Alcuni settori in generale hanno un cattivo karma, quindi se lavori in quei settori -a qualunque livello- metti te stesso in una situazione i cui i tuoi valori vengono costantemente messi alla prova. Come si suppone che tu mantenga una forte etica lavorativa lì dentro? Non sarebbe più facile semplicemente migrare a un altro settore con un karma migliore?

Ultime domande

Voglio finire questo articolo proprio come l’ho iniziato, con alcune domande.

Cosa sei disposto a fare in cambio di uno stipendio?

Se hai un lavoro, sia che tua stia lavorando come impiegato che come imprenditore, che cosa fa la tua compagnia? Che tipo di impatto ha nel mondo: positivo, negativo, irrilevante? La tua compagnia promuove il materialismo e il consumismo, rendendo la società più miserabile? Promuove scienza e arte, rendendo la società più felice?

In che direzione sta spingendo la tua compagnia, e di conseguenza in che direzione stai spingendo anche tu dandole il tuo lavoro? Se stai lavorando dentro una bolla confortevole ma quella bolla è inclusa in una grande cattiva bolla, questo è OK per te? È in linea con la tua etica lavorativa?

La tua compagnia aggiunge valore al mondo, sottrae valore dal mondo, o forse non sta facendo niente di significativo, cosicché se tu e i tuoi colleghi andate a lavoro ogni giorno o no… la società fuori non noterebbe nemmeno la differenza?

E quelle persone che accettano lavori difficili per organizzazioni noprofit -senza nemmeno venire pagati-, qual’ è la loro motivazione?


Audio:

Relativi: La funzione del lavoro, Come guadagnare senza lavorare, A cosa serve la banca?